Mariam Konaté è ancora in lacrime. Erano anni che la giovane originaria del Mali aspettava un concerto del suo mito, Sidiki Diabaté: “Lo adoravo prima ancora che fosse famoso. Non so perché. Sono la sua più grande fan”. Sono le sei e mezzo del mattino, Abidjan non è ancora andata a dormire. Sul prato dell’Istituto nazionale della gioventù e dello sport (Injs), Sidiki Diabaté ha appena lasciato il palco. “Il pubblico di Abidjan è caldo come la brace”, commenta il musicista. Sidiki, un ragazzo minuto dalla corporatura felina, è protetto da un intero battaglione di gendarmi e militari. Mariam Konaté però riesce a intrufolarsi. Sidiki la stringe per un attimo tra le braccia stanche e sparisce in una berlina nera.

Il Festival delle musiche urbane di Anoumabo (Femua), che si è svolto dal 17 al 22 aprile, non è solo uno dei più importanti festival africani, un modello d’integrazione culturale in una delle megalopoli che segnano il passo nell’industria musicale nel continente, ma anche un osservatorio privilegiato dell’afropop. Il termine, che abbraccia vari generi musicali, ha mandato in pensione l’etichetta “world music”, densa di connotazioni postcoloniali. Ha segnato anche lo spostamento a sud di studi e produzioni per una nuova forma, più liberale, di panafricanismo.

A’salfo a Korhogo (Paolo Woods)

Dopo le indipendenze africane, Abidjan è sempre stata un centro propulsore della musica pop in Africa occidentale. Nei mesi scorsi l’apertura di sedi della Sony Music e della Universal è un segno della riscoperta della città ivoriana e testimonia un cambiamento di paradigma. La creatività africana vuole essere esportata. Per questo motivo le reti professionali devono rafforzarsi, e il Femua fa la sua parte.

Il signore della musica

Il festival si apre il 19 aprile con un evento dello sponsor Mtn, un operatore di telefonia mobile sudafricano. Ai piedi del ponte a pedaggio che attraversa la laguna di Abidjan è stato eretto un enorme tendone bianco. Il tappeto rosso si estende dai varchi di sicurezza fino alle automobili di lusso da cui scendono star e autorità. Al bar si serve champagne.

Arrivato in ritardo, A’salfo attraversa di corsa la sala e si siede su un divano davanti al palco, accanto al ministro della cultura. I maxischermi trasmettono un suo video di vent’anni fa in cui canta Premier gaou. A’salfo non è solo il fondatore e il signore incontrastato del Femua, ma è anche il leader del gruppo Magic System. Con Premier gaou, ma anche con Magic in the air, inno scritto per i Mondiali di calcio del 2014, i Magic System sono diventati un fenomeno in Costa d’Avorio, in Africa e anche in Europa, dove si sono esibiti davanti alla piramide del Louvre, dopo la vittoria di Emmanuel Macron alle presidenziali francesi.

Sidiki Diabaté all’hotel Ivoire di Abidjan (Paolo Woods)

I componenti della band sono originari di un quartiere povero di Abidjan, Anoumabo, dove poco più di dieci anni fa hanno deciso di organizzare un festival. “All’inizio”, spiega A’salfo, “nessuno credeva che saremmo riusciti ad attirare star, sponsor e giornalisti da tutto il mondo”. Ma il cantante, dotato di uno sbalorditivo istinto politico, ci ha creduto. Perfino la morte dell’icona della musica congolese, Papa Wemba, sul palco del Femua nel 2016 – un evento che ha scosso tutti – non ha messo in discussione il festival.

Anzi, nel 2018, per la sua undicesima edizione, il Femua ha lasciato Anoumabo, dove c’erano problemi di sicurezza, per trasferirsi nel complesso dell’Injs. Oltre ai concerti e al festival per bambini Femua Kids, che si svolge ancora ad Anoumabo, in programma c’era anche un ciclo di conferenze e di iniziative sulle migrazioni. “La prima parte della mia vita non è stata facile”, spiega A’salfo, “ma non ho mai pensato di lasciare il paese. È mia responsabilità dare ai giovani delle ragioni per restare”.

Come ogni anno, sono stati invitati i più importanti interpreti del coupé-décalé e dello zouglou, due generi dance molto popolari in Costa d’Avorio, insieme ad artisti provenienti da tutto il continente, qualche star francese di origine africana, come il rapper Soprano, le cui rime hanno scaldato una folla di ventimila spettatori e soprattutto i nuovi maestri dell’afro-pop.

Il pubblico del Femua, Abidjan (Paolo Woods)

Quest’anno la star più importante, Sidiki Diabaté, ha cominciato il concerto alle cinque del mattino. È il figlio del suonatore di kora maliano Toumani Diabaté, ma fin dall’adolescenza scrive per i rapper. La sua musica trae ispirazione sia dai griot elettrici di Bamako sia dall’afrotrap nigeriana. Riempie gli stadi in Africa e le sue strofe in bambara sono note anche a chi non parla questa lingua.

Siamo il futuro

La sensazione di assistere alla nascita di un nuovo mercato culturale panafricano si prova anche davanti all’esibizione di Yemi Alade, una cantautrice nigeriana. Alade si circonda di ballerini che mescolano i gesti dei film di karate con il krumping californiano e le tradizioni urbane dell’Africa occidentale. Anche lei ha davanti una folla ivoriana, che parla essenzialmente francese, ma che canta le sue canzoni in inglese e perfino nel dialetto di Lagos. Yemi Alade e Sidiki Diabaté hanno altre cose in comune: hanno cominciato a crearsi un pubblico nel loro paese d’origine e poi in quelli vicini, e ora pensano di poter sfondare in Europa o negli Stati Uniti.

I giovani europei di oggi ballano al ritmo della stessa musica prodotta in Africa dei giovani di Johannesburg, di Lagos o di Abidjan. In questo capovolgimento di vecchie categorie, il Femua svolge un importante ruolo di decentralizzazione. Il festival ogni anno organizza una serata in una città di provincia, per non concentrare tutta l’attenzione su Abidjan, la capitale economica della Costa d’Avorio. Quest’anno è toccato a Korhogo, nel nord.

All’atterraggio in questa città dalla terra rossa A’salfo è accolto da una delegazione di funzionari e da un’orchestra di suonatori tradizionali di balafon. Visita una scuola e la residenza del prefetto. Sulla piazza del municipio, davanti a una folla gigantesca i Magic System si esibiscono nel concerto di chiusura. “È davvero importante per noi che il Femua sia venuto fino a qui, lontano da tutto”, dice una ragazza. In questa città, feudo del primo ministro Amadou Gon Coulibaly e luogo di reclusione dell’ex presidente Laurent Gbagbo alla fine della crisi politico-militare del 2010-2011, le notti non finiscono mai.

La Costa d’Avorio è un paese fragile che si sta ricostruendo. Nell’industria culturale il Femua appare come l’esempio di un futuro possibile. L’afropop, che ragiona in termini regionali più che nazionali e partecipa attivamente allo sviluppo dell’economia locale e alla professionalizzazione del settore artistico, non è un caso isolato. Ha la potenzialità di cambiare l’immagine del paese.

L’ha urlato anche Sidiki Diabaté dal palco: “Non fanno altro che parlarci di guerre e di carestie. Noi non siamo questo. Noi siamo il futuro”. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1255 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati