Il 9 maggio in Ungheria non è solo entrato in carica un nuovo primo ministro. Si è anche aperto, dal punto di vista giuridico, quel processo che gli elettori avevano già messo in moto con il voto del 12 aprile 2026: conclusa un’epoca poco gloriosa per il paese, oggi si presenta, per la terza volta, la possibilità di una transizione politica.

Più che un normale cambio di governo, le ultime elezioni hanno determinato una vera rivoluzione elettorale: pacifica, legittima, democratica, ma di rilevanza storica.

Il partito centrista ed europeista Tisza, guidato da Péter Magyar, ha ottenuto il 55,8 per cento dei voti di lista al livello nazionale e quasi tutti i seggi uninominali, conquistando 141 dei 199 seggi del parlamento di Budapest. Nessun altro partito in Ungheria aveva mai avuto un mandato democratico di tale portata dal 1948. Non si tratta semplicemente di una grande vittoria: è una trasformazione profonda, uno di quei momenti in cui la società decide di cambiare, insieme al governo, una stagione politica, un ordine morale, un modo di gestire la cosa pubblica.

Gli elettori ungheresi non si sono limitati a mandare a casa un partito, il sovranista e ultranazionalista Fidesz, e un leader, Viktor Orbán. Hanno fatto capire che vogliono un paese diverso.

Proprio per questo, il giorno dell’insediamento del nuovo esecutivo non rappresenta un punto di arrivo, ma l’inizio della fase più difficile, quella del cambiamento. Tuttavia una reale transizione politica sarà possibile solo se l’ampio mandato ricevuto dagli elettori non alimenterà un meccanismo di potere chiuso in sé stesso, ma darà invece vita a un governo responsabile, controllabile, fondato su princìpi etici e in ascolto costante della società.

Le aspettative e le speranze sono enormi. I sondaggi svolti dopo le elezioni da Medián, il principale istituto demoscopico del paese, mostrano che è già in corso quel processo per cui tutti tendono a salire sul carro del vincitore e a prendere le distanze dallo sconfitto, Viktor Orbán. È un fenomeno in qualche modo naturale, che però può rivelarsi pericoloso, perché può facilmente dare l’impressione che d’ora in poi tutto procederà da sé, che la democrazia e il pensiero pluralistico torneranno ad affermarsi automaticamente. Non è così: serviranno la volontà e l’azione comune delle strutture di potere e della società. Quest’ultima, in particolare, chiede allo stesso tempo una resa dei conti e una riconciliazione. Chiede giustizia e stabilità. Da un lato vuole essere certa che ciò che è successo negli ultimi anni al paese comporterà conseguenze per i responsabili, ma dall’altro ha dato al nuovo governo mandato di ricostruire, non di portare avanti vendette. Sarà questa la prima grande prova per Magyar.

La richiesta di giustizia non può diventare una resa dei conti, ma non deve nemmeno essere ignorata.

**Evitare gli errori **

Secondo Medián gli elettori hanno indicato nella corruzione una delle cause principali della caduta del regime di Orbán. Se non ci sarà una svolta coerente, trasparente e rispettosa dello stato di diritto, questa terza transizione rischia di perdere fin da subito il suo fondamento morale. Se, d’altra parte, sarà spettacolare ma incompleta, chiassosa ma fragile sotto il profilo formale, impulsiva o istituzionalmente rabberciata, intaccherà la credibilità della nuova epoca. Esattamente come se il cambiamento non fosse mai avvenuto.

La responsabilità è enorme, non ci si può permettere di sbagliare, come successe dopo il 1989, quando a molti rimase un senso di insoddisfazione perché non fu fatta giustizia, e anche dopo il trionfo di Fidesz del 2010, quando l’amplissima maggioranza conquistata da Orbán non è stata usata per ricostruire collettivamente il paese, ma per creare un sistema di potere chiuso e arbitrario.

Nel giro di pochi decenni, tuttavia, la storia ha offerto per la terza volta all’Ungheria la possibilità di reinventarsi. Il che, però, non è garanzia di un rinnovamento politico e morale.

La coalizione sociale che si è affermata il 12 aprile 2026 non è solo il frutto di un riassetto di natura politica e partitica. In questa vittoria ci sono anche l’insoddisfazione, la resistenza e il risveglio dei giovani, tutti fattori che nel corso degli anni sono cresciuti sensibilmente. Le manifestazioni degli insegnanti, le mobilitazioni online e nelle piazze e il malcontento generazionale si sono trasformati, prima lentamente e poi rapidamente, in energia politica.

Péter Magyar è riuscito là dove dal 1989 nessun altro politico ungherese era riuscito: ha raccolto il sostegno di una parte significativa dei giovani sotto i trent’anni. Non si tratta solo di un successo elettorale, ma di una novità di rilevanza storica e sociale, perché i giovani si sono affermati come il vero motore del cambiamento. Per questo, la responsabilità del nuovo governo nei loro confronti è particolarmente grande.

Il ruolo dei giovani

Se la politica dovesse chiudersi di nuovo nelle proprie stanze, se venisse fuori che il risveglio civico e la partecipazione hanno avuto importanza solo in campagna elettorale, se dopo la vittoria i giovani dovessero percepire di essere di nuovo semplici spettatori, la speranza potrebbe trasformarsi rapidamente in cinismo.

Il tempo a disposizione è poco. Per questo le prime misure adottate potrebbero avere un’importanza enorme. La lezione da trarre dal voto del 12 aprile è che, quando percepisce un grave pericolo e si trova già sull’orlo del baratro, la società ungherese è capace di scuotersi e di scegliere il cambiamento.

Oggi si è aperta la possibilità di una nuova transizione politica, ma noi ungheresi riusciremo a realizzarla solo se il nuovo potere avrà sempre chiaro da dove ha tratto la propria forza: non solo dai seggi in parlamento o dall’euforia della vittoria, ma dal desiderio condiviso della società, espresso in particolare dai giovani, di dire basta all’esercizio corrotto del potere e di invocare un paese diverso, più onesto.

Il mandato è epocale. Più grande ancora è solo la responsabilità del nuovo governo. ◆ ct

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Questo articolo è uscito sul numero 1666 di Internazionale, a pagina 27. Compra questo numero | Abbonati