Alle elezioni di metà mandato del 3 novembre la democrazia statunitense ha parlato con una voce abbastanza forte da rendere inutile qualsiasi contestazione del risultato. È grande la tentazione di considerare la sconfitta dei repubblicani come l’inizio della fine del trumpismo. Contrariamente al 2018, questa volta Trump partiva da una posizione più favorevole, era al suo secondo mandato e si affidava a una coalizione elettorale che nel 2024 aveva unito i voti repubblicani a quelli delle minoranze, fino a quel momento legate al Partito democratico. In venti mesi, però, il presidente ha dilapidato il suo capitale infrangendo gran parte delle promesse fatte durante la campagna elettorale.
Anche se l’aumento del costo della vita era stato uno dei motivi (insieme all’immigrazione) della sconfitta della vicepresidente democratica Kamala Harris nel 2024, Trump ha rilanciato l’inflazione imponendo ingenti dazi doganali. Inoltre ha trascinato il paese nell’ennesima guerra impossibile da vincere, quella contro l’Iran, e ha sostenuto senza esitazioni i colossi della tecnologia. Alle urne, però, si è imposta la protesta contro i data center, associati all’aumento dei costi dell’elettricità e alla perdita di posti di lavoro. Non bisogna però fraintendere la natura del voto del 3 novembre: è stato soprattutto una denuncia dei problemi quotidiani dei cittadini, non degli attacchi comunque inquietanti allo stato di diritto che il repubblicano ha sferrato da quando è tornato alla Casa Bianca.
Anche se ha subìto una batosta, un presidente conserva in ogni caso prerogative importanti, soprattutto in politica estera. Dopo la sconfitta di metà mandato nel 2014, Barack Obama aveva ottenuto risultati importanti in politica estera, come l’accordo sul nucleare con l’Iran, l’intesa con la Cina per la riduzione delle emissioni di gas serra e la normalizzazione dei rapporti con Cuba. Tre passi avanti su cui Trump ha poi fatto marcia indietro, con le conseguenze che oggi si vedono in Iran.
Il presidente repubblicano manterrà una capacità di azione che per molti equivale a una capacità di fare danni. A cominciare dagli ucraini, che assistono impotenti a un allineamento tra Washington e Mosca mentre i bombardamenti russi colpiscono la popolazione civile. Il trumpismo non è stato ancora cancellato dalla mappa politica degli Stati Uniti. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1690 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati