Il cinema tedesco dell’epoca della repubblica di Weimar è un paradiso perduto e un continente ancora da scoprire. Quasi tutti hanno un’idea di cos’era il cinema nel periodo che va dalla fine della prima guerra mondiale fino all’affermazione del partito nazista, ma pochi lo conoscono a fondo. Tutti sappiamo chi era Fritz Lang e molti di noi hanno visto Metropolis. Ma chi era Werner Hochbaum? Cosa ha fatto Reinhold Schünzel prima di Vittorio e Vittoria _e di _Anfitrione, due tra i migliori film tedeschi realizzati subito dopo l’avvento del sonoro?
Oltre ai capolavori espressionisti come Nosferatu e Il gabinetto del dottor Caligari, non esisteva anche un genere popolare di film in costume? Molto di quello che all’epoca passò sul grande schermo è finito nel dimenticatoio, anche perché è arrivata fino a noi solo una piccola parte dei circa diecimila film, documentari e corti girati tra il 1918 e il 1933.
Monumenti da restaurare
Anche i pochi film rimasti negli archivi sono spesso incompleti o danneggiati, conservati in delicatissime pellicole al nitrato d’argento che si deteriorano inesorabilmente quando non si riducono direttamente in cenere. Salvare questo patrimonio cinematografico è necessario: è la nostra coscienza collettiva in immagini. Ma si tratta di un processo lento e costoso che comporta una spesa paragonabile solo ai grandi progetti di restauro dei monumenti di epoche lontane.
Un esempio di pellicola recuperata è La vecchia legge di Ewald André Dupont, realizzato nel 1923 e restaurata qualche anno fa dalla Deutsche Kinemathek. È stato appena ripubblicata in dvd, contemporaneamente alla sua proiezione al festival internazionale del cinema di Berlino, il 16 febbraio. Già più di trent’anni fa la Kinemathek aveva ricostruito la versione tedesca originale, ormai perduta, sulla base di quattro pellicole esportate negli Stati Uniti, in Svezia, in Francia e in Russia, ma senza il viraggio del colore che in genere si faceva con i film muti per rendere più stabili le immagini.
Nel frattempo sono rispuntate anche una copia in italiano, esportata all’estero, e una versione sonorizzata successivamente. E anche i documenti della censura che contenevano le didascalie complete del film. Per la ricostruzione definitiva sono state digitalizzate tutte e sei le versioni. Il tono per il viraggio è stato ripreso dalle versioni americana e svedese, alcune scene sono state rimontate con l’aiuto delle didascalie. Il film così ricostruito, un piccolo miracolo dell’arte del restauro, è arrivato ai 132 minuti della versione originale.
Ma il recupero di _La vecchia legge _è importante anche per un altro motivo. Nella storia della mentalità della repubblica di Weimar, in cui l’antisemitismo è presente come un filo rosso, questo è particolarmente rappresentativo. Dupont racconta un episodio avvenuto nell’ottocento: Baruch Mayer, figlio di un rabbino di un ghetto galiziano, si trasferisce a Vienna dove diventa un acclamato attore del Burgtheater. Il successo di Baruch però non si deve solo al suo talento, ma anche alla protezione dell’arciduchessa Elisabetta, che è innamorata di lui. In occasione di un incontro notturno la donna rinuncia alla sua passione: così come Baruch deve rispettare la religione di suo padre, anche Elisabetta deve rispettare le convenzioni.
La mancata integrazione degli ebrei si rispecchia anche negli interpreti. L’attore Ernst Deutsch, che veste i panni di Baruch, come il regista Dupont era infatti di origine ebraica ed entrambi sarebbero emigrati a Hollywood in epoca nazista. L’arciduchessa invece è interpretata da Henny Porten, l’icona bionda del cinema di Weimar.
Non solo, pochi giorni dopo l’uscita del film, al culmine dell’inflazione, ci furono nuovi atti di violenza contro i “galiziani”, gli ebrei dell’est immigrati a Berlino. La convivenza pacifica di ebrei e tedeschi rimase un sogno cinematografico.
◆ Il festival di Berlino, che si concluderà il 25 febbraio, ospita ogni anno una sezione retrospettiva che, a partire dall’edizione del 1977, è organizzata insieme alla Deutsche Kinemathek. Weimar cinema revisited comprende 28 pellicole tra film di finzione, documentari e cortometraggi realizzati tra il 1918 e il 1933, organizzati in tre aree tematiche: Exotik (esotico), Alltag (quotidiano) e Geschichte (storia). “La Berlinale in passato ha dedicato delle retrospettive a registi e grandi attori dell’epoca di Weimar”, spiega Rainer Rother, curatore della sezione e direttore artistico della Deutsche Kinemathek. “Dopo aver esplorato filmografie di grandi artisti dell’epoca, stavolta cerchiamo di rivolgere lo sguardo anche a film più di nicchia”. Che poi è un modo per approfondire la conoscenza di un periodo molto importante della storia tedesca.
Potenza della narrazione
Il film di Dupont è solo una delle molte riscoperte presentate nella retrospettiva della Berlinale. Non meno sorprendente è l’incontro con il lavoro di Werner Hochbaum, che nel 1929 con _Brüder _(Fratelli), la storia dello sciopero dei portuali di Amburgo, e nel 1933 con _Morgen beginnt das Leben _(Domani comincia la vita), cercò di far sopravvivere nei film sonori il linguaggio cinematografico dell’espressionismo.
C’è anche Heimkehr (Ritorno), un dramma sul ritorno dalla guerra del sottovalutato Joe May, che anticipò di quindici anni il triangolo amoroso di Große Freiheit nr. 7 di Helmut Käutner, anche senza la fisarmonica e il personaggio di Paloma, ma con sentimenti più forti e profondi, e un lieto fine sul filo del rasoio.
Il film più bello della retrospettiva, _Der Himmel auf Erden _(Il paradiso in terra), realizzato nel 1927 da Reinhold Schünzel, racchiude in sé tutti i pregi del cinema dell’epoca di Weimar: creatività visiva, sottigliezza drammaturgica, stilizzazione scenica, virtuosismo attoriale. Nel film di Schünzel, il rappresentante di una commissione parlamentare, appena sposato, può ereditare un locale notturno di successo a patto che sia lui stesso a gestirlo ogni notte. È lo stesso Schünzel a interpretare il protagonista Traugott Bellmann, che vive la contraddizione tra guadagno e coscienza lasciando trapelare i sussulti del cuore del personaggio con indiscussa maestria. Nello snodo centrale della trama si traveste da donna per sfuggire al suocero infuriato. Ma così rischia di finire in guai peggiori, dato che il vecchio cerca di portarselo a letto. Fortunatamente arriva sul luogo la moglie di Bellmann a separarli.
“All’epoca il cinema aveva un’incredibile potenza narrativa”, scrive Wim Wenders nel catalogo della rassegna Weimar cinema revisited. “Tutto è credibile, perché succede in quelle immagini. Sono convinto che il cinema muto ci possa insegnare di nuovo a leggere il volto umano, che è la più intensa esperienza cinematografica. Il silenzio che circonda questi volti è una benedizione”. ◆ nv
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Questo articolo è uscito sul numero 1244 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati