Prima ancora di sederci, Branko Milanović ha un brivido. Si guarda attorno irritato. Nella sala da pranzo in cui ci troviamo, qui ad Amsterdam, c’è un condizionatore che emette un getto costante d’aria fredda. Considerato che fuori ci sono dodici gradi, l’aria condizionata sembra in effetti superflua. Milanović ha una teoria al riguardo: “Il freddo è diventato uno status symbol. La gente lo associa alla freschezza e all’igiene. Io faccio yoga e durante la lezione nessuno ha il coraggio di chiedere se si può alzare il riscaldamento. Socialmente non è accettabile. Chiedere di abbassare la temperatura, invece, sì”. Guardiamo dove si trova l’aria condizionata, aggiunge l’economista serbo-statunitense. In hotel di lusso, ristoranti e aeroporti. “Basta pensare alla quantità di aria condizionata, carburante e carne che l’1 o il 10 per cento della fascia più ricca della popolazione consuma nel mondo per capire che i ricchi sono quelli che contribuiscono di più al cambiamento climatico”, ha scritto in Global inequality, il suo ultimo saggio. Allo stesso tempo, osserva Milanović mettendo in luce l’ipocrisia dell’élite mondiale, è proprio questo gruppo a chiedere d’imporre dei limiti a una crescita che sarebbe “ecologicamente insostenibile” se tutti avessero uno standard di vita come il loro. In questa prospettiva il ronzio del condizionatore che fa da sottofondo alla nostra conversazione diventa più di un lusso superfluo: è il simbolo del divario economico e delle tensioni tra ricchi e poveri. Qualche anno fa Milanović spiegò in un libro, Chi ha e chi non ha. Storie di disuguaglianze (Il Mulino 2014), che le disparità di reddito sono il grande tema socioeconomico della nostra epoca. Nel saggio usa la letteratura per dare un’idea del divario tra ricchi e poveri. Secondo Milanović, Mr. Darcy, il pretendente di Elizabeth Bennet in Orgoglio e pregiudizio, faceva parte dell’1 per cento più ricco, calcolato rispetto agli standard dei suoi tempi. Il conte Vronskij di Anna Karenina, il romanzo di Lev Tolstoj, faceva parte dello 0,1 per cento. Dai tempi in cui questi cavalieri facevano battere il cuore delle signore dell’alta borghesia, il divario tra ricchi e poveri si è ridotto. Appartenendo a quell’1 per cento, Mr. Darcy guadagnava cento volte più dell’inglese medio. Oggi la differenza si è ridotta fino a diciassette volte. Anche la Russia è diventata meno disuguale: Vronskij era 150 volte più ricco della media, mentre oggi l’alta borghesia russa guadagna 6,5 volte lo stipendio medio. Dall’ottocento, quindi, la torta non è solo cresciuta, ma viene anche divisa più equamente. Negli ultimi tempi, però questa tendenza sembra essersi invertita, afferma Milanović. L’automazione e la globalizzazione, con il lavoro che si sposta verso i luoghi dove costa meno, mettono sotto pressione le entrate della classe operaia, lasciandola indietro mentre il reddito dei ricchi continua a crescere.

Forze motrici

Il grande pubblico è ormai abituato a pensare alla disuguaglianza in questi termini. Gli studi di Thomas Piketty hanno dimostrato quali possono essere le conseguenze del capitalismo se non è tenuto a freno: un’élite che accumula e tramanda il capitale diventa sempre più ricca, mentre la grande maggioranza può dirsi fortunata se le sue entrate riescono a tenere il passo dell’inflazione. Ma pochi sanno che Milanović è all’origine di questa presa di coscienza collettiva. La sua recensione del libro di Piketty, Il capitale nel XXI secolo (Bompiani 2014), ha attirato lo sguardo del mondo sul lavoro dell’economista francese.

Roberto Ricciuti, Getty Images

Questo ci dice qualcosa sulla dinamica delle grandi idee. “Nessun esercito al mondo può fermare un’idea quand’è arrivato il suo momento”, scriveva Victor Hugo. Tutto vero, ma prima che arrivi questo momento spesso un’idea vive per anni sotto l’ala di qualcuno che ci crede fermamente, mentre il grande pubblico non ne vuole sapere. Se parliamo di disuguaglianza, Branko Milanović ha avuto questo ruolo di custode di un’idea già negli anni ottanta, quando studiava per il dottorato in Jugoslavia. Qualche anno dopo cominciò a lavorare per la Banca mondiale negli Stati Uniti, dov’è rimasto vent’anni. Qui riuscì ad approfittare di un ambiente di lavoro che permetteva a un ricercatore con un interesse quasi esclusivo per un argomento di proseguire più o meno indisturbato per la sua strada. Bisogna ringraziare in gran parte Milanović se oggi ci sono buone raccolte di dati che permettono di individuare il divario tra i ricchi e i poveri sulla base di fatti inconfutabili.

“C’è voluto molto tempo prima che cominciasse a esserci un vero interesse per la disuguaglianza”, racconta Milanović, visibilmente contento che il personale di sala abbia accolto la sua richiesta di spegnere l’aria condizionata. “Questo è successo perché il tema era interpretato in modo scorretto. Una volta, per esempio, cominciai una ricerca per un gruppo di studio. Quando spiegai cos’avevo intenzione di fare, mi dissero che era tutto molto interessante, ma mi chiesero di sostituire la parola ‘disuguaglianza’ con ‘povertà’. I ricchi sponsor del gruppo di studio avrebbero trovato ‘scomoda’ la parola disuguaglianza, perché suggeriva che si poteva togliere del denaro a qualcuno o che questo non fosse guadagnato. Invece parlando di povertà si poteva stare tranquilli, senza che la legittimità della propria ricchezza fosse messa in discussione”.

Questa zona d’ombra non è tipica solo del sistema liberale capitalistico, aggiunge Milanović. “Quando scrivevo la mia tesi di dottorato, la Jugoslavia era un paese socialista. E anche lì incontrai degli ostacoli quando cominciai a occuparmi di disuguaglianza. Formalmente nel socialismo non esistevano ricchi, il sistema era perfetto e qualsiasi forma di disuguaglianza avrebbe dovuto avere una spiegazione assolutamente logica. In sostanza in Jugoslavia davano la stessa giustificazione del mondo liberale per l’aumento della disuguaglianza registrato negli anni passati: il sistema funziona e quindi anche i suoi risultati sono giustificabili”.

Nel frattempo chi è rimasto indietro si è ribellato a questa argomentazione. La lotta tra chi ha e chi non ha (e soprattutto chi ha di meno) è stata tradotta in politica. Nell’Europa e negli Stati Uniti, per esempio, l’elettorato di candidati populisti come Donald Trump e Marine Le Pen è formato in parte dalla classe che lotta contro i salari stagnanti. Allo stesso tempo parte della popolazione mondiale povera preme ai confini del paradiso occidentale del benessere economico. La combinazione di questi due fattori – un gruppo locale che si sente economicamente precario e i migranti che sperano di poter trovare il benessere altrove – rende estremamente esplosiva la politica di questo momento storico, sottolinea Milanović.

Differenze salariali

L’economista ha comprensione per entrambi i gruppi. Trova logico che gli abitanti delle regioni povere vogliano spostarsi in zone più ricche (“È semplicemente una risposta razionale a grandi differenze salariali”). Ma neanche i voti ai leader populisti di destra lo stupiscono: “Prendiamo le elezioni francesi. Le Pen è popolare nelle piccole città francesi dove il lavoro è sparito. Gli adulti in là con gli anni sono disoccupati, i giovani devono fare i pendolari in una grande città o hanno lavori precari. Nel Mid­west degli Stati Uniti succede lo stesso. Aziende che offrivano lavoro stabile sono state spazzate dal mercato a causa delle importazioni e della produzione spostata all’estero. I lavoratori rimasti devono competere con immigrati che si accontentano di salari più bassi. In questa situazione, ovviamente, si chiedono perché bisogna importare dalla Cina e perché la produzione va via dal paese”.

Biografia

◆ 24 ottobre 1953 Nasce a Parigi, in Francia.◆ 1987 Discute una tesi di dottorato all’università di Belgrado sulle disparità sociali in Jugoslavia.

◆ 1991-2013 È capo economista nel settore ricerca della Banca mondiale.

◆ 2014 Diventa visiting professor al Graduate center della City university di New York.


Secondo Milanović, il capitalismo è entrato in una nuova fase. “È cominciata con il fenomeno descritto da Marx nel 1867 in Il Capitale: una lotta di classe su scala mondiale. Ogni paese capitalista aveva una classe operaia, una borghesia e un piccolo gruppo di capitalisti. La suddivisione socioeconomica superava i confini nazionali. I proletari di paesi diversi erano sulla stessa barca. Per questo motivo Marx profetizzava una rivoluzione operaia internazionale. La rivoluzione non è scoppiata perché dalla fine dell’ottocento i salari degli operai in occidente hanno cominciato a salire rispetto a quelli dei meno fortunati colleghi di paesi più poveri”.

Fu “la nascita del terzo mondo”. Così Milanović definisce il momento storico in cui, in seguito all’espansione coloniale, in occidente tutti diventarono più ricchi mentre crescevano le differenze economiche tra i paesi. Per Milanović il principale pensatore di quel periodo è Frantz Fanon. Nei Dannati della terra, del 1961 (Einaudi 2007), Fanon descrive la sofferenza psicologica ed economica delle popolazioni delle colonie sotto l’imperialismo occidentale. Fanon voleva risvegliare la coscienza di classe di un ceto operaio sfruttato, sperando nell’insurrezione contro la distribuzione ingiusta della ricchezza, questa volta da parte del proletariato coloniale.

Come Marx, Fanon descriveva un’evoluzione che nei fatti aveva superato il suo culmine, conclude Milanović. Intorno al 1970 cominciò l’avanzata dell’oriente nella crescita economica, in particolare per la classe media asiatica. Questo rimescolò le carte. Il posto in cui si nasce è ancora determinante per la posizione che si occuperà nella gerarchia della ricchezza mondiale. “Nazionalità come valore aggiunto”, dice Milanović. “Un vantaggio che ricevi solo perché sei nato in un paese ricco”. Allo stesso tempo, però, questo significa che i perdenti di oggi non si trovano più solo fuori dell’occidente.

Da sapere
L’elefante di Milanović
Percentili della popolazione mondiale in ordine crescente di reddito (Fonte: The Atlantic)

Sull’asse verticale, aumento del reddito reale tra il 1988 e il 2008, percentuale; su quello orizzontale, percentili della popolazione mondiale in ordine crescente di reddito


Milanović riassume questo cambiamento in un grafico, conosciuto come la più significativa rappresentazione degli effetti della globalizzazione. La linea del grafico somiglia a un elefante con la punta della proboscide all’insù. Si ottiene confrontando l’aumento del reddito degli ultimi venticinque anni con la posizione occupata nella distribuzione del reddito mondiale. All’estrema sinistra c’è la coda, che tocca quasi il terreno. È lo strato più basso della popolazione mondiale, la cui situazione di fatto non è cambiata. Segue un’altra curva: la classe media asiatica che, in senso assoluto, guadagna sempre meno di quella occidentale, ma che negli ultimi anni ha conosciuto la crescita più forte, in alcuni casi addirittura del 50 per cento. Poi c’è una parte della proboscide che indica il terreno. Lì si trova la classe media occidentale che, come i gruppi più poveri, ha conosciuto un aumento di reddito molto basso. E infine c’è una percentuale, ridottissima, rappresentata dai ricchi della Terra, i Darcy e i Vronskij di oggi, che come sempre registra una buona crescita. Forma la parte finale della proboscide, quella che va verso l’alto.

Dietro il grafico dell’elefante si nasconde, secondo Milanović, “la rabbia della classe media bianca”. Da un lato sono sorpassati da una nuova classe media e allo stesso tempo vedono una classe di ricchi che si allontana sempre di più. “Il rancore nei confronti dell’élite che procede a vele spiegate è uno dei principali motori della politica. È un malcontento riconducibile alla disuguaglianza crescente”, spiega Milanović. E che ci riporta in parte al mondo di Marx. Oggi c’è un ceto mondiale che dal punto di vista economico si trova sulla stessa barca malferma.

Punti di partenza

Manca un intellettuale che, come Marx e Fanon, traduca la rabbia di chi resta indietro in un manifesto e inciti alla rivoluzione. Milanović non intende ricoprire questo ruolo, ma la sua opera offre sufficienti punti di partenza per un programma politico in grado di tendere la mano agli oppressi di questo momento storico. Parliamo di due gruppi. C’è la classe media occidentale, che secondo lui è stretta in una morsa, perché l’automazione e la globalizzazione minacciano i suoi redditi. Queste persone convivono con una classe ricca e di successo in grado di trasmettere la sua posizione ai figli attraverso le relazioni e l’eredità.

In questo modo, afferma Milanović, il capitalismo è diventato una sorta di casinò dove le opportunità di passare da una classe all’altra sono in genere bassissime. “Chi ha vinto qualche mano perché è nato nella famiglia giusta ha più possibilità di continuare a vincere. Chi ha perso qualche mano probabilmente continuerà a perdere”, dice. Il modello può essere cambiato intervenendo su quella che Milanović chiama “disuguaglianza ereditaria”, cioè la facoltà di trasmettere il patrimonio di generazione in generazione. “In quest’ottica l’idea di tasse di successione più alte non mi sembra irragionevole. Non deve per forza valere anche per i gruppi di reddito più bassi, si può partire, diciamo, da capitali superiori al milione di dollari. È importante anche il segnale che si dà: la tua ricchezza non c’è solo per essere trasmessa alla generazione successiva, ma serve anche a combattere la disuguaglianza attuale”.

Il secondo gruppo di perdenti della globalizzazione su cui Milanović si concentra si trova fuori dei paesi ricchi. In Global inequality l’economista propone di combinare una politica dell’immigrazione più flessibile a più restrizioni nell’ambito dei diritti dei migranti. Il mondo segue ancora in modo troppo rigido la logica binaria della nazionalità: chi ha la fortuna di nascere in un paese ricco o riesce ad arrivarci, gode più o meno di tutti i vantaggi politici ed economici. Questo sistema si scontra con il desiderio dei poveri di trasferirsi in paesi ricchi da un lato e dall’altro con la pretesa che i migranti siano respinti perché fanno concorrenza ai lavoratori locali.

“Un’alternativa a questo modo di pensare è un sistema in cui i migranti ottengono man mano più diritti all’interno del welfare”, dice Milanović. “Un’altra possibilità è quella di ammettere più lavoratori migranti temporanei, senza ventilare la prospettiva di un permesso permanente”. L’economista sostiene anche la possibilità di rendere obbligatori per i migranti periodi di lavoro nel paese d’origine o di sottoporli a una maggiore tassazione, il cui ricavato servirebbe ad aiutare i perdenti della migrazione all’interno e all’esterno dei confini nazionali. Questa differenza di trattamento tra migranti e popolazione locale è preferibile, secondo Milanović, all’attuale stallo nella questione migranti, in cui una parte del mondo tenta di raggiungere un benessere che l’altra parte del mondo difende.

Negli ambienti politici questo tipo di analisi è ancora poco diffuso, ammette Milanović, ma è lì che aspetta pazientemente, come la questione della disuguaglianza: “Il problema di come affrontare le diverse esigenze di chi ha e di chi non ha non può essere risolto nel giro di qualche estate. È il grande problema di questo secolo”. ◆ vf

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Questo articolo è uscito sul numero 1221 di Internazionale, a pagina 70. Compra questo numero | Abbonati