Yasmine Motarjemi agita il pugno, un po’ tremolante. “Mi sento come la donna rapita da King Kong”. Per anni il mostro non ha mollato la presa, l’ha spaventata e umiliata. Per Motarjemi il mostro è la Nestlé. L’ex manager ha appena vinto una causa contro la multinazionale per cui lavorava. Ha combattuto dieci anni per arrivare a questo momento, ma ora che ce l’ha fatta parla con le lacrime agli occhi, perché non può essere davvero felice. Il 7 gennaio un tribunale svizzero ha stabilito che Motarjemi è stata illegalmente costretta a lasciare il suo lavoro e che per anni è stata vittima di un mobbing “subdolo”. Nella sentenza i giudici, tre donne, hanno usato parole dure, dicendo che le molestie subite da Motarjemi alla Nestlé l’hanno messa a dura prova, compromettendo la sua carriera e la sua salute.

Tutto cominciò diciassette anni fa con un biscotto per bambini: Yasmine Motarjemi era seduta nel suo grande ufficio con vista sul lago Lemano e sul monte Bianco, nella sede della Nestlé a Vevey, in Svizzera. Leggendo i reclami dei clienti francesi si spaventò. Genitori e nonni raccontavano di neonati che rischiavano di soffocare mangiando i biscotti prodotti dall’azienda. Nei documenti si parlava di bambini che tossivano, ansimavano e diventavano viola. I genitori dovevano mettere i figli a testa in giù per far uscire i pezzi dalla bocca, oppure infilargli un dito in gola fino a che non vomitavano il biscotto.

Motarjemi, allarmata, raccolse i reclami: in un solo anno ne erano arrivati 44, senza contare che, secondo una regola empirica dell’industria alimentare, per ogni persona che scrive un reclamo ce ne sono almeno altre dieci, ugualmente colpite, che non l’hanno fatto. La donna informò i suoi superiori e scrisse che il problema dei biscotti per l’infanzia meritava “la massima attenzione”. Non immaginava che questo le avrebbe fatto perdere tutto: il posto di lavoro, la reputazione, la salute e centinaia di migliaia di franchi.

Il caso giudiziario aveva a che fare soprattutto con il diritto del lavoro. Ma i documenti raccolti da Motarjemi sollevavano una domanda che riguardava milioni di consumatori in tutto il mondo: quanto sono sicuri i prodotti alimentari come il KitKat o il Nesquik? Yasmine Motarjemi è stata per dieci anni la global food safety manager della Nestlé, la responsabile per la sicurezza di tutti gli alimenti, un pezzo grosso del gruppo. Fece del suo meglio quando furono trovate tracce d’inchiostro nel latte per bambini in Italia, quando in Venezuela cominciarono a morire cani e gatti a causa del cibo per animali o quando negli Stati Uniti molte persone si lamentarono dei problemi causati da una pasta della Nestlé. Allo stesso tempo mise in piedi un sistema per prevenire scandali simili istituendo maggiori controlli, corsi di formazione e creando delle banche dati. Il suo lavoro era individuare possibili criticità. Ma, come emerge dalle carte processuali, la Nesté preferì a lungo ignorare i problemi invece di affrontarli.

Dieci anni senza lavoro

Nell’azienda dominava un clima di paura, dice Motarjemi: “Ridevano dei miei avvertimenti o semplicemente li ignoravano. Se ci ripenso, mi sento male”.

Motarjemi fissa un bicchiere d’acqua. Il suo appartamento nella cittadina svizzera di Nyon è quello di un’intellettuale benestante: scaffali pieni di libri, tappeti persiani, un pianoforte. Ha 64 anni, è molto curata e vestita come se stesse per andare al lavoro, anche se da dieci anni non può più farlo. Soffre di problemi digestivi, disturbi del sonno, ansia e depressione. Dal 2012 è in malattia e riceve una pensione d’invalidità. Non è facile per una donna che per una vita ha puntato tutto sulla carriera. È arrabbiata, ride, piange. A volte è stata sul punto di arrendersi: “Quando anche amici e conoscenti ti dicono che non vale la pena, è molto dura andare avanti”, racconta.

Motarjemi riuscì a risolvere il mistero dei biscotti per bambini. “Il problema era la farina francese. S’incollava in bocca e s’induriva invece di sciogliersi con la saliva”, dice. Anche in Germania qualche bambino aveva rischiato il soffocamento, ma erano pochi casi isolati e innocui, perché lì la Nestlé usava una farina migliore. Motarjemi ne è ancora convinta: “I biscotti prodotti in Francia erano pericolosi”.

Tuttavia per molto tempo i suoi superiori non reagirono e lasciarono i biscotti sugli scaffali dei negozi. Dopotutto quei biscotti non erano un problema per l’azienda alimentare: la Nestlé vende più di un miliardo di prodotti al giorno. In una settimana passano in cassa più prodotti della Nestlé di quante persone vivono al mondo. È ovvio che ci possono essere degli errori. La domanda casomai è: la Nestlé come li gestisce?

“Sapevo di non aver fatto niente di sbagliato, volevo restare per cercare di risolvere i problemi”

Il gruppo non ha risposto alle accuse mosse da Motarjemi e alle domande ha replicato un portavoce con una dichiarazione generica: “La Nestlé ha sempre mantenuto i più alti standard in termini di sicurezza e qualità dei prodotti alimentari e continua a farlo. Ci preme ricordare che al centro del caso e della decisione della corte d’appello non c’è la sicurezza dei nostri prodotti; è un caso di diritto del lavoro sollevato da una dipendente contro il suo ex datore di lavoro”.

Motarjemi la pensa diversamente: “Davo fastidio perché continuavo a mostrare le lacune nella sicurezza alimentare”. Per lei il caso dei biscotti per l’infanzia è stato l’esempio perfetto del modo in cui la multinazionale affronta i suoi punti deboli: “Se c’è una possibilità che l’errore non esca allo scoperto, allora viene nascosto sotto il tappeto”. Ci sono altri problemi che ha segnalato senza essere presa sul serio: per esempio delle dosi troppo elevate di vitamina A e D nel latte in polvere per bambini. Nel 2008 furono trovate tracce di melammina, una sostanza chimica tossica, nel latte in polvere per neonati della Nestlé e l’azienda dovette ritirare i suoi prodotti da Hong Kong e Taiwan. “Avremmo potuto evitarlo, se mi avessero lasciato fare il mio lavoro”, dice Motarjemi. Da dieci anni lei e il suo avvocato, Bernard Katz, combattono contro l’ufficio legale della Nestlé. Ovviamente la multinazionale può contare su enormi risorse, eppure Katz non si è lasciato scoraggiare. “Semplicemente sono interessato al caso”, spiega.

Nel 2011 Motarjemi fece causa alla Nestlé. All’inizio l’opinione pubblica non era molto interessata alla faccenda. Solo nel 2015, quando costrinse a comparire sul banco dei testimoni Paul Bulcke, all’epoca amministratore delegato e oggi presidente del consiglio di amministrazione dell’azienda, anche i mezzi d’informazione internazionali cominciarono a occuparsi del caso.

Cinque anni fa, quando ha varcato la soglia del palazzo di giustizia di Losanna con il figlio adulto al braccio, Motarjemi sembrava nervosa e arrabbiata. Paul Bulcke­, invece, era tranquillo, con le gambe incrociate con disinvoltura, le mani intrecciate appoggiate sul grembo, mentre rispondeva in modo sintetico e cordiale alle domande della giudice distrettuale.

Nella Nestlé regna una cultura della paura, ha detto Motarjemi in tribunale. “Non riconosco affatto la mia azienda in queste accuse”, ha replicato Bulcke, che ha respinto anche le critiche sulla scarsa attenzione alla sicurezza alimentare. Circa seimila dipendenti sono responsabili dei controlli di qualità sui prodotti. La giudice gli ha chiesto se Motarjemi era l’unica dirigente responsabile del settore. “Non lo so”, ha risposto Bulcke.

Danno d’immagine

All’epoca non sembrava che durante l’udienza l’ex amministratore delegato venisse risparmiato. Tuttavia Motarjemi non ha vinto il primo grado: il tribunale federale ha riconosciuto il mobbing nei suoi confronti ma ha respinto tutte le altre accuse. A gennaio però il tribunale cantonale di Vaud ha stabilito che Motarjemi ha diritto a un risarcimento per danni morali e al pagamento dei mancati stipendi della Nestlé. Motarjemi chiede 2,1 milioni di franchi calcolando stipendi persi, spese mediche e processuali.

L’immagine della Nestlé ha subìto un nuovo colpo. È dagli anni settanta che l’azienda è bersagliata. “La Nestlé uccide i bambini”, scrisse in quel periodo un’organizzazione che si occupa di cooperazione allo sviluppo. Varie organizzazioni hanno criticato il gruppo per la pubblicità aggressiva del latte in polvere nei paesi in via di sviluppo.

Biografia

1956 Nasce a Shiraz, in Iran.

1976 Si laurea all’università di Lione.

1990 Diventa ricercatrice sulla sicurezza alimentare all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) .

2000 Viene assunta dalla multinazionale svizzera Nestlé come responsabile della sicurezza alimentare.

2011 Fa causa alla Nestlé dopo che l’azienda l’ha emarginata in seguito alle sue denunce sul mancato rispetto della sicurezza alimentare.


Oggi la Nestlé è la più grande azienda del settore alimentare al mondo. I suoi circa 300mila dipendenti in tutto il mondo hanno realizzato nel 2019 un utile netto di 12,6 miliardi di franchi svizzeri. In molti se la prendono con la Nestlé per i suoi affari da miliardi di dollari con l’acqua imbottigliata, per la deforestazione causata dalla produzione di olio di palma, i rifiuti derivati dagli imballaggi, gli accordi illegali sui prezzi o per i prodotti che fanno male alla salute.

Rifarsi una reputazione: questo aveva in mente la Nestlé quando vent’anni fa corteggiò Yasmine Motarjemi. Fece di tutto per soffiarla all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), arrivando perfino a fare autocritica in una lusinghiera lettera che le inviò: “L’industria deve promuovere meglio e in modo più coerente la sicurezza alimentare. Questo dovrebbe essere il suo obiettivo”, c’era scritto.

All’epoca secondo Motarjemi varie ong attaccavano la multinazionale senza avere alcuna prova concreta. A lei interessava la possibilità di cambiare una multinazionale dall’interno. Quando firmò il contratto, aveva già una carriera lampo alle spalle. Nata e cresciuta in Iran, aveva studiato scienze dell’alimentazione in Francia grazie a una borsa di studio. Poi aveva fatto un dottorato in Svezia e aveva lavorato come consulente in vari paesi, pubblicando libri, tra cui un saggio che aveva vinto diversi premi e un’enciclopedia sulla sicurezza alimentare.

Fase della luna di miele, è così che le grandi aziende chiamano i primi anni dopo l’assunzione. I capi sono innamorati, gli piaci perché sei nuovo. Anche Motarjemi fu accolta così. Le relazioni annuali sul suo operato erano entusiastiche, nei documenti si legge che le sue performance erano “molto al di sopra delle aspettative”.

Ma da un anno all’altro la valutazione cambiò completamente. Il nuovo capo, Roland Stalder, responsabile della qualità, che una volta Motarjemi aveva criticato per la gestione passiva del caso dei biscotti per l’infanzia, scrisse una relazione spietata. Sul banco dei testimoni del processo lui e altri dirigenti hanno dichiarato che Motarjemi era troppo “ossessionata dai dettagli”, “inflessibile e prepotente”, che non era in grado di mettere in pratica la filosofia aziendale.

I documenti del tribunale mostrano che Stalder, da quel momento in poi, le rese la vita difficile: fece in modo che non le arrivassero informazioni, che non fosse invitata a riunioni importanti o che all’improvviso fosse messa in un organigramma tra le segretarie. La umiliava con piccole ripicche. Per esempio cancellava i suoi abbonamenti ai giornali dicendole: “Puoi cercarti le notizie su Google”, come si legge in una delle tante email che lei ha raccolto. In un primo momento Motarjemi chiese aiuto alle risorse umane, poi ai vertici del gruppo. Nel 2010 fu licenziata senza preavviso.

È raro che i conflitti tra le grandi aziende e i loro dipendenti si risolvano in pubblico. Di solito ci si accorda privatamente. La Nestlé ha offerto a Motarjemi una somma a sei cifre, ma lei ha rifiutato. Se sei una madre single di più di cinquant’anni, non lasci il tuo lavoro da un giorno all’altro. Eppure è difficile capire perché un’esperta di alimentazione con ottimi contatti abbia sopportato in quel modo angherie anno dopo anno e non si sia cercata subito un nuovo impiego. A forza di accuse aveva perso la fiducia in se stessa, spiega. Allo stesso tempo era abituata a lavorare duro e a incassare sconfitte. “Sapevo di non aver fatto niente di sbagliato, volevo restare per cercare di risolvere i problemi. Per me era importante che la Nestlé affrontasse la questione della sicurezza alimentare”, spiega.

Quando la Nestlé offrì a Motarjemi un altro incarico, lei disse che lo avrebbe accettato, ma a una sola condizione: riguardo alla sicurezza alimentare le cose avrebbero dovuto cambiare completamente. L’azienda rifiutò. Per Motarjemi era chiaro che ormai doveva fare un altro lavoro: passare informazioni all’esterno, invece che all’interno.

Una lettera al papa

Negli ultimi mesi che trascorse all’interno dell’azienda raccolse materiale incriminante. Tra le altre cose, un video girato nel 2008 durante un corso di formazione per i dipendenti. Ce l’ha ancora salvato nel computer. Nel filmato uno dei suoi ex superiori fa una dichiarazione interessante: “Quando fate le vostre ricerche sui rischi, non perdete tempo con materie prime e residui contaminati. Non sono un vero pericolo nelle nostre fabbriche”. Una dichiarazione discutibile, se si pensa che gli scandali alimentari degli ultimi anni avevano quasi tutti a che fare con materie prime contaminate: per esempio carne di manzo dichiarata carne di cavallo nelle lasagne della Nestlé in Europa, contaminazione dell’olio di girasole con gli oli minerali in Ucraina e grano contaminato in Venezuela.

In Svizzera gli informatori non sono protetti dalla legge. Chi scopre delle irregolarità nella propria azienda rischia la prigione. “Una cosa inaudita”, dice Motarjemi. Quando non accudisce i suoi nipoti o si prende cura dalla madre anziana, invia lettere a politici, amministratori delegati, ong. “Ho scritto perfino al papa”, ride. Di solito non le rispondono. Ora la sua missione è lottare per i diritti degli informatori. “Ci sono stati momenti negli ultimi dieci anni in cui volevo farla finita. Ma poi mi sono detta: no Yasmine, hai ancora del lavoro da fare”. ◆ nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1347 di Internazionale, a pagina 64. Compra questo numero | Abbonati