“Vi ricordate quando le riviste andavano di moda?”. In Il diavolo veste Prada 2 questa domanda retorica e impertinente di Emily (Emily Blunt) sintetizza alla perfezione lo stato in cui si trova oggi il giornalismo. Il declino dei magazine è alla base della trama del sequel del fortunato titolo del 2006.

Nel film la moda è un pretesto per affrontare lo stato dei mezzi d’informazione, in caduta libera tra licenziamenti e l’intelligenza artificiale, oltre che sempre più dipendenti dai capitali dell’industria tecnologica e dai capricci dei suoi miliardari. La fantasia su carta patinata del film originale è un lontano ricordo. Nel sequel Meryl Streep (Miranda), Stanley Tucci (Nigel), Emily Blunt (Emily) e Anne Hathaway (Andy) cercano di superare la tempesta.

Non fraintendetemi, non è un film deprimente, ma la sceneggiatrice Aline Brosh McKenna non aveva intenzione di rivisitare la storia senza soffermarsi sul cambiamento che ha travolto il mondo delle riviste di moda.

“Mi è sembrato che i personaggi stessero vivendo la stessa crisi esistenziale che affrontiamo a Holly­wood, con una pressione enorme per fare soldi in tutti i modi”, spiega McKenna, 58 anni, sceneggiatrice anche del primo film. “D’altronde è una commedia, e nelle commedie le crisi sono molto utili”.

Il regista David Frankel è ancora più diretto. “Credo che il destino toccato ai giornalisti sia orribile”, rivela Frankel, 67 anni, figlio di un direttore del New York Times. “Il mio film vuole regalare un po’ di sollievo dalla dura realtà del mondo in cui viviamo, ma penso che l’intrattenimento migliore debba mescolare la leggerezza con un intento serio. Oggi il giornalismo è in pessime condizioni. Viviamo in un paese in cui il primo emendamento della costituzione è sotto attacco. È normale essere preoccupati”.

Il pubblico ha apprezzato la miscela. Il diavolo veste Prada 2 ha incassato 240 milioni di dollari nel fine settimana di apertura, per poi superare rapidamente anche gli incassi del primo film.

Giorni felici

Laura Brown, ex direttrice editoriale di InStyle con un passato ad Harper’s Bazaar e W, ha vissuto in prima persona i cambiamenti che hanno colpito il mondo delle riviste di moda. Secondo lei il sequel ha colto nel segno. Lo scambio di battute in cui Miranda ed Emily barattano le pagine pubblicitarie di Dior con un articolo di colore su Runway, la rivista diretta dal personaggio interpretato da Meryl Streep, a Brown è sembrato un déjà-vu. “Quella dinamica non mi è mai piaciuta”, spiega Brown, 51 anni, coautrice del libro del 2025 All the cool girls get fired insieme all’ex direttrice di Wsj Magazine Kristina O’Neill. Anche le scene che mostrano le misure adottate dai vertici aziendali per ridurre i costi sono molto realistiche. “Ci sono almeno otto libri su Condé Nast scritti da uomini che rimpiangono i giorni felici. Una realtà che oggi non esiste più”, osserva Brown.

Il diavolo veste Prada 2 (20th Century Fox)

Per rendere tutto più realistico gli autori del film hanno fatto ricorso a molti cameo. Così McKenna ha stilato una “gigantesca” lista dei desideri con nomi di celebrità del mondo dello sport, della moda, dello spettacolo e anche del giornalismo. I più evidenti sono quelli di Lady Gaga e Donatella Versace, ma i veri giornalisti sparsi in tutto il film gli danno credibilità, soprattutto nell’ambiente. Tina Brown, Kara Swisher, Jia Tolentino e Molly Jong-Fast sono tra le invitate a un ricevimento pomeridiano nell’elegante casa di Miranda negli Hamptons.

“Sono contenta che il film abbia spiegato la situazione dando il giusto riconoscimento alle persone che hanno fatto molto per i giornali e le riviste”, spiega Jong-Fast, 47 anni, analista di Msnbc e conduttrice del podcast Fast politics. “E poi illustra bene il modo in cui l’industria tecnologica ha di fatto ucciso le riviste”.

Già, la tecnologia. Nel film il “nemico” è impersonato da Benji Barnes (Justin Theroux), miliardario rozzo e minaccioso che cerca di comprare Runway per regalarlo alla sua nuova fidanzata, che poi è Emily. Anche se McKenna ha scritto Prada 2 prima che circolasse la voce secondo cui Jeff Bezos era interessato a comprare Condé Nast (l’editore di Vogue), il parallelo con la realtà è evidente. Benji, una specie di Bezos con una spruzzata di Elon Musk, è una figura familiare per Kara Swisher, veterana del giornalismo tecnologico, oltre che conduttrice dei podcast Pivot e On with Kara Swisher.

“Justin è riuscito a cogliere l’essenza di tutto ciò che non va in queste persone: l’indifferenza, le risate improvvise per cose che non sono divertenti, la mancanza di rispetto e le tendenze distruttive”, spiega Swisher, 63 anni. “Per loro non c’è differenza tra il video di un gatto che gioca con una palla e un articolo di giornalismo investigativo scritto da Julie K. Brown”.

Non si torna indietro

Amelia Dimoldenberg, presentatrice, produttrice e autrice, aveva 12 anni quando ha visto Il diavolo veste Prada, film che l’ha spinta a studiare giornalismo di moda. Dimoldenberg ricorda che prima di laurearsi, nel 2017, i suoi insegnanti l’avevano criticata perché per il suo progetto finale voleva creare un video anziché una rivista. “Gli ho risposto: ‘Adoro le riviste stampate, sono cresciuta leggendole. Ma in questo momento mi sembra che tutto stia passando al video’”, racconta.

Dimoldenberg, 32 anni, si è data molto da fare per comparire nel film. “Mi sarebbe bastata anche un’inquadratura di spalle”, sorride. Alla fine ha ottenuto di più e scambia alcune battute con Theroux.

Essendo entrata nel mondo dei magazine nei primi anni duemila – da giovane reporter sono stata sul set di Il diavolo veste Prada – il tema della morte del giornalismo mi ha colpito molto. A proposito dell’evoluzione (o involuzione) dei media, il film è più realistico di quanto abbia bisogno di essere, una scelta che conferisce alla storia una notevole profondità. L’inquadratura finale dall’alto che mostra Miranda, Nigel e Andy indaffarati nei loro uffici (secondo McKenna un omaggio all’ultima scena di Una donna in carriera) mi ha fatto provare una forte nostalgia per i giorni gloriosi delle riviste, ma mi ha anche ricordato che tornare indietro è impossibile. In quella scena, dopotutto, i personaggi stanno semplicemente approfittando di una tregua.

In definitiva, dietro le battute taglienti e gli abiti lussuosi, Il diavolo veste Prada 2 è una lettera d’amore per il giornalismo e per chi lo fa.

“Alla fine avevo gli occhi lucidi. Perché nonostante tutti i cambiamenti, i protagonisti del film amano ancora profondamente quello che fanno”, conclude Laura Brown. “Un film su un settore così cinico, alla fine, di cinico ha molto poco”. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1666 di Internazionale, a pagina 81. Compra questo numero | Abbonati