Guardare un film _ jidai-geki _senza capire niente fa parte dei piaceri esotici della traversata. Nel salone centrale la tv trasmette uno di questi sceneggiati storici con samurai, ninja e gente povera. Una parte dei viaggiatori si addormenta, un’altra preferisce gli schermi dei telefonini. Mentre il porto di Nagasaki si allontana, si cominciano a vedere degli isolotti verdeggianti.

Per raggiungere le isole Gotō, un arcipelago a ovest del Kyūshū, una delle quattro isole principali del Giappone, ci vogliono un’ora e 25 minuti con il jetfoil (un aliscafo che “vola” sull’acqua) o poco più di tre ore in traghetto. Un centinaio di chilometri al largo di Nagasaki, 140 isole di varie dimensioni, abitate o deserte, e disseminate nel mar Cinese orientale formano l’avamposto occidentale del Giappone a poche decine di miglia marine dalla Corea, dalla Cina e da Taiwan.

Fukue è l’isola più grande e turistica. Ma tutto è relativo, perché appena ci si lascia alle spalle l’effervescenza del piccolo porto scende la calma

Il nome dell’arcipelago deriva dalle cinque isole più grandi e più popolate: Fukue, Hisaka, Naru, Wakamatsu e Nakadori. Infatti go significa cinque e _ tō_ isola. Su queste isole si rifugiarono per 250 anni i “cristiani nascosti” della prefettura di Nagasaki, tramandarono segretamente la loro fede quando il cristianesimo era vietato, dal seicento all’ottocento.

Nel 1873, dopo l’abolizione del divieto di culto, sui luoghi dove si erano tramandate le credenze degli antenati perseguitati furono costruite decine di chiese per onorarne la memoria. Nel luglio del 2018 sei siti che si trovano sulle isole Gotō sono entrati a far parte del patrimonio mondiale dell’Unesco.

Per secoli questo pezzo di terra cristiana ha resistito in un oceano buddista e shintoista. Ancora oggi il 14 per cento degli abitanti è cattolico, in un paese in cui i cristiani sono meno dell’1 per cento della popolazione. Quest’arcipelago protetto da un mare spesso agitato, attraversato da forti correnti, ricoperto da una natura lussureggiante e poco abitato, è stato preservato dalla confusione della vita moderna. È un paradiso da scoprire in auto (i trasporti pubblici sono poco sviluppati) seguendo le strade scoscese della costa, dove si alternano panorami sui fiordi, sulle montagne dalla vegetazione subtropicale e sulle spiagge di sabbia fina o di roccia vulcanica bagnate da un’acqua turchese.

Armonia religiosa

La visita delle Gotō comincia a Fukue, l’isola più grande e turistica dell’arcipelago. Ma tutto è relativo, perché appena ci si lascia alle spalle l’effervescenza del piccolo porto, cala una calma accompagnata da una certa gravità. Il tempo sembra essersi fermato: lungo la strada principale del paese di Gotō i commercianti di alcuni antichi negozi preferiscono il pallottoliere ai moderni registratori di cassa.

L’isola è dominata dal profilo verde del monte Onidake, un vulcano di 315 metri, e ha varie chiese. La più famosa è quella di Dozaki, costruita nel 1880 e ricostruita nel 1907. I suoi muri di mattoni rossi e l’architettura neogotica ne fanno il primo edificio religioso di stile europeo dell’arcipelago. Nelle chiese ci sono statue arrivate dalla Francia o dall’Italia. All’entrata bisogna togliersi le scarpe secondo l’usanza giapponese. La spiaggia di Takahama –“una delle più belle del paese” dicono i volantini turistici – è meno spettacolare del capo di Osekazi con le scogliere bianche a picco sul mare. Alla sua estremità un faro veglia su questo estremo oriente da dove si vede il tramonto più tardivo del Giappone.

Per raggiungere l’isola di Hisaka, 38 chilometri quadrati dove vivono 350 persone, bisogna partire da Fukue o da Naru, più a nord. In fondo a una baia isolata, un posto chiamato Gorin (“cinque anelli”) trasmette un’impressione di mistero e di malinconia con le sue tre case e i due edifici religiosi a pochi metri dall’acqua. Gorin kyōkai, la chiesa più antica, fu costruita nel 1881 e da fuori somiglia a una casa tradizionale giapponese. L’interno, sobrio, mescola archi a tutto sesto e finestre in legno scorrevoli coperte da vetrate. L’oriente e l’occidente riuniti in un’isola dove i cristiani nascosti e le comunità buddiste hanno vissuto in armonia.

A pochi chilometri, a Royanosako, ci si può raccogliere sul luogo del martirio di più di duecento cristiani imprigionati nel 1868 in soli venti metri quadrati. Durante gli otto mesi di prigionia morirono trentanove persone, tra cui donne e bambini. Introdotto nel 1549 dal missionario gesuita Francesco Saverio, il cristianesimo si diffuse velocemente nella penisola e nelle vicine isole di Kyūshū, il primo punto di contatto delle navi arrivate dalla Spagna o dal Portogallo. Ma a partire dal 1614 cominciò un terribile periodo di repressione nei confronti dei convertiti. Tortura, abiure forzate, obbligo di distruggere le immagini sacre della vergine Maria o di Cristo e di registrarsi ai templi buddisti, distruzione delle chiese: si faceva qualsiasi cosa per costringere i fedeli a rinunciare alla loro fede. Decine di migliaia di cristiani furono uccisi, ma alcuni piccoli gruppi sopravvissero simulando i riti buddisti per non farsi individuare e andarono a vivere in villaggi
isolati.

Informazioni pratiche

◆**Arrivare e muoversi **Un volo a/r da Roma a Ōsaka, con Air China e scalo a Pechino, parte da 680 euro. Da Ōsaka ci sono voli quotidiani per Nagasaki e Fukuoka a partire da circa 175 euro. Da queste due città collegamenti marittimi giornalieri portano all’isola principale dell’arcipelago, Fukue. L’isola è raggiungibile anche in aereo da Nagasaki con voli dell’Oriental air bridge.

Leggere: The Passenger. Giappone (Iperborea 2018). **
◆ **Vedere: Silence, del regista Martin Scorsese, 2016.

Dormire A Gotō, sull’isola di Fukue, il Conne hotel è un albergo a tre stelle che offre la prima colazione. Il prezzo di una camera doppia parte da 80 euro.

La prossima settimana Viaggio a Panamá, nell’arcipelago Bocas de Toro,
per pulire i fondali marini. Ci siete stati?
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A Egami, sull’isola di Naru, la piccola chiesa in legno chiaro e con le imposte blu è entrata a far parte del patrimonio mondiale dell’Unesco. Alla fine del settecento quattro famiglie cristiane si trasferirono qui, sopravvivendo grazie ai prodotti del mare e alla coltivazione della patata dolce. Si racconta che nell’anno in cui fu costruita, il 1917, la stagione della pesca fu particolarmente “miracolosa” e permise di raccogliere i fondi per decorarla.

Il piccolo edificio ha un fascino incredibile: è nascosto nella foresta ma a due passi da una baia, con il pavimento soprelevato per evitare i problemi di umidità e una piccola croce in legno sulla parte posteriore.

Molto commovente è anche il cimitero marino sull’isola di Nakadōri, con le croci dorate scolpite nel granito e il campanile a bulbo della chiesa di Kashiragashima sullo sfondo. Quest’edificio in pietra fu costruito dagli abitanti e terminato nel 1919. Inserita dall’Unesco tra i siti patrimonio dell’umanità, è chiamata “la chiesa dei fiori”: al suo interno una decorazione bianca e blu rappresenta la camelia, il fiore locale da cui si estrae un olio cosmetico famoso in tutto il Giappone. Guardando il mare, immersi in questo paesaggio selvaggio delle “isole remote”, è impossibile non rimanere commossi di fronte alla capacità dei “cristiani nascosti”, i cui discendenti sono sempre più anziani e meno numerosi.

Una ragione in più per scoprire questo Giappone rurale, prima che solo le pietre ne conservino il ricordo. ◆ adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1297 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati