L’annuncio fatto il 28 novembre dall’Etiopia, che dice di aver completato l’offensiva militare nella regione ribelle del Tigrai “non significa che il conflitto sia finito”, osserva Filippo Grandi, alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati. E aggiunge che c’è grande preoccupazione per la sorte dei quasi centomila profughi eritrei ospiti nei campi del Tigrai, perché circolano voci che alcuni sarebbero stati rapiti. Se confermate, le violenze sui rifugiati sarebbero una grave violazione del diritto internazionale.

Gli scontri durati un mese tra le forze federali di Addis Abeba e quelle regionali tigrine minacciano di destabilizzare sia l’Etiopia, un pilastro nella strategica regione del Corno d’Africa, sia i paesi vicini. Si parla di un coinvolgimento dell’Eritrea nei combattimenti, ma si tratta di notizie riportate dai profughi etiopi e dai leader del Fronte popolare di liberazione del Tigrai (Tplf), oggi in fuga, e come molte altre informazioni provenienti da questa regione chiusa ai giornalisti non può essere verificata in modo indipendente.

In una rara testimonianza da Mekelle, la capitale del Tigrai, il comitato internazionale della Croce rossa ha fatto sapere che all’ospedale Ayder, uno dei più grandi del nord del paese, non ci sono più sacchi per i cadaveri e l’80 per cento delle persone ricoverate presenta ferite causate da traumi. “L’arrivo dei feriti ha costretto l’ospedale a sospendere altri servizi per fare in modo che tutto il personale e le risorse, di per sé limitate, siano destinati alle emergenze”, ha dichiarato la Croce rossa, secondo la quale in tutto il Tigrai gli ospedali e i centri di cura sono “pericolosamente a corto” di medicinali e forniture per il primo soccorso. Anche le provviste alimentari scarseggiano, una conseguenza del fatto che la regione è stata tagliata fuori dagli aiuti internazionali per quasi un mese. Sempre secondo la Croce rossa, a Mekelle sono arrivati mille eritrei che hanno lasciato i campi vicini al confine con il loro paese d’origine per cercare da mangiare e ottenere qualche forma di aiuto. L’Eritrea, uno dei paesi più autoritari del mondo secondo le organizzazioni di difesa dei diritti umani, non ha risposto alle accuse mosse dai leader tigrini, che denunciano il suo coinvolgimento nel conflitto accanto alle forze del premier etiope Abiy Ahmed.

Invito respinto

La notte del 29 novembre ad Asmara, la capitale eritrea, sono state avvertite sei esplosioni. Il venerdì precedente era stato avvertito un altro “boato, forse uno scoppio”, due settimane dopo che le autorità tigrine avevano confermano di aver sparato missili sulla città. Gli Stati Uniti accusano il Tplf di voler “internazionalizzare” il conflitto, in cui centinaia di persone, civili compresi, sono già rimaste uccise.

Dal momento che le comunicazioni con il Tigrai sono interrotte e l’Onu non ha potuto portare finora aiuti alimentari, si teme che quando saranno ripristinate le comunicazioni emergeranno le prove di atrocità. È stato costretto ad abbandonare la sua casa quasi un milione di persone, 44mila delle quali sono scappate in Sudan. I campi che ospitano 96mila rifugiati eritrei sono sulla linea del fronte.

Ancora prima di dichiarare vittoria, il 28 novembre, Abiy aveva invitato i profughi etiopi a tornare nel paese, promettendo di proteggerli. Tuttavia molti etiopi scappati in Sudan hanno dichiarato che stavano fuggendo dalle violenze delle forze federali etiopi e dagli attacchi provenienti dalla vicina Eritrea. Filippo Grandi aggiunge che i profughi temono possibili rappresaglie e lo scoppio di violenze intercomunitarie, e chiedono garanzie sulla loro incolumità prima di tornare indietro. Le Nazioni Unite hanno chiesto 150 milioni di dollari da destinare agli aiuti per centomila profughi nei prossimi sei mesi. ◆ fsi

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Questo articolo è uscito sul numero 1387 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati