Non è facile descrivere il momento ideale per ascoltare una determinata musica. Il secondo album della cantautrice danese è adatto a questa situazione: mentre si fa sesso prima della fine del mondo, aprendo un portale per un universo alternativo in cui il tempo si ripete e animali parlanti vanno in giro senza controllo. Fine Glindvad Jensen è una specie di fantasma. Appare e scompare sulla scena musicale quando meno te l’aspetti, è ubiqua e nascosta allo stesso tempo. È presente quanto basta per rendersi irresistibile agli ascoltatori. Ogni canzone è un quadro e nell’insieme i brani creano una collezione non lineare di manufatti confusi. In tal senso, possiamo considerare questo album un disco jazz: improvvisato, errante e rilassato. Sembra quasi un mixtape oppure qualcosa che la cantante ha ascoltato in sogno e che poi ha cercato di ricostruire. Fine ha prodotto questo lavoro con un’accuratezza che emerge poco a poco, mentre chi ascolta viene trascinato nel suo mondo. C’è una magia misteriosa in questa musica, una sensazione di verità profonda. E Fine lo sa.
Miranda Wollen, Paste
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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati