“Fanno tremila dollari per tua moglie, senza i bambini”.
“Tremila dollari per una sola persona? Mi hai preso per Bill Gates?”. Qualche giorno fa Zahi (i nomi sono stati cambiati per motivi di sicurezza), un giovane operatore umanitario siriano con due figli piccoli, ha contattato un trafficante per far passare la sua famiglia dall’altro lato della frontiera turca.
Come lui molti siriani sperano di sfuggire ai bombardamenti del regime e della Russia sua alleata, che conducono un’offensiva senza precedenti nelle regioni di Idlib e di Aleppo. Dopo che nel 2016 il regime aveva riconquistato la città di Aleppo, Zahi era stato costretto a rifugiarsi nella provincia di Idlib. Di fronte al ritorno dei territori ribelli alle forze lealiste, la provincia è diventata la meta di tutti i civili e i combattenti che si rifiutavano di vivere sotto il regime siriano. Ma tutti sapevano che prima o poi Bashar al Assad avrebbe lanciato una grande offensiva per riconquistare questo feudo dell’opposizione, e che sarebbero stati di nuovo costretti a fuggire.
Dal 1 dicembre i bombardamenti e l’avanzata delle forze governative hanno costretto più di novecentomila civili ad abbandonare le loro case. Queste persone hanno lasciato tutto quello che avevano, portando con sé il minimo indispensabile, per evitare una morte certa o la prospettiva di vivere di nuovo nel terrore. Scappano senza sapere dove rifugiarsi. La provincia di Idlib è accerchiata dalle forze del regime e l’unica via di fuga, la frontiera turca, è chiusa e sorvegliata da sentinelle che non esitano a sparare sui disperati decisi a passare a ogni costo. L’Osservatorio siriano per i diritti umani ha calcolato che dal 2011 al 2019 almeno 422 civili siriani sono stati uccisi dalle sentinelle turche, tra cui 76 minori di diciott’anni e 38 donne.
Per sfuggire a questa trappola mortale, Zahi passa in rassegna ogni giorno le offerte dei trafficanti, che da mesi fanno affari d’oro. Nel 2016 un passaggio in Turchia costava meno di cento dollari a persona, oggi ha prezzi esorbitanti. Approfittando della folla ammassata lungo la frontiera, chiusa dal 2018, i trafficanti possono chiedere anche tremila dollari a persona. Per ottenere questa somma, molti non hanno altra scelta che vendere tutto quello che gli resta, indebitarsi o prendere in prestito denaro da amici e parenti.
Ma i problemi non finiscono qui. Il percorso per entrare in Turchia è estremamente difficile e rischioso, perché dal 2015 un muro di cemento lungo più di settecento chilometri, costruito da Ankara, separa i due paesi.
Alla luce del sole
Prendere contatto con i trafficanti di esseri umani è il primo passo per chi vuole raggiungere la Turchia. Nelle regioni ribelli agiscono quasi alla luce del sole. “Basta chiedere a un amico o mettere un annuncio su Facebook per ottenere rapidamente dei numeri di telefono”, assicura Zahi. Fatte le presentazioni su WhatsApp, i trafficanti elencano i loro servizi ai potenziali clienti. “Ci sono varie possibilità”, spiega Tarek, un giornalista di Idlib. “L’opzione meno cara, tra i quattrocento e i seicento dollari a persona, prevede di passare attraverso delle aperture o scalare i muri. Altrimenti, pagando tra i duemila e i tremilacinquecento dollari a persona, si passa direttamente dal valico di frontiera, corrompendo i funzionari turchi”.
◆ Ahlam, coordinatrice del sostegno umanitario dell’ong World vision Syria, attiva nella provincia di Idlib, racconta ad Al Jazeera di aver vissuto nella zona per tutta la guerra, ma di non aver mai visto una situazione disperata come ora: “Le persone dormono in macchina sul ciglio della strada o sotto gli alberi. I bambini stanno letteralmente morendo di freddo”. Di notte le temperature scendono sotto lo zero e le tende sono coperte di neve. Molte persone non hanno niente con cui scaldarsi a parte spazzatura e vestiti vecchi, a volte con conseguenze tragiche. L’11 febbraio, ricorda Al Jazeera, Mustafa, la moglie Amoun, la figlia Huda e la nipotina di tre anni, Hoor, sono stati trovati morti nel villaggio di Killi, intossicati dal monossido di carbonio. Mustafa aveva portato il gas dentro la tenda improvvisata, nel tentativo disperato di riscaldare la famiglia. “Ho visto una donna partorire in macchina per strada”, racconta ancora Ahlam, “gli ospedali sono stati bombardati e non ci sono medici”. A gennaio 53 strutture sanitarie della provincia hanno dovuto chiudere a causa dei raid aerei. Neanche gli accampamenti e le scuole sono al sicuro. Il 25 febbraio almeno venti persone, tra cui nove bambini, sono morti nei bombardamenti.
A quanto pare, il gruppo jihadista Hayat tahrir al Sham (Hts), che controlla la regione di Idlib, impone ai trafficanti una tassa di cinquanta dollari per ogni persona che attraversa illegalmente il confine, con la scusa di regolamentare quest’attività ultraredditizia. “L’Hts sorveglia così la ‘sua’ frontiera e si assicura che non ci siano abusi da parte dei trafficanti, come estorsioni o rapimenti”, prosegue Tarek.
Un trafficante contattato attraverso WhatsApp insiste sull’efficacia dei suoi servizi, assicurando che la strada è sicura, e che i “soldati turchi non spareranno neanche una pallottola”. Per convincerci, ci invia un video dove si vedono circa dieci civili radunati in un appartamento di Kilis, una città turca vicino alla frontiera. Una prova, per le famiglie o gli amici rimasti in Siria, che il gruppo è arrivato a destinazione. Un secondo contrabbandiere contattato si rifiuta di trasportare i neonati. “Le cose vanno sempre peggio alla frontiera. Rischiamo di farci beccare dai soldati turchi al minimo pianto di un bambino”, scrive. Poi però propone un passaggio “speciale bebè” per la modica cifra di 1.600 dollari a persona. “Sono tempi duri. Non ci rimane niente, s’intascano tutto i turchi. Lo so che cinque anni fa costava dieci volte meno, ma i rischi non sono mai stati alti come oggi”.
Ihab, proveniente da Aleppo e sfollato ad Afrin spiega: “All’inizio te la vendono come un’avventura facile, ma una volta passati dall’altro lato della frontiera, il tono cambia, i trafficanti diventano più aggressivi e se ne fregano se qualcuno cade o fatica a camminare”. Nel 2016 Ihab era entrato in Turchia con la moglie e il figlio appena nato, dopo una marcia di varie ore al freddo e nel fango. Ma non essendo riusciti a ottenere un permesso di soggiorno, dopo qualche mese sono dovuti tornare in Siria.
Alcuni trafficanti non esitano ad abbandonare i loro clienti in mezzo al nulla se sospettano solo il minimo pericolo. Qualche mese fa Hamza e sua moglie, all’epoca incinta, hanno camminato ore, fino all’alba, finché la loro guida ha lasciato tra le montagne il gruppo, composto da una trentina di persone. “Alcuni bambini avevano cominciato a piangere e lui aveva avuto paura di farsi arrestare. Da allora viviamo in un campo alla frontiera, in attesa del giorno in cui si presenterà un’altra occasione”, racconta.
Questi episodi sono frequenti. Abu Mansur è fuggito dalla città di Maarat al Numan appena prima che fosse riconquistata dalle forze del regime, alla fine di gennaio. Anche lui, la moglie e tre bambine piccole sono stati piantati in asso, sotto un ulivo, in territorio turco. Subito fermati dai soldati, sono stati rimandati in Siria. Qualche giorno dopo hanno ritentato e ora si trovano in Turchia. “La vera difficoltà ora è non farsi beccare, perché non hanno documenti”, spiega il loro amico Mazen, che è rimasto ad Azaz e dovrà pagare 7.500 dollari ai trafficanti. Dall’estate scorsa la Turchia, che accoglie sul suo territorio più di 3,5 milioni di siriani, è ancora più determinata a intercettare i migranti irregolari.
Pacchetto deluxe
Queste misure non sono riuscite a dissuadere la maggior parte dei profughi. A Gaziantep, nel sud della Turchia, familiari e amici sperano che Karim, sua moglie e i due figli possano raggiungerli presto. Erano arrivati a Kilis insieme ad altre quaranta persone, tra cui diversi bambini, dopo aver scavalcato un muro e divelto il filo spinato. “Ero euforico, sono corso in un ristorante turco per comprare dello shawarma e festeggiare. Pensavo veramente di essermi salvato dall’inferno”, racconta Karim. Qualche ora dopo alcuni agenti dei servizi segreti turchi sono arrivati nella casa del trafficante, probabilmente allertati dai vicini. I siriani sono stati interrogati, insultati e umiliati per ventiquattr’ore e poi sono stati rimandati indietro. Karim si rammarica: “E pensare che il trafficante mi aveva venduto un pacchetto ‘super deluxe’, niente rischi, non troppo cammino nella foresta”.
Karim, un giornalista di Aleppo di 27 anni, ha venduto il computer portatile, la macchina fotografica, la sua auto, quella del padre e alcuni mobili per potersi rifare una vita lontano dalla Siria. Negli ultimi tempi ha vissuto in casa di un amico ad Azaz: “Non ho più fiducia in questi trafficanti, ma non ho altra scelta”, spiega. Nel marzo del 2019 Karim è stato arrestato dai jihadisti dell’Hts, che considerano ostile l’agenzia d’informazione per cui il ragazzo lavorava dal 2015. Grazie ai contatti personali e in cambio della promessa di non lavorare più come giornalista, è stato liberato, dopo 47 giorni. Da allora vive nella paura, braccato dall’Hts, dagli aerei e dai soldati del regime, e dalla polizia turca. Ma è deciso: “Proverò di nuovo a entrare in Turchia”.
Alla frontiera turca sono state organizzate varie manifestazioni. La parola d’ordine è “Abbattiamo il muro”. Sui volantini che pubblicizzano le iniziative c’è scritto: “Non accetteremo di morire in silenzio”. ◆ ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1347 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati