Alle elezioni del 3 novembre Donald Trump ha subito una sconfitta storica e si è trascinato dietro l’intero Partito repubblicano in tutti gli Stati Uniti. Il Partito democratico ha riconquistato la camera, come era ampiamente previsto, e ha ottenuto facilmente la maggioranza anche al senato, un esito considerato molto improbabile solo poche settimane fa.

È inoltre riuscito a strappare agli avversari il governo di diversi stati. Il malcontento per il costo della vita, la guerra in Iran e la corruzione ha raggiunto anche territori dove la destra vinceva da decenni, una dinamica che potrebbe avere conseguenze di lungo periodo nella politica nazionale statunitense.

Trump affronterà gli ultimi due anni del mandato con meno libertà d’azione e un partito che dovrà continuamente chiedersi fino a che punto valga la pena di rimanere fedele a un presidente impopolare.

I democratici, invece, hanno ottenuto gli strumenti per contrastarlo e una vittoria a cui hanno contribuito candidati molto diversi. Per capire quanto sia profondo il cambiamento, bisogna guardare sia dove hanno vinto sia chi sono gli eletti.

I democratici conquistano le roccaforti repubblicane

Prima del voto si diceva che, per conquistare il senato, i democratici avrebbero dovuto strappare almeno quattro seggi agli avversari senza perderne nessuno. In realtà sono andati così bene negli stati controllati dai repubblicani (Iowa, Kansas, Ohio, South Carolina, North Carolina, Texas) che l’ufficialità sul senato è arrivata ancora prima che ci fossero i risultati in stati come Maine e Michigan (dove i senatori sono giù democratici).

In Texas James Talarico, giovane seminarista presbiteriano, ha sconfitto Ken Paxton, il procuratore generale sostenuto da Trump. Il partito non vinceva un’elezione nello stato dal 1994. In Kansas Adam Hamilton, pastore di una megachiesa metodista, ha battuto Roger Marshall, con un risultato ancora più clamoroso dal punto di vista storico: qui i democratici non vincevano le elezioni per il senato dal 1932. Anche la South Carolina ha eletto una democratica, la pediatra Annie Andrews.

Questi risultati mostrano quanto i democratici siano riusciti ad avanzare in territorio repubblicano. In tutti questi stati Donald Trump aveva vinto con margini molto alti nel 2024. È presto per stabilire se il loro orientamento politico sia cambiato in modo stabile: nelle elezioni di metà mandato l’affluenza, i candidati e le motivazioni degli elettori fanno storia a sé. Ma per i democratici si sono aperte nuove possibilità per essere competitivi in territori che fino a poco tempo fa davano per persi.

Hanno vinto candidati diversi

La vittoria del Partito democratico si deve a candidati molto diversi tra loro, ma accomunati dalla capacità di sfruttare in modo pragmatico il malcontento degli elettori per la situazione economica e il costo della vita, temi su cui i democratici sono storicamente meno bravi dei repubblicani a raccogliere consensi.

Un elemento interessante riguarda quella che Christian Paz su Vox descrive come la nascita “di una nuova sinistra religiosa”, contrapposta al nazionalismo cristiano vicino a Trump. Talarico e Hamilton hanno raggiunto gli elettori delle zone rurali, tradizionalmente conservatori, parlando di fede e richiamandosi agli insegnamenti cristiani per difendere l’assistenza ai poveri, l’accesso alle cure e la giustizia sociale.

Altri candidati democratici hanno fatto leva su esperienze differenti. In South Carolina Andrews ha raccontato delle famiglie che, davanti alla diagnosi di una malattia dei figli, le chiedevano quanto sarebbero costate le cure. In Ohio è tornato al senato Sherrod Brown, progressista legato al mondo del lavoro e sconfitto appena due anni fa. In Minnesota ha prevalso Peggy Flanagan, sostenitrice di un sistema sanitario pubblico universale.

In Michigan Abdul El-Sayed, medico e sostenitore della sanità pubblica universale, diventa il primo musulmano eletto al senato: una vittoria che rafforza la sinistra democratica e dimostra che un candidato progressista può imporsi anche in uno degli stati più contesi del paese.

Il trionfo del Partito democratico non risolve il confronto tra moderati e progressisti in vista delle elezioni del 2028, ma piuttosto dimostra che il partito è in grado di selezionare la classe dirigente in stati molto diversi tra loro.

I repubblicani hanno perso anche il governo di diversi stati

In Texas la sconfitta è stata doppia. Oltre al seggio al senato, i repubblicani hanno perso la carica di governatore: Gina Hinojosa, avvocata dei diritti civili e deputata del parlamento texano, ha fatto campagna elettorale sulla difesa della scuola pubblica, opponendosi ai sussidi per gli istituti privati voluti dal governatore uscente Greg Abbott (una delle figure più influenti della politica statunitense) e promettendo maggiori investimenti e aumenti degli stipendi degli insegnanti.

I democratici hanno conquistato anche il governo dell’Ohio, dell’Iowa e della Georgia.

In Ohio Amy Acton, medica ed ex responsabile della sanità statale, ha sconfitto Vivek Ramaswamy dopo una campagna elettorale che è stata centrata sull’accesso alle cure medice e il costo della vita. Contro di lei i repubblicani hanno speso più di cento milioni di dollari, finanziando anche uno spot molto discusso che ha indignato perfino i repubblicani.

In Georgia Keisha Lance Bottoms è diventata la prima donna e la prima persona nera eletta governatrice, riportando ai democratici una carica che non vincevano dal 1998.

Sono risultati con conseguenze immediate per la distribuzione del potere: i governatori intervengono su scuola, sanità e bilanci pubblici e possono contrastare le decisioni federali, anche attraverso i tribunali.

Le promesse smentite di Trump

Trump era tornato alla Casa Bianca promettendo prezzi più bassi e di tenere gli Stati Uniti fuori da nuove guerre. Il conflitto in Iran e l’inflazione hanno invece alimentato il malcontento anche tra gli elettori che gli avevano dato fiducia nel 2024. Un sondaggio dell’Associated Press, condotto tra la seconda metà di ottobre e il 3 novembre su circa ottantamila elettori, aiuta a capire il risultato: otto intervistati su dieci hanno dichiarato che l’inflazione ha provocato difficoltà economiche moderate o gravi alle loro famiglie.

Al disagio economico si è aggiunta la sfiducia verso chi governa. Circa metà degli elettori ha indicato la corruzione come un fattore decisivo del voto; sei su dieci ritengono che Trump anteponga i propri interessi a quelli del paese.

Il risultato esprime però più chiaramente il malcontento verso Trump che la fiducia verso i democratici: nella stessa indagine dell’Associated Press, meno della metà degli elettori ha un’opinione favorevole del Partito democratico. La vittoria lascia quindi aperta una questione: quanto del consenso raccolto contro Trump potrà trasformarsi in un sostegno duraturo ai suoi avversari.

Le nuove mappe elettorali non hanno salvato i repubblicani

Per difendere la maggioranza alla camera, i repubblicani avevano fatto ampio ricorso al gerrymandering, cioè hanno ridisegnato i confini dei collegi elettorali per dare un vantaggio al proprio partito. Le nuove mappe si basavano sui risultati del 2024, quando Trump aveva allargato il consenso repubblicano anche tra gli elettori ispanici. Il calcolo presupponeva che quei consensi fossero ormai acquisiti: un territorio che aveva votato per Trump avrebbe continuato a votare repubblicano.

Il calcolo si è dimostrato sbagliato. Secondo l’Associated Press, circa sei elettori ispanici su dieci hanno scelto i democratici alla camera. Il confronto con le presidenziali risente anche della diversa partecipazione al voto, ma suggerisce che i repubblicani non siano riusciti a mantenere tutti i consensi conquistati nel 2024.

In Florida tre dei quattro collegi che i repubblicani avevano cercato di conquistare con le nuove mappe sono andati ai democratici. Jared Moskowitz ha vinto in un collegio che due anni fa Trump aveva conquistato con circa dieci punti di scarto su Kamala Harris.

Il nuovo congresso potrà ostacolare il presidente

Trump ha reagito alla sconfitta dicendo che accetterà i risultati, poi ha preso le distanze dai candidati sconfitti e pubblicato l’immagine di un cappellino con la scritta “VETO”. Il messaggio anticipa lo scontro con il congresso che entrerà in carica a gennaio.

La maggioranza al senato permetterà ai democratici di bloccare le nomine dei giudici federali e di molti funzionari dell’amministrazione. Come spiega Andrew Prokop su Vox, controllare anche una sola camera consente inoltre di aprire inchieste sulla corruzione della famiglia Trump o su altri esponenti dell’amministrazione, richiedere documenti e testimonianze con atti vincolanti.

La Casa Bianca potrà opporsi e trascinare le dispute nei tribunali. Per superare questa resistenza, i democratici potrebbero chiamare in causa anche aziende, finanziatori e intermediari che hanno fatto affari con la famiglia del presidente.

Approvare nuove leggi sarà più difficile: per superare l’eventuale veto di Trump, i democratici dovranno raccogliere sessanta voti, quindi avrebbero bisogno del sostegno di alcuni repubblicani. I democratici potranno però negoziare sui finanziamenti necessari a tenere in funzione il governo, chiedendo in cambio più risorse per la sanità o limiti alle operazioni contro gli immigrati.

Sui dazi e sulla guerra in Iran potranno invece presentare proposte che costringano i repubblicani a scegliere apertamente se sostenere ancora le decisioni di Trump o prenderne le distanze.

I soldi non bastano

I repubblicani hanno riversato enormi risorse nella campagna elettorale, soprattutto per sostenere i candidati in stati e collegi dove due anni fa Trump aveva vinto facilmente. Il caso dell’Ohio mostra i limiti di questo sforzo: più di cento milioni di dollari spesi contro Amy Acton non hanno impedito alla candidata democratica di battere Vivek Ramaswamy nella corsa al governo dello stato.

Anche Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo, esce sconfitto dal voto. Ha donato più di quattrocento milioni di dollari per sostenere i repubblicani, concentrando una parte consistente delle risorse sul Texas, per impedire la vittoria di Talarico. Per Musk il voto potrebbe averew anche conseguenze personali ed economiche: i democratici hanno già chiesto indagini sui contratti pubblici della SpaceX e sull’operato del miliardario alla guida del dipartimento per l’efficienza del governo (Doge). Con la maggioranza al congresso avranno gli strumenti per avviarle. ◆

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