Pablo Katchadjian

Alla nuova narrativa argentina, rappresentata da Selva Almada, Federico Falco, Hernán Ronsino e Mauro Libertella, va aggiunto Pablo Katchadjian, che con Grazie _dribbla gli avversari. Come il film _Gangs of New York e il romanzo Middlesex di Eugenides, il romanzo comincia in un porto. Arrivano schiavi che padroni senza scrupoli selezionano e comprano. Uno di loro, senza nome, è costretto a lavori degradanti. L’umiliazione è tale che le mansioni non vengono descritte: conosciamo solo le reazioni del corpo. Per Walter Benjamin, i reduci tornavano dalla guerra in silenzio perché il trauma li aveva privati dell’esperienza. Così lo schiavo non trova parole per l’orrore: la violenza lo riduce a una cosa. Poi compaiono una bambina selvaggia, fiori dalle radici allucinogene e una serva oppressa. Nascono progetti di rivolta: non un’ideologia, ma il desiderio di un’emancipazione totale. Ucciso il padrone, il protagonista e i compagni partono per liberare altri schiavi, in auto, poi a piedi, incalzati da colonne di fumo. Definirlo solo un romanzo d’avventura sarebbe riduttivo: qui convivono sogno, allucinazione e politica non convenzionale. Non sappiamo dove né quando si svolga. La schiavitù è mutata, non abolita: la società dei consumi maschera lo sfruttamento. Il lavoro interinale non è forse un’evoluzione delle antiche sopraffazioni? Dinamico, divertente e imprevedibile, è all’opposto di quel che ci si aspetta. Katchadjian ha un’immaginazione smisurata.
Joaquín Escobar, **
**Ojo en tinta

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Questo articolo è uscito sul numero 1690 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati