Il governo italiano è stato sollecitato a interrompere al più presto l’esportazione illegale di rifiuti plastici in Malaysia. Un’inchiesta di Greenpeace ha rivelato le gravi conseguenze per l’ambiente e la salute del paese asiatico, diventato la più importante discarica per la plastica non riciclabile.
L’Italia è il secondo paese dell’Unione europea per domanda di plastica dopo la Germania e il sesto esportatore di rifiuti plastici in Malaysia. Le importazioni malesi di rifiuti in plastica dai paesi ricchi sono notevolmente aumentate dal gennaio 2018, quando la Cina, in precedenza il più grande importatore del mondo, ha smesso di accettare i carichi di rifiuti.
Gli stati dell’Unione europea possono esportare rifiuti di plastica in paesi extraeuropei solo se sono riciclabili e se le imprese di riciclaggio straniere rispettano gli stessi standard ambientali e tecnici degli impianti di smaltimento dell’Unione. Ma a causa dei controlli insufficienti nei porti, enormi quantità di plastica contaminata e difficile da riciclare vengono spedite fuori dall’Europa e finiscono in stabilimenti illegali.
L’inchiesta di Greenpeace Italia ha rivelato che quasi la metà delle 2.880 tonnellate di rifiuti in plastica esportate dall’Italia in Malaysia tra gennaio e settembre del 2019 è stata trattata da aziende che operano illegalmente. Sono aziende che non hanno la capacità di gestire la plastica contaminata e non riciclabile, gran parte dei rifiuti finisce quindi accumulata fuori dagli stabilimenti, viene bruciata o va nelle discariche.
Malattie respiratorie
“Il governo italiano non può far finta che non ci sia nulla di illegale, deve intervenire”, afferma Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia. “Solo un numero limitato dei container che escono dai porti italiani è controllato. Un paese civile non può chiudere gli occhi e scaricare il problema su una nazione dove c’è meno sviluppo, è come fare pulizia nascondendo la polvere sotto il tappeto”. Greenpeace Italia ha svolto la sua indagine usando delle telecamere nascoste negli stabilimenti che non erano nella lista delle 68 aziende malesi autorizzate a riciclare i rifiuti di plastica. Sono emerse così prove che indicano che la plastica (compresi gli imballaggi di aziende italiane) è immagazzinata illegalmente, che alcuni lavoratori vivono all’interno delle fabbriche e che la plastica viene bruciata. I test fatti su campioni di acqua e suolo vicino ai cumuli di rifiuti di plastica hanno mostrato un livello allarmante di contaminazione, mentre i medici dichiarano che nei villaggi vicini agli stabilimenti illegali sono aumentate le malattie respiratorie.
Spedizioni da Hong Kong
Tuan Ng Sze Han, un politico dello stato federato malese di Selangor, ha confermato a Geenpeace che raramente il contenuto delle spedizioni in arrivo nel paese corrisponde a quanto dichiarato in dogana. “Solo il 20 o il 30 per cento dei rifiuti può essere riciclato”, afferma. “Il resto deve essere eliminato, causando enormi problemi gestionali e d’inquinamento. La maggior parte degli occidentali non ne sa nulla, pensa che il proprio paese stia facendo un ottimo lavoro con il riciclo; peccato che non sia affatto vero”. Come altri grandi paesi europei, l’Italia non ha procedure di riciclo per gestire tutta la plastica prodotta e ha quindi bisogno di esportarla. “Usiamo troppa plastica e ci liberiamo del problema inviandola a paesi dove c’è meno sviluppo”, dice Pierdavide Pasotti, uno dei giornalisti di Greenpeace che hanno lavorato all’inchiesta.
Secondo Marco Bucci, sindaco di Genova e commissario straordinario per la ricostruzione del viadotto Polcevera, a maggio la prima auto attraverserà il nuovo ponte di Genova. Jérôme Gautheret, il corrispondente in Italia di Le Monde, racconta come si sta lavorando nel cantiere. “Mentre ci si prepara a sollevare a 40 metri d’altezza una campata lunga quasi cento metri e pesante 1.800 tonnellate, per collegare le pile 8 e 9 del ponte, dalla parte opposta si finiscono di costruire i piloni 12 e 17”. Il quotidiano francese evidenzia la grandezza del cantiere e la necessità di lavorare 24 ore al giorno per rispettare i tempi strettissimi. La priorità è far ripartire l’economia della città, messa a dura prova da quando il 14 agosto 2018 è crollato il ponte Morandi, causando la morte di 43 persone. “Sono stati realizzati fino a venti progetti contemporaneamente, dando al cantiere l’aspetto di un formicaio. Dopo aver sperimentato l’impensabile”, scrive Gautheret, “Genova e la Liguria hanno raggiunto l’impossibile. Tutto è stato pensato per accorciare i tempi. Contro il progetto dell’architetto Renzo Piano, nato a Genova, non è stato presentato nessun ricorso amministrativo”.
“È stato semplice formare le squadre di operai, più di mille persone in tutto”, spiega Nicola Meistro, direttore generale del gruppo PerGenova, che si occupa della costruzione del ponte. “Abbiamo ricevuto molte richieste per lavorare qui, alcuni hanno lasciato lavori dove erano stati assunti per periodi più lunghi”. Il cantiere è ripreso da otto webcam in tempo reale e c’è un piccolo spazio interattivo nel porto antico, regolarmente visitato da scolaresche. L’obiettivo era far seguire a tutta la città e al paese le fasi dell’esecuzione. “Al di là della vita quotidiana degli abitanti, il ponte è vitale anche per il porto più importante d’Italia, che rappresenta sia il cuore sia i polmoni della città. Di fronte alla concorrenza di altri grandi porti sulla costa del Mediterraneo, da Valencia a Trieste, Genova non può permettersi di soffrire troppo a lungo dei rallentamenti causati dal crollo del ponte”. ◆
L’industria malese della lavorazione delle materie plastiche vale circa 770 milioni di euro. Zuraida Kamaruddin, la ministra malese responsabile per il settore, ha dichiarato a Greenpeace: “Se non ne approfittiamo economicamente noi, lo farà qualcun altro”. A maggio 2019 le Nazioni Unite hanno annunciato l’accordo stipulato tra quasi tutti i paesi del mondo per limitare le spedizioni di plastica non riciclabile verso i paesi più poveri. A partire da gennaio 2021 gli esportatori dovranno ottenere il consenso dai governi dei paesi che ricevono rifiuti di plastica contaminati, misti o non riciclabili.
La Malaysia non ha gli strumenti legislativi per vietare le importazioni, anche se l’anno scorso ha chiuso 140 fabbriche illegali di riciclo e restituito 150 container pieni di plastica a tredici paesi, tra cui Regno Unito, Francia, Stati Uniti e Canada.
Stando all’indagine di Greenpeace, da quando la Malaysia ha cominciato a respingere i carichi di rifiuti sono aumentati i broker che, soprattutto da Hong Kong, organizzano le spedizioni. “Si occupano delle questioni burocratiche”, ha spiegato Pasotti. “La spedizione viene negoziata e regolata da Hong Kong, ma il container in realtà arriva direttamente in Malaysia dall’Italia”. I produttori di rifiuti plastici sono responsabili del loro smaltimento e se ricevono documenti che ne attestano il riciclo sono inattaccabili, perché rispettano la legge. Ma i governi europei possono vietare le esportazioni verso i paesi che non rispettano le regole dell’Unione sullo smaltimento della plastica. Greenpeace ha consegnato i risultati dell’indagine alle autorità competenti. Secondo la giurista ambientale Paola Ficco, se saranno accertate le responsabilità i soggetti coinvolti nel traffico illegale di plastica rischiano gravi sanzioni. ◆ nv
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Questo articolo è uscito sul numero 1345 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati