La notizia che il Man Booker international prize 2016 era stato vinto dal romanzo La vegetariana (Chaesikjuuija in coreano) dell’autrice sudcoreana Han Kang è stata accolta con gioia in un paese assetato di riconoscimento internazionale. Pubblicato in Corea del Sud nel 2007, Chaesikjuuija racconta la storia cupa di Yeong-hye, una donna che si rifiuta di mangiare carne e che finisce per convincersi di essere diventata un albero. Nel 2015, tradotto in inglese con il titolo The vegetarian, era stato acclamato da critica e pubblico.

Le recensioni sottolineavano “la prosa espressiva e toccante” del libro definendo la traduzione un “capolavoro”. La traduttrice del romanzo, Deborah Smith, dottoranda di 28 anni alla School of oriental and african studies di Londra, studiava il coreano solo da sei anni. Dopo la vittoria del Man Booker international, la stampa in lingua coreana ha cominciato a fare le pulci all’edizione inglese del romanzo.

Dal braccio al piede

La traduzione ha chiaramente dei difetti. Stando a una ricerca presentata l’anno scorso all’università Ewha womans di Seoul, il 10,9 per cento della prima parte del romanzo è stato tradotto male. Un altro 5,7 per cento del testo originale è stato omesso. E parliamo solo della prima parte. È importante tenere a mente che piccoli errori capitano anche nella migliore delle traduzioni e che estrarre qualche riga accuratamente scelta da un testo originale di circa duecento pagine per raffrontarla, parola per parola, alla sua traduzione è poco significativo, se non del tutto inutile.

In realtà, anche se gli errori di traduzione in The vegetarian sono molti di più di quelli che ci si aspetterebbe, sono quasi tutti privi di conseguenze per la trama. I lettori inglesi potrebbero sorvolare sul fatto che il termine anbang, cioè stanza da letto principale, è reso con living room, salotto. Pochi noteranno che dakdoritang, un piatto di pollo e patate, è confuso con chicken and duck soup, zuppa di pollo e anatra. Poco male. In un caso, però, l’errore ha un peso maggiore. Quando Smith confonde un braccio (pal) con un piede (bal), potrebbe far sembrare sfrontata la protagonista Yeong-hye: “Allungò un piede e chiuse tranquillamente la porta”. Più grave è che Smith confonda i soggetti delle frasi. In molti punti, azioni o dialoghi sono attribuiti ai personaggi sbagliati. Anche se Smith ha dichiarato di esser stata “fedele allo spirito del testo”, questa difesa non regge.

Potrebbe invece reggere per gli abbellimenti al testo. Qui entriamo in un territorio più sfumato. Difficile citare esempi precisi. Comunque una pagina dopo l’altra, Smith inserisce avverbi, superlativi e parole che non ci sono nell’originale. Fin dalla prima riga del romanzo, quando Han scrive che il marito di Yeong-hye ha sempre pensato che sua moglie non fosse “niente di speciale”, Smith la fa diventare “del tutto insignificante in ogni aspetto”. E quando il marito dice che non era pronto a un “cambiamento”, Smith traduce con “sconvolgimento”.

Han Kang (Basso Cannarsa, Luz)

Queste aggiunte o alterazioni, straordinarie nel loro insieme, potrebbero non essere tutta colpa di Smith (“Prenditi più libertà!”, l’aveva esortata la sua editor inglese). Ma sempre in base alla ricerca citata prima, ben il 31,5 per cento della prima parte del testo consiste in abbellimenti della traduzione, che alterano significativamente tono e stile. In coreano le frasi di Han Kang sono asciutte, a volte quasi frammentarie. Al contrario lo stile di Smith è alto, formale, con accenti lirici. Come ha notato qualcuno, la traduzione ha un andamento ottocentesco, che richiama Čechov.

È stravolto anche il modo in cui sono ritratti i personaggi. Smith fa sembrare il marito di Yeong-hye altezzoso, sofisticato e pedante. In realtà è un tipo sciatto e goffo, inconsapevole del suo sessismo e dei suoi pregiudizi. In molti hanno pensato che il personaggio fosse stato del tutto frainteso.

Ma si potrebbe sostenere che la traduzione di Smith abbia avuto tutto questo successo proprio perché ha ravvivato lo stile. Enfatizzando i conflitti e le tensioni, Smith dà maggior rilievo alla narrazione di Han e va incontro ai gusti dei lettori stranieri. La mancanza di personalità e l’ignavia dei personaggi sono un ostacolo per i lettori occidentali della narrativa sudcoreana in cui spesso i protagonisti sono confusi, distaccati, sopraffatti e sballottati dalla vita.

Deborah Smith (Guillem Lopez, Camera Press/Contrasto)

Cho Jae-ryong, professore e critico letterario, sottolinea questo aspetto affermando che Yeong-hye è “passiva e trasognata, oppressa dal sistema patriarcale coreano”, mentre “l’interpretazione scorretta di Smith la ritrae come una persona attiva e razionale”.

Stile occidentale

Ma sono proprio le qualità da “vittima” passiva a rendere indigesta gran parte della narrativa coreana. Agli occidentali piacciono storie di personaggi attivi e razionali, che combattono per superare ostacoli. Nella versione di Smith è quanto meno accentuato l’atteggiamento di sfida di Yeong-hye, nel rifiuto assoluto di mangiare la carne.

Anche far diventare il marito più attivo rende il dramma più interessante. Quando chiede alla moglie perché non vuole fare sesso con lui, l’originale coreano dice semplicemente: “Le chiesi perché”. Smith lo fa diventare: “Decisi di affrontare la questione con lei”. Una sfumatura, ma aumenta la determinazione attribuita a un marito inetto. Questo non significa che Han Kang abbia descritto personaggi stereotipati e catatonici. Smith ha enfatizzato una certa lettura che è comunque presente nell’originale.

In ogni caso in Corea del Sud la cosa non è piaciuta. Così come gli occidentali qui a Seoul si lamentano se la pizza “autentica” contiene condimenti come mirtilli, mais o patate dolci, alcuni critici possono insistere sul fatto che la traduzione inglese non è riuscita a trasmettere le peculiarità della narrativa sudcoreana. E chi legge il coreano non può fare a meno di sentire questa ambivalenza. Soprattutto tra le persone del settore, le reazioni spaziano dal cauto sostegno al fastidio e al disappunto. Quella di The vegetarian non può certo essere considerata una traduzione “da manuale”, come ha suggerito uno studioso, anche se mi verrebbe da dire che sarebbe un ottimo testo da leggere in classe come esempio di scorrevolezza della scrittura, oltre che di necessità di un rigoroso controllo incrociato.

Ma va detto che il talento di Smith con la lingua inglese è innegabile. Ha una dote fuori dal comune che confina con il genio. Anche se The vegetarian non avesse vinto il Man Booker international la sua traduzione sarebbe stata comunque degna di nota.

Inoltre ci ricorda che essere “infedele all’originale” non significa necessariamente “tradirlo”. Invece di accanirsi sui suoi errori, vale la pena di considerare quanto Smith sia riuscita a tradurre bene pur avendo una conoscenza della lingua relativamente recente. E, infine, Smith ha centrato quello che è forse l’obiettivo più importante: ha fatto conoscere un’opera letteraria a un pubblico che altrimenti non avrebbe mai avuto occasione di leggerla. ◆ nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1230 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati