Alle otto di sera, in uno spazio multifunzionale di Barcellona, una cinquantina di uomini si riunisce ogni mercoledì per cantare. Negli ultimi mesi hanno preparato Shampoo, un musical con cui il Barcelona gay men’s chorus si è esibito sul palco del teatro Condal. Nella sala risuonano gli accenti di una mezza dozzina di paesi. Due cantanti provano una figura acrobatica che ricorda il film Dirty dancing, accanto a un uomo con un braccio ingessato che non ha voluto perdersi le prove.
Molti partecipanti arrivano dall’ufficio. Alcuni hanno i capelli rasati e indossano abiti sportivi, altri sfoggiano una lunga chioma e un tutù rosa. Le chiacchiere iniziali si spengono quando arriva Gerard Ibañez, il direttore. È ora di cantare.
Prima di diventare un’attività culturale e di aggregazione, il canto corale è stato uno strumento spirituale per superare la paura, rafforzare la coesione sociale e trasformare un’esperienza individuale in qualcosa di condiviso. Nella tragedia greca, il coro dava voce alla comunità e accompagnava il racconto come una coscienza collettiva. I primi cristiani si abbandonavano al martirio cantando, mentre per secoli i canti di lavoro hanno scandito le attività di marinai, schiavi, contadini e soldati.
La scienza studia da tempo le proprietà taumaturgiche di questa attività. Da febbraio, l’Universitat autònoma di Barcellona riunisce docenti, ricercatori e ricercatrici e altri dipendenti in un coro creato specificatamente per studiare gli effetti del canto collettivo sul benessere emotivo. Una volta alla settimana abbandonano le aule, i laboratori e gli uffici per esercitarsi insieme. I risultati dell’esperimento sono ancora provvisori, ma hanno già evidenziato miglioramenti negli aspetti relazionali ed emotivi, a cominciare dal sentimento di appartenenza al gruppo.
La sociologa britannica Emily Falconer è arrivata a conclusioni simili dopo aver studiato diversi cori maschili a Londra. La sua ricerca si è concentrata su cosa accade quando decine di uomini imparano a creare con la voce una melodia insieme: l’armonia li costringe ad ascoltare prima di imporsi, a coordinarsi anziché competere e a costruire qualcosa collettivamente rinunciando al protagonismo. Alcuni partecipanti hanno apprezzato la possibilità di sentirsi connessi senza dovere per forza parlare costantemente di sé.
Punto d’incontro
Il Barcelona gay men’s chorus è nato nel 2014 e oggi riunisce una sessantina di persone attorno al canto e all’attivismo. Ma pensare che tutto questo appartenga esclusivamente al mondo lgbt+ sarebbe un errore. I cori maschili esplorano da decenni forme diverse di comunità costruite intorno alla voce. A Madrid, Barberidad è il primo coro maschile dedicato al barbershop, uno stile di canto nato negli Stati Uniti alla fine dell’ottocento e associato alle botteghe dei barbieri dove gli uomini si riunivano per conversare aspettando il proprio turno e improvvisavano armonie a più voci. All’atto pratico si tratta di quattro voci con quattro funzioni diverse e una condizione indispensabile: nessuna voce può imporsi sulle altre.
“In un coro, se una voce cerca di emergere, l’armonia sparisce”, spiega il presidente del gruppo Benito Gómez-Cornejo. Il risultato dipende dalla capacità di ascoltare. “Non puoi pensare ai fatti tuoi mentre cerchi di intonare un accordo, ascoltare la persona che sta accanto a te e seguire il direttore”, spiega.
“Se condividi una canzone, hai già un punto d’incontro. Questo crea un rapporto peculiare tra gli uomini che non si basa sulla competizione, la voglia di apparire o il desiderio di marcare il territorio, ma sull’intenzione di aiutare gli altri a integrarsi e a produrre un suono migliore”, assicura Gómez-Cornejo, che comunque non vuole esagerare le virtù terapeutiche di questo esercizio.
Per molti componenti del coro, le prove sono una sorta di parentesi di serenità. “Per me cantare ha un effetto calmante sulle preoccupazioni. Per un po’ mi libera la mente, cambia il mio umore e mi rimette in sesto. Non ho mai fatto parte di un gruppo così eterogeneo in cui si percepisce una comunione così profonda”, racconta uno di loro.
Se a Barcellona citano spesso parole come famiglia e comunità e a Madrid si parla di accordi e armonia, il progetto australiano Gentlemen’s choir, invece, usa espressioni più legate al mondo della crescita personale maschile, come fratellanza, lavoro sulla mascolinità o rito di passaggio. Per dieci settimane un gruppo di uomini si riunisce per cantare e alla fine del percorso si esibisce in pubblico davanti a familiari e amici.
“Cantiamo sotto la doccia, in macchina o seguendo una canzone, ma spesso non osiamo cantare davanti agli altri”, dice Luke Laux, uno dei promotori dell’iniziativa. Secondo lui, molti uomini smettono di cantare durante l’infanzia e l’adolescenza, convinti di non esserne capaci o che sia un’attività poco mascolina.
Come confermano gli studi di Falconer sui cori maschili, cantare significa esporsi, molto più che intervenire durante una riunione di lavoro o fare una presentazione. “Perché cantare ci fa sentire così vulnerabili? Perché non lo sappiamo fare”, dice ridendo Laux. Ma l’obiettivo è proprio esporsi alla vulnerabilità. Quando le figlie gli chiedono perché passi così tanto tempo in compagnia di altri uomini anziché restare a casa, Laux risponde: “È un modo per imparare dagli altri e diventare una persona migliore per voi”.
A tratti il suo discorso assume toni quasi mistici. Parla di fiducia, rispetto, amicizia e della necessità di creare legami maschili al di fuori degli spazi abituali, ma cita anche i falò, le cerimonie e la nostalgia di un’epoca in cui il canto faceva parte della vita quotidiana e serviva ad affrontare esperienze condivise. “Pensavo che avrei imparato a cantare, ma ho trovato qualcosa di più. Pensavo che avrei imparato a cantare, ma ho trovato la mia voce. Pensavo che avrei imparato a cantare, ma ho trovato una fratellanza”. Laux ripete queste frasi come un mantra.
A Barcellona, alla fine delle prove, Gerard Ibañez dà le ultime indicazioni. A poco a poco, la sala torna a essere uno spazio di quartiere qualsiasi. Resta un leggero odore di sudore e acqua di colonia. Nessuno è venuto qui con l’intenzione di parlare della mascolinità o partecipare a una sessione di terapia collettiva. Per due ore ascoltano la voce degli altri mentre cercano un posto per la loro. E la prossima settimana torneranno a cantare insieme. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1683 di Internazionale, a pagina 100. Compra questo numero | Abbonati