Con passo lento e sicuro, nonostante l’età, Edingwe Moto na Ngenge sale sul ring. Il lottatore congolese più premiato di tutti i tempi è una figura imponente: è alto due metri, pesa più di cento chili, ha la fronte pronunciata, gli occhi penetranti, i capelli con un taglio da moicano e un grande tatuaggio a forma di drago sulla parte sinistra del torace. Il suo soprannome, Moto na Ngenge significa “uomo dal grande potere”. Sul ring si muove avanti e indietro, curvando le spalle. Fa delle smorfie grottesche e provoca gli avversari scatenando l’entusiasmo dei tifosi.
È il gennaio del 2016 a Kinshasa, la capitale dell’immensa e instabile Repubblica Democratica del Congo. Appena un anno prima su “radio marciapiede”, come viene chiamato il passaparola cittadino, girava voce che Edingwe fosse in punto di morte, senza un soldo per pagare le spese del suo lungo soggiorno in ospedale, e che avesse affidato le sue ultime speranze di salvezza all’aiuto di dio.
S’inginocchia accanto allo sfortunato avversario, lo afferra alla cintola e fa il gesto di tirargli fuori l’intestino
Ora, con migliaia di spettatori che riempiono le gradinate dello stadio Tata Raphaël e con le tv locali disposte intorno al ring, che si trova al centro del campo da calcio, Edingwe ha qualcosa da dimostrare. Ma il primo ad attaccare è il suo avversario, conosciuto come Mal à l’aise, “a disagio”. Mal à l’aise prende un serpente morto dalle mani del suo allenatore, a bordo ring, se lo attorciglia intorno al collo per un momento, poi lo afferra stretto con una mano vicino alla testa e l’altra alla fine della coda, e lo agita in maniera plateale verso Edingwe. Per un attimo il grande campione rimane turbato da questa stregoneria, e con gli occhi spalancati per la sorpresa, resta inchiodato sul posto, ondeggiando avanti e indietro come un albero in balìa del vento.
Edingwe però si stanca subito di quella sbruffonata, rompe l’incantesimo e allargando il braccio sinistro invoca gli spiriti dei suoi antenati. I poteri degli antentati fanno inciampare Mal à l’aise, che prima indietreggia e poi va al tappeto, dove rimane fermo paralizzato.
Edingwe s’inginocchia accanto allo sfortunato avversario, lo afferra alla cintola e fa il gesto di tirargli fuori l’intestino, che sembra un lungo elastico rosa. Tiene le budella sollevate e poi se le infila in bocca. Mentre le mangia, il sangue scorre dagli angoli della bocca fino al torace. Un ministro del governo seduto accanto al ring sviene. Mal à l’aise, anche lui privo di sensi, viene coperto e trasportato via. Edingwe viene accompagnato fuori dall’arena, prima che i sostenitori dell’avversario possano vendicarsi. In pochi minuti è tutto finito.
Dalla strada alla tv
L’irripetibile e popolare lotta libera congolese, che somiglia al wrestling professionistico statunitense, si è diffusa tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta. In quel periodo il giovane Kele Kele Lituka diventò il primo lottatore professionista del paese, oltre che una figura di riferimento capace di sconfiggere il campione europeo Claude Leron e il famoso lottatore statunitense El Greco. Lituka batteva gli avversari occidentali usando tecniche di lotta che in realtà erano molto più antiche della scuola statunitense.
Queste teniche contenevano elementi di uno stile tradizionale congolese chiamato libanda, che secondo gli esperti si era diffuso in Brasile secoli prima attraverso gli schiavi dell’antico regno del Congo e in seguito era diventato la base della capoeira.
Alcuni elementi degli incontri di lotta libera congolese vengono inscenati per scopi drammatici, ma gli organizzatori congolesi, come hanno fatto per tanto tempo i loro colleghi statunitensi, hanno a lungo sostenuto che era tutto vero. “Fin dai primi tempi dell’urbanizzazione, a Kinshasa ci sono stati combattimenti in strada”, racconta Katrien Pype, professoressa di antropologia culturale africana all’università di Birmingham, negli Stati Uniti, e a quella cattolica di Lovanio, in Belgio.
Negli anni cinquanta, quando questa parte dell’Africa centrale era ancora una colonia belga, si diffuse uno stile di combattimento chiamato mukumbusu. Ispirandosi ai movimenti dei gorilla e integrando stili di combattimento europei e africani, il mukumbusu era una “reazione alle arti marziali introdotte dai colonialisti”, spiega la professoressa.
Alla fine degli anni settanta, un lottatore spaccone di una famiglia povera del quartiere operaio di Matete, a Kinshasa, salì su un ring per la prima volta. Noto attaccabrighe a scuola, dove metteva le mani addosso perfino agli insegnanti, Edingwe, il cui vero nome è Edmond Ngwe Mapima, era già un pugile promettente. Presto avrebbe lasciato un segno indelebile nella lotta libera congolese, introducendo in questo sport elementi della magia e della stregoneria nota come fétiche, i cui seguaci sono chiamati féticheurs.
Il fétiche è la base su cui è stata costruita la variante congolese contemporanea della lotta libera. Attingendo alle superstizioni locali e alla diffusa credenza nella magia tradizionale, nel misticismo e nel mondo degli spiriti, la conoscenza del fétiche ha dato a Edingwe un vantaggio insormontabile sugli avversari. Caroline Six, in un articolo del 2015 uscito sul sito del fotografo francese Gwenn Dubourthoumieu, ha scritto: “Spesso il successo di un lottatore in Congo non si basa sulla forza, la tecnica o lo stile, ma sulla sua capacità di convincere le persone dei suoi poteri di stregoneria”. Edingwe è l’incarnazione perfetta di questo concetto.
L’unico rimpianto
Mobutu Sese Seko, lo stravagante, corrotto e spietato dittatore che ha guidato il Congo – da lui rinominato Zaire – per più di trent’anni, fino alla morte nel 1997, era un appassionato di lotta libera. Fece di questo sport il fulcro di quella che Katrien Pype definisce la “politica dell’autenticità”: le presunte pratiche culturali occidentali erano condannate e vietate, mentre veniva promossa una visione africana del senso di appartenenza congolese.
“All’epoca di Mobutu, la lotta era lo sport nazionale. C’era un grande sostegno economico. Lo stato organizzava eventi e tornei”, racconta Pype. Per la prima volta la lotta congolese veniva anche trasmessa in tutto il paese dalla televisione. Così Edingwe diventò la più grande icona di questo sport, tanto temuta quanto rispettata. Ma questo era molto tempo fa.
Quando a Matete piove molto, come succede quasi tutti i giorni in Congo durante la stagione delle piogge, i labirinti di strade e vicoli senza asfalto, dove le automobili non possono passare, diventano rapidamente dei ruscelli rossastri pieni di spazzatura e di escrementi. In questi momenti la zona, famosa per essere sovrappopolata e malfamata, è stranamente calma. Gruppetti di ragazzi si ritrovano fuori dai chioschi che vendono sigarette, bibite e casalinghi, cercando riparo sotto le lamiere che sporgono sopra l’ingresso. A parte loro, le strade sono deserte.
Dietro un’ampia porta di metallo rosso, di fronte a uno di questi chioschi, Edingwe siede silenzioso insieme ad alcuni amici e familiari su alcune sedie di plastica rosa, mentre alcuni operai con abiti logori lavorano rumorosamente per coprire con lastre di metallo le travi scoperte del tetto. Un vento leggero entra dalla finestra accanto a loro.
Edingwe non sa quanti anni ha, ma ne dimostra quasi sessanta. Spera che un giorno questo edificio servirà sia da nuova casa per la sua famiglia sia da adeguato testamento a una gloriosa carriera di lottatore. Con la sua parlata lenta e profonda, il grande campione dice: “Il mio unico rimpianto è che i miei genitori siano morti poveri quando ero ancora troppo giovane. Vorrei che fossero ancora vivi e potessero vedere tutto questo quando sarà finito”. Edingwe non ha più fatto un combattimento dai tempi del famoso sbudellamento di Mal à l’aise nel gennaio del 2016. Alcuni giorni dopo, un sito di notizie congolese famoso per il suo sensazionalismo ha scritto che, grazie a una rapida visita in ospedale e al tempio locale, Mal à l’aise era miracolosamente sopravvissuto all’estrazione dell’intestino, anche se aveva ancora qualche fastidio allo stomaco.
La crisi della lotta
Secondo radio marciapiede, nonostante il ritorno sulla scena, Edingwe continua ad avere problemi economici e per pagare le bollette ogni tanto è costretto a fare l’informatore della polizia a Matete, dove usa i suoi poteri magici per localizzare i presunti criminali.
Il giornalista congolese Francis Mbala racconta che la lotta libera è stata messa in crisi dallo stallo politico che ha colpito il paese nel dicembre del 2016, quando l’odiato presidente Joseph Kabila si è rifiutato di dimettersi alla fine del secondo mandato presidenziale, violando la costituzione. Kinshasa e l’intero paese sono stati trascinati in un nuovo periodo d’incertezza che ha indebolito l’economia. Alle sporadiche proteste lo stato ha risposto con la violenza, provocando la morte di molti manifestanti.
Nel frattempo nelle province di Kivu, nell’est del paese, sono riemersi alcuni gruppi armati, mentre una sanguinosa guerriglia tra l’esercito e i ribelli antigovernativi ha provocato almeno tremila morti, con gravi violazioni dei diritti umani da entrambe le parti. Più di un milione di persone è stato costretto ad abbandonare la propria casa.
Sembra stanco. Fatica a salire l’unico scalino che lo porta al fabbricato e deve appoggiarsi al muro
“A causa dell’attuale crisi economica e politica, mancano gli sponsor per la lotta libera”, dice Mbala. Le istituzioni e le federazioni di lotta ufficiali “a Kinshasa praticamente non esistono più”, aggiunge. I grandi eventi di lotta sono diventati, inevitabilmente, meno frequenti. Ma Katrien Pype sostiene che i problemi della lotta congolese nascono prima della crisi: “All’epoca di Mobutu la lotta era lo sport nazionale ma sfortunatamente per i lottatori, il governo attuale non ha capito quello che questo sport potrebbe significare per l’identità nazionale. Il dittatore aveva investito molto di più nella promozione della cultura congolese”.
Secondo Pype la lotta libera rimane un elemento importante della vita quotidiana dei kinois, gli abitanti di Kinshasa, soprattutto per i giovani dei quartieri operai come quello di Matete. Per molti di loro i lottatori rappresentano un modello di riferimento, e sono anche il simbolo di come sia possibile fare successo anche se si proviene da una famiglia povera.
Edingwe ha una spiegazione più semplice sul motivo per cui non combatte più da tanto tempo: in questo momento non c’è nessuno alla sua altezza. Non è ancora pronto ad annunciare il ritiro ma ha già grandi speranze sul primo figlio, che ha 33 anni, vive e combatte in Belgio, ed è noto come “il piccolo Edingwe”.
“I poteri che ho ereditato da mio nonno, che era a sua volta un lottatore, saranno gradualmente trasferiti a mio figlio”, dice Edingwe. “Dio non ha dato a nessun altro questi poteri. Quando mio figlio sarà abbastanza forte, smetterò di combattere”. Altri campioni dell’epoca di Edingwe sono d’accordo sul fatto che la prossima generazione di grandi lottatori debba ancora nascere a Kinshasa. Mwimba Makiese, soprannominato Texas, è convinto che la mancanza di finanziamenti abbia spinto i giovani della classe operaia di Kinshasa verso il mondo violento dei combattimenti di strada, dove almeno possono diventare famosi a livello locale.
Come Edingwe, anche Makiese, che nella sua carriera sostiene di aver vinto 646 incontri su 650, pensa di ritirarsi presto. Una scelta che potenzialmente renderebbe ancora più grave il declino di questo sport. Da tempo in Congo Makiese è il principale sostenitore del cosiddetto stile “classico” della lotta statunitense. Spesso si è scagliato pubblicamente contro la lotta fétiche, che secondo lui ha alimentato un’immagine sempre più negativa e fa sembrare i lottatori dei “delinquenti”.
Makiese sta allenando due giovani lottatori, nella speranza che possano raccogliere la sua eredità e il suo stile di “lotta pulita e tecnica”, come lo definisce lui. Molto famoso sia per il successo sul ring sia per il fatto di essere il primo lottatore albino in Congo, Makiese è anche un filantropo: ha creato una fondazione per la popolazione albina di Kinshasa, che è perseguitata e ostracizzata. I soldi guadagnati da Makiese con i combattimenti gli hanno permesso di creare la fondazione, ma negli ultimi tempi ha dovuto trovare altri mezzi per mantenerla. Per questo oggi gestisce un piccolo negozio con la moglie.
“Prima potevo vivere solo con la lotta. Ho costruito la mia casa coi soldi guadagnati con la lotta. Ho fatto studiare i miei figli con il denaro guadagnato con la lotta. Oggi le cose sono cambiate”, racconta Makiese, “ma sono come un camaleonte. Trovo sempre il modo di adattarmi”.
Un sorriso sottile
Nel quartiere di Matete, invece, Edingwe sembra meno disposto ad adattarsi. La lotta, dopo tutto, è la sua vocazione. È convinto che fosse nel suo destino e che solo lui possa salvare il wrestling congolese dalla crisi. Sembra che voglia dimostrarlo, quando dal piccolo edificio principale che si trova dietro al fabbricato va a prendere la sua uniforme da lottatore, fatta di calzini alti, stivaletti con lacci e pantaloncini neri sintetici e aderenti.
Quando torna, Edingwe sembra stanco. Fatica a salire l’unico scalino che lo porta al fabbricato e, per farlo, deve appoggiarsi al muro. Respira in modo affannoso, mentre si siede lentamente sulla sedia dove un giovane parente lo aiuta ad allacciarsi gli stivaletti. È difficile immaginare che poco più di un anno fa il lottatore si pavoneggiava con aria di sfida sul ring, di fronte agli ammiratori adoranti, mentre si preparava a tirare fuori le budella di Mal à l’aise e a mettersele in bocca.
Appena indossa il suo completo però Edingwe si trasforma. La schiena si raddrizza, le spalle si sollevano. Con le gambe leggermente divaricate, tira alcuni pugni al rallentatore, prima a sinistra e poi a destra, fa una serie di smorfie e le vene del collo cominciano a pulsare. Due delle figlie di Edingwe non riescono a trattenere il riso davanti a questo spettacolo. Facendo finta di essere aggressivo, Edingwe ordina alle ragazze di raggiungerlo e di mettersi in piedi al suo fianco, quindi mette a entrambe un braccio intorno alle spalle.
Al cospetto del corpo imponente di Edingwe, le ragazze diventano improvvisamente timide e non lo guardano neanche negli occhi. Senza che se ne accorgano, sul volto del padre spunta un sorriso sottile. Per un breve istante, Edingwe abbassa la guardia. ◆ ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1234 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati