Il 2 novembre almeno 670 stabilimenti tessili in Bangladesh hanno sospeso le attività a causa di uno sciopero degli operai, che chiedono un aumento del salario. Decine di manifestanti alla periferia di Dhaka sono stati arrestati in seguito agli scontri con le forze dell’ordine, che hanno sparato gas lacrimogeni. I lavoratori, che si lamentano per l’elevato costo della vita, chiedono uno stipendio minimo di 30mila taka (212 euro) al mese, più del doppio di quello attuale. Il governo, scrive il Dhaka Tribune, ha risposto creando una commissione per rivedere i salari del settore, che impiega quattro milioni di persone e genera ogni anno un giro d’affari di quaranta miliardi di dollari, pari al 10 per cento del pil. Il Bangladesh è il secondo esportatore mondiale di abbigliamento dopo la Cina e quello dove gli operai guadagnano meno. Il 4 novembre la commissione ha fatto sapere che prenderà una decisione sull’aumento dei salari entro dicembre, senza però specificare a quanto ammonterà l’aumento. Intanto la protesta rischia di far ritardare le consegne a multinazionali come Zara, H&M, Uniqlo e Walmart. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1690 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati