U na delle promesse fatte dal presidente statunitense Donald Trump durante la campagna elettorale del 2024 era stata ridurre i prezzi dell’energia. A settembre di quell’anno, in occasione di un evento organizzato all’Economic club di New York, Trump aveva garantito che avrebbe dimezzato il costo dell’energia nel primo anno del suo mandato. Al centro della programma che l’ha riportato alla Casa Bianca c’era l’impegno a “distruggere l’inflazione”, “liberando le potenzialità energetiche americane”. Ma una guerra fa tutta la differenza del mondo. A settembre il prezzo della benzina è aumentato del 9,1 per cento, un record dall’inizio del conflitto in Iran. Considerando che ogni giorno la maggior parte degli statunitensi nota i cartelli con il prezzo della benzina mentre accompagna i figli a scuola, va al lavoro o torna a casa, la situazione non si mette bene per i repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre.
Quando i democratici sono al governo, di solito i repubblicani rispondono con il motto “drill baby drill” (trivella, baby, trivella) a qualsiasi minaccia di regolamentazione ambientale.
Gli elettori statunitensi sono consapevoli che l’inflazione energetica non deriva dalla scarsa produzione interna, ma dalle scelte politiche della Casa Bianca
Stavolta, però, è diverso. Gli elettori sono consapevoli che l’inflazione energetica non derivi dalla scarsa produzione interna, ma dalle scelte politiche dell’amministrazione. Un sondaggio condotto a ottobre da Reuters e Ipsos indica che il 60 per cento degli statunitensi non approva la gestione della guerra in Iran da parte di Trump, mentre il 78 per cento incolpa la Casa Bianca dell’incremento dei prezzi. A settembre il Searchlight institute, un’organizzazione di centrosinistra, ha chiesto agli elettori quale sarebbe la soluzione migliore per ridurre le bollette dell’energia. Tra le risposte più condivise c’erano tagliare i profitti eccessivi per i distributori (21 per cento), finire la guerra in Iran (18 per cento) e vietare i data center (11 per cento). Nessuna di queste idee favorisce i repubblicani.
Il fatto che i colossi dell’intelligenza artificiale continuino a costruire data center con l’appoggio della Casa Bianca alimenta la rabbia della popolazione. Secondo uno studio dell’August centre for economic policy research, un aumento del 10 per cento dei data center in una determinata area comporta un incremento del 13 per cento del costo delle bollette per le famiglie. Non c’è da stupirsi, dunque, se perfino Trump ha chiesto alle aziende tecnologiche di pagare per l’aumento delle spese per le famiglie e per l’inflazione provocata dalla crescita dell’intelligenza artificiale (ia). Il rapporto tra l’ia e i prezzi dell’energia mette in difficoltà i repubblicani soprattutto negli stati decisivi per le elezioni di novembre. In Pennsylvania, per esempio, le bollette dell’elettricità sono aumentate del 18,9 per cento nel 2o25.
In Ohio il senatore repubblicano in carica Jon Husted potrebbe perdere il seggio dopo aver fatto diventare lo stato una destinazione importante per i data center. Il suo avversario democratico, Sherrod Brown, promette di costringere le aziende a pagare i rincari dell’energia dovuti allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Queste scelte sono legate a un altro punto debole dei repubblicani: il capitalismo clientelare. Un sondaggio condotto da Reuters e Ipsos rivela che metà degli elettori del partito ritiene che le decisioni politiche di Trump siano influenzate da quelle economiche. Considerando che l’industria petrolifera è una grande alleata dei repubblicani, nessuno si stupisce del fatto che il presidente non abbia mantenuto la promessa di favorire l’energia nazionale e a buon mercato.
Alla fine dei conti, comunque, il principale autogol del presidente è stata la guerra in Iran. Non solo ha fatto salire l’inflazione energetica e il prezzo della benzina quasi del 45 per cento dall’inizio del conflitto, ma ha anche svelato la debolezza degli Stati Uniti in Medio Oriente e rispetto alla Cina. Pechino resta il principale acquirente di petrolio iraniano (cosa che impedisce a Washington di isolare il regime di Teheran) e otterrà i benefici maggiori dalla transizione verso i veicoli elettrici e le fonti di energia pulita.
Cosa significherà tutto questo per il movimento Make America great again? Difficile dirlo. Molti elettori di Trump giustificano il loro orientamento politico a prescindere dal prezzo del petrolio. Ma è altrettanto vero che i populisti amano gli uomini forti, e in questo senso l’aumento dell’inflazione dovuto a una guerra fallimentare non fa fare bella figura a un presidente che si definisce un genio degli affari.
Oggi il 57 per cento degli elettori repubblicani pensa che l’inflazione stia crescendo più rapidamente degli stipendi, mentre il 40 per cento non approva la gestione della Casa Bianca. Alla faccia del Make America cheap again, rendere l’America di nuovo a buon mercato_. ◆ _as
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Questo articolo è uscito sul numero 1688 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati





