Molto prima di Lena Dunham e della serie Girls, gli scrittori s’interrogavano sul singolare miscuglio di narcisismo e odio di sé della giovinezza: la sensazione che il successo sia dietro l’angolo e che i giorni migliori siano già passati. Con Green girl Kate Zambreno s’inserisce in questo solco. Ruth è un’americana poco più che ventenne a Londra. Come l’Ofelia shakespeariana evocata dal titolo (nell’Amleto Polonio si riferisce a sua figlia come a una “green girl”), è sull’orlo della follia dopo la morte della madre e la perdita dell’amato. Idolatra le celebrità, venera i grandi magazzini e modella aspetto e comportamenti su vecchi film e libri. La sua identità è plasmata dalla cultura pop. Una voce narrante anonima osserva Ruth, mentre lei osserva il mondo. È forse una Ruth più matura, sopravvissuta al tumulto della giovinezza? Non c’è risposta. L’ambiguità può incuriosire, ma l’identità indefinita della voce lascia più domande che risposte. La trama è esile: Ruth lavora in un grande magazzino che chiama Horrids, cammina, torna a casa. Cambia appartamento e capelli, s’interessa a un ragazzo, forse a un altro. Sospesa tra innocenza e cinismo, esaspera con la vanità e intenerisce con il dolore. Non ci sono sviluppo, culmine o scioglimento. Se lei non trova un senso perché dovremmo trovarlo noi? L’unico tema costante è il desiderio di essere distrutta e rinascere migliore. Eppure resta una speranza: vivendo, un giorno dopo l’altro, Ruth potrà trovare un senso. E forse scrivere.
Melody Schreiber, The Washington Post
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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati