Quest’anno la Cina ha festeggiato il capodanno con un violento scossone. Animato solitamente da grandi migrazioni interne e verso l’estero, il paese è stato quasi paralizzato dall’epidemia.
Con un provvedimento eccezionale, il governo ha esteso il periodo di vacanza per il capodanno, e i funzionari locali l’hanno poi ulteriormente prolungato chiudendo scuole e fabbriche per settimane. Per individuare le persone infette e ridurre la probabilità di contagio, le autorità locali hanno istituito controlli sanitari rigorosi negli spazi pubblici e la quarantena obbligatoria sia per i malati sia per i casi sospetti. L’obiettivo di queste misure è controllare l’epidemia e consentire al paese di riprendere le sue attività in modo ordinato. C’è stato però anche molto disordine: alcune regioni e città hanno chiuso in modo unilaterale le strade nel tentativo di contenere il virus, requisito per rappresaglia le forniture d’emergenza provenienti da altre località, e bloccato i migranti di ritorno dentro le loro case o fuori. Mentre qualcuno su internet ha lodato queste misure estreme ritenendole necessarie a contenere l’epidemia, vale la pena di riflettere sui rischi che possono rappresentare per l’ordine economico e sociale della Cina.
Prendiamo per esempio i blocchi stradali. Il governo centrale ha da tempo proibito alle province di chiudere le strade. Valeva per l’epidemia di Sars di 17 anni fa e vale anche oggi. I blocchi stradali rendono non solo difficile l’accesso delle ambulanze ad alcune zone, ma anche l’uscita a chi è gravemente malato. Allora perché si moltiplicano? L’aumento dei blocchi stradali in tutto il paese riflette la tendenza crescente delle province a pensare solo al loro interesse. Dopo quarant’anni di crescita disuguale, il potere economico e le rendite fiscali delle province cinesi sono profondamente squilibrate. Le regioni ricche lungo la costa hanno i mezzi per gestire surplus fiscali, mentre le aree interne meno sviluppate spesso si affidano ai regolari trasferimenti di denaro dello stato.
Il nuovo modello di distribuzione della ricchezza ha dato origine a varie forme di protezionismo locale. Nel frattempo forse i cittadini cinesi non potranno dire la loro su chi li governa, ma i funzionari sanno di essere responsabili del benessere sociale ed economico di chi vive nei territori sotto la loro giurisdizione e tendono quindi a proteggerne gli interessi, anche a scapito della cooperazione con le altre regioni. Ma molte delle misure attuate in questa fase sono miopi e sconsiderate. Innanzitutto non è detto che serviranno a contenere l’epidemia, dato che è provato che la quarantena non funziona. Inoltre finiranno inevitabilmente per rafforzare le divisioni tra residenti e migranti, una linea di faglia che da tempo attraversa la società cinese.
Diritti e interessi legittimi
Dall’inizio del periodo di “riforme e apertura” avviato da Deng Xiaoping alla fine degli anni settanta, la percentuale di cinesi che vivono nelle aree urbane è passata dal 18 al 60 per cento. Ci sono più di sette milioni di immigrati dalle zone rurali con residenza permanente a Pechino, quasi dieci milioni a Shanghai e altri cinque milioni a Wuhan, l’epicentro dell’epidemia. Spesso discriminati, i migranti sono fondamentali per il funzionamento delle città cinesi. Tra loro ci sono studenti universitari e un enorme numero di impiegati nell’industria e nei servizi. Naturalmente via via che la popolazione delle città aumenta, cresce il rischio di disastri, epidemie comprese. Di fronte a questi rischi però la priorità dev’essere la protezione dei diritti e degli interessi legittimi di tutti gli abitanti, anche se questo complica la risposta all’emergenza.
Le scelte politiche avventate e le tendenze isolazionistiche, inoltre, danneggiano l’economia indebolendo i legami tra i mercati regionali. Nell’economia di oggi, con i suoi alti livelli di divisione del lavoro, le province sono più che mai interconnesse e interdipendenti. Le città cinesi, grandi e piccole, sono collegate dalla più estesa rete ferroviaria ad alta velocità del mondo. L’ampio settore logistico del paese, insieme alle infrastrutture e alle abitudini di consumo dell’era di internet, ha a sua volta aumentato l’integrazione del mercato interno e rafforzato i legami con le economie locali.
Tutto questo per dire che sigillare alcune zone non è mai semplice come sembra. Una grande area metropolitana e centro di scambi globali come Shanghai può anche illudersi di potercela fare da sola, ma dipende comunque in maniera rilevante dal resto del paese. Questo è stato evidente nel 2008, quando una grave tempesta di neve nella Cina meridionale provocò un’impennata dei prezzi delle verdure a Shanghai. L’agricoltura rappresenta meno dell’1 per cento del pil della metropoli, che quindi dipende in modo rilevante dai principali produttori del paese per il suo fabbisogno alimentare. A causa della chiusura delle strade, però, Shanghai si ritrovò all’improvviso a dipendere dalla sua limitatissima produzione locale. Quel mese il comune tagliò i pedaggi per l’accesso alla città nel tentativo di spingere gli agricoltori ad aumentare le spedizioni. Chiudere fuori gli altri significa bloccare se stessi dentro. Le città cinesi non possono funzionare normalmente per periodi prolungati se s’impedisce agli addetti alle consegne e ai migranti di accedervi, se si costringono gli impiegati a lavorare da casa e si proibiscono gli spostamenti di pendolari nella città. La struttura sociale ed economica del paese è molto diversa rispetto all’epoca dell’economia pianificata, quando l’autosufficienza locale era la parola d’ordine. Non possiamo ignorare le conseguenze di quarant’anni di urbanizzazione. Presto più di duecento milioni di lavoratori migranti torneranno nelle città dalle campagne e la gigantesca macchina che è diventata la Cina riprenderà gradualmente a vivere. Quando questo succederà, continueranno a servire appropriate e ragionevoli misure di prevenzione dell’epidemia. Ma non si può ricorrere a misure “intransigenti” che inaspriscono i conflitti tra residenti e migranti, allargano il divario tra la Cina urbana e quella rurale e distruggono il mercato interno. Quando l’epidemia sarà sotto controllo bisognerà ripristinare l’ordine sociale, la solidarietà e la fiducia.
La mobilità della popolazione contribuisce alla diffusione della malattia, ma è anche una fonte di dinamismo sociale. Bisogna trovare un equilibrio tra crescita e stabilità sociale, o rischiamo di perderle entrambe. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1345 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati