Ovunque esplodano proteste, si mobilita ormai una sorta di buon senso comune: la contestazione e la disobbedienza vanno bene, ma devono essere civili e non violente, perché la violenza e l’inciviltà sono moralmente sbagliate e strategicamente controproducenti. Ma questa opinione condivisa è stata messa in discussione dagli abitanti di Hong Kong. Si sono scontrati con la polizia, hanno nascosto le loro identità coprendosi il volto, si sono sottratti alla legge e hanno espresso frustrazione e rabbia. Oggi, dopo sette mesi, le proteste continuano a essere molto popolari ed efficaci. E questo non malgrado, ma grazie alle tattiche di disobbedienza “incivile”.
Innescato a febbraio del 2019 da una legge sull’estradizione che avrebbe consentito ai sospettati di un reato di essere processati nella Cina continentale, il movimento si è rapidamente trasformato in una mobilitazione per la democrazia. I partecipanti ribadiscono di aver imparato la lezione, riferendosi al fallimento delle proteste di Occupy central del 2014, note anche come il movimento degli ombrelli.
Sulla scia dei tanti movimenti Occupy esplosi in tutto il mondo dopo la crisi finanziaria del 2008, quelle proteste avevano seguito alla lettera il manuale della disobbedienza civile. I partecipanti avevano cercato di essere pacifici, razionali e non violenti. Avevano occupato le strade principali della città per 79 giorni contro le proposte di riforma del sistema elettorale. Avevano marciato pacificamente e organizzato sit-in davanti alla sede del governo. La protesta era rimasta per tutto il tempo pubblica, non violenta e rispettosa, in altre parole: civile. Nonostante ciò, il governo si era rifiutato di negoziare. Aveva arrestato e punito severamente i leader del movimento, che avevano accettato arresti e punizioni. E con l’occupazione prolungata che bloccava la città, il sostegno popolare, all’inizio molto alto, era gradualmente scemato.
I contestatori di oggi contrappongono alla disobbedienza civile del 2014 la disobbedienza incivile. Non rispettano i vincoli della convivenza civile, cioè agire alla luce del sole, in modo non violento, rispettando la legalità e il decoro, e neanche cercano di farlo. “Siete stati voi a insegnarmi che le proteste pacifiche sono inutili”, ha scritto un manifestante sui muri del parlamento, preso d’assalto a luglio. Da quest’estate a Hong Kong ci sono di continuo scontri violenti con la polizia antisommossa. Stando ai dati ufficiali, finora sono stati usati 16mila candelotti di gas lacrimogeno, ci sono stati più di seimila arresti, la polizia ha usato anche proiettili veri, due persone sono state uccise e migliaia sono state ferite. I “coraggiosi” del movimento, come sono definiti i militanti in prima linea, hanno il compito di scontrarsi con i poliziotti per proteggere la massa dei manifestanti. Hanno eretto barricate, anche con pezzi di marciapiedi divelti, per rallentare i veicoli della polizia.
I “maghi” lanciano molotov e pietre. I “pompieri” neutralizzano i candelotti rilanciandoli verso i poliziotti o coprendoli con un cono stradale per fermare il fumo mentre li neutralizzano con l’acqua. Barricate, catapulte e frecce infuocate rievocano battaglie medievali. Gli scontri più violenti sono stati a novembre, durante un assedio al politecnico universitario durato due settimane. I manifestanti hanno respinto i poliziotti con mattoni, fionde e bombe incendiarie. Altri hanno organizzato operazioni sotto copertura per aiutare gli studenti a scappare dal campus ed evitare l’arresto.
Mascherati e senza leader
Contrariamente alle norme della disobbedienza civile, i contestatori di Hong Kong hanno agito vestendosi di nero e coprendosi volto e capelli con caschi di protezione, occhialini e maschere antigas. Quando la governatrice di Hong Kong Carrie Lam ha invocato poteri speciali per proibire a chi partecipava alle proteste di coprirsi il volto, migliaia di persone sono scese in piazza con una maschera, in aperta sfida al divieto. I manifestanti si sottraggono alla legge, sia alla brutalità della polizia sia agli arresti, e aiutano gli altri a fare lo stesso.
◆ La prima grande manifestazione a Hong Kong risale all’inizio di giugno del 2019, quando centinaia di migliaia di persone hanno sfilato per chiedere il ritiro della proposta di legge sull’estradizione verso la Cina. La protesta si è poi allargata ad altre richieste, tra cui la possibilità di eleggere il parlamento locale.
Il 1 gennaio 2020 un milione di persone è sceso in piazza, e il 19 gennaio la polizia ha disperso con i lacrimogeni un corteo non autorizzato. Secondo un sondaggio di dicembre, tre cittadini di Hong Kong su cinque sostengono i manifestanti. Reuters
Il movimento è chiamato anche rivoluzione dell’acqua, perché ha adottato il motto di Bruce Lee “essere come l’acqua”. I manifestanti s’ispirano all’agilità e all’adattabilità della star del kung fu seguendo quattro princìpi: essere forti come il ghiaccio, fluidi come l’acqua, radunarsi come la rugiada, disperdersi come la foschia. Mentre il movimento del 2014 era per una leadership centralizzata che coordinasse le proteste, la rivoluzione dell’acqua è senza leader: arresti e incarcerazioni non l’hanno ostacolata. L’assenza di capi incoraggia chiunque a contribuire e ha consentito un’organizzazione agile e collettiva. I manifestanti condividono documenti attraverso connessioni bluetooth per promuovere il movimento e pubblicizzare tra i passanti le azioni successive. Il sito Forum Lihkg e le chat sull’app Telegram gli consentono di scambiarsi informazioni sulla posizione della polizia e su quello di cui hanno bisogno (per esempio maschere antigas per la prima linea) e di votare sulle azioni successive: continuare o ritirarsi? I volontari, poi, aiutano a coordinare le decisioni prese sul terreno attraverso walkie-talkie, megafoni e segnali manuali.
Il movimento degli ombrelli ruotava intorno all’occupazione immobile di un luogo. Quello dell’acqua, invece, ha tattiche estremamente mobili e multiformi. Un raduno può trasformarsi in una manifestazione, un corteo può improvvisamente cambiare itinerario. Con i flash mob ad agosto i manifestanti hanno occupato edifici governativi e stazioni della polizia, inondando corridoi, scale mobili e ascensori. Appena il governo chiudeva un edificio, allontanando lo staff, loro si spostavano verso l’obiettivo successivo, come un’onda, “informe, amorfa, come l’acqua”, per citare Bruce Lee. Il risultato delle differenze tra i due movimenti è stato in apparenza inatteso. Occupy central evitava di danneggiare l’economia della città ma alla fine ha perso il sostegno dell’opinione pubblica. La rivoluzione dell’acqua, invece, ha continuato ad avere il sostegno degli abitanti di Hong Kong anche se ha indebolito le attività del governo e i mercati, ha bloccato l’aeroporto internazionale per due giorni e ha incoraggiato scioperi di ampie categorie. Il fatto che si siano evitati sit-in prolungati spiega in parte la diversa risposta dell’opinione pubblica. Ma è anche vero che gli abitanti di Hong Kong hanno continuato a protestare in massa proprio grazie alla scelta del movimento di passare alla disobbedienza incivile.
Questa strategia potrebbe perfino aver ridotto gli ostacoli alla partecipazione: difendendo la folla dalla violenza della polizia, per esempio, i “coraggiosi” potrebbero aver reso gli abitanti di Hong Kong più sicuri e quindi più disposti a partecipare alle proteste. In un sondaggio di dicembre quasi un quinto degli abitanti ha dichiarato di sostenere le azioni violente dei manifestanti. Allo stesso modo, rifiutandosi di agire alla luce del sole e di accettare le conseguenze delle loro azioni illegali, due capisaldi della disobbedienza civile, i manifestanti potrebbero aver favorito la partecipazione, visto che farsi condannare per disordini può significare passare anni in prigione. Molti hanno offerto il loro sostegno agli attivisti. Medici, infermieri e specializzandi per esempio, si sono resi disponibili ad assistere i manifestanti feriti che temono di essere arrestati negli ospedali. L’anonimato e la segretezza sono diventati atti di resistenza contro il potente stato di sorveglianza messo in piedi da Pechino.
Lo stesso vale per il decoro: il movimento mette in pratica quello che aspira a ottenere, in primo luogo la libertà di espressione. Non solo tutti sono incoraggiati a partecipare al processo decisionale, ma sono liberi di dire qualsiasi cosa vogliano con slogan, cartelli e graffiti, molti satirici e volgari. I cosiddetti Lennon wall, pareti coperte da migliaia di post-it che documentano la frustrazione, la rabbia e la speranza dei manifestanti, sono diventati simboli di questa libertà di espressione.
Tutto questo contrasta con l’idea diffusa che la non violenza sia cruciale per il successo dei movimenti di resistenza. La politologa Erica Chenoweth ha scoperto che su 323 campagne di resistenza civile tra il 1900 e il 2006, nessuna di quelle a cui ha partecipato almeno il 3,5 per cento della popolazione ha fallito. Erano tutte non violente. Secondo Chenoweth questo ha facilitato la partecipazione di massa e ha prodotto la diserzione delle forze di sicurezza, un fattore cruciale per il loro successo. Ma, stando all’attivista Kong Tsung-gan, anche se violento il movimento di Hong Kong ha registrato uno sbalorditivo tasso di partecipazione (45 per cento). Alle elezioni amministrative per i consigli distrettuali del 24 novembre il 71 per cento degli elettori si è presentato alle urne, un dato storico, e i candidati filodemocratici hanno conquistato la maggioranza in 17 consigli distrettuali su 18, aggiudicandosi centinaia di seggi prima occupati da candidati vicini a Pechino. Più di un milione di persone ha manifestato il 1 gennaio, nella protesta cittadina più partecipata di sempre.
Ridotti in polvere
Tuttavia il movimento non ha sconfitto la polizia. Il presidente cinese Xi Jinping ha avvertito che qualsiasi tentativo di dividere la Cina concedendo a Hong Kong una vera autonomia finirebbe con “corpi maciullati e ossa ridotte in polvere”. Le forze di sicurezza di Hong Kong, fedeli alla Cina, desiderano sempre schiacciare i manifestanti, definiti “terroristi” e “scarafaggi”. E di recente alcune manifestanti hanno denunciato aggressioni sessuali da parte della polizia. La combinazione di alta partecipazione e sostegno popolare da un lato e forze di sicurezza repressive dall’altro ricorda le lotte di decolonizzazione che, storicamente, sono state in larga misura violente. In questo contesto, chiedere ai manifestanti di essere non violenti e di subire passivamente la brutalità della polizia sembra politicamente e moralmente ottuso. Forse il caso di Hong Kong spingerà gli scienziati sociali a studiare gli effetti della disobbedienza incivile sulla mobilitazione e sul sostegno popolare. Nel frattempo bisognerebbe mettere in discussione gli appelli alla non violenza e alla civiltà. ◆ gim
Candice Delmas è una filosofa e politologa della Northeastern university di Boston.
Ha pubblicato A duty to resist: when
disobedience should be uncivil
(Oxford UP 2018).
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1342 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati