Come in molti suoi romanzi, Deborah Levy affida domande esistenziali a una narratrice inaffidabile, disorientata nel tempo. Il mio anno a Parigi con Gertrude Stein è un flusso di coscienza in prima persona, tra metafore liquide: la piena della Senna, un bagno caldo, la raclette fusa. La narratrice è a Parigi per studiare Stein. Il racconto scorre tra il primo novecento della scrittrice e collezionista e l’autunno della rielezione di Trump nel 2024, lasciando che le epoche si confondano. Affiora così la sua fantasia di essere un’intellettuale parigina del secolo scorso: dopo aver scritto di Sartre e de Beauvoir, chiama Jean-Paul l’uomo con cui esce, Jean-Luc. Ed emerge anche la violenza e la spinta al totalitarismo che accomunano i due periodi. Priva, come noi, della distanza per capire il presente, si rifugia nella ricerca mentre sul telefono le pubblicità interrompono le notizie delle guerre. Interpretare Stein diventa un pretesto per interrogare se stessa e il proprio tempo. L’ossessione per il ruolo di Gertrude Stein nella nascita della modernità tradisce l’ansia per la propria impotenza.
Mia Stern, ArtReview
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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati