Ci sono due motivi per non definire Giampaolo Pansa uno storico fascista. Il primo è che lui non era fascista, era solo un autore che scriveva libri ammirati dai fascisti. Il secondo è che non era uno storico, nel senso di una persona che studia criticamente le fonti storiche, ma solo un giornalista polemico che cercava di modificare il dibattito pubblico sulla seconda guerra mondiale. È morto il 12 gennaio, dopo aver fatto molto per raggiungere il suo obiettivo. Da giovane aveva studiato storia e dopo aver lavorato per anni per giornali come la Stampa, la Repubblica e l’Espresso, nei primi anni duemila cominciò a raccontare la resistenza italiana in chiave revisionista. Propagandata attraverso una serie spesso ripetitiva (ma che vendeva bene) di saggi e romanzi, questa narrazione sosteneva che i partiti antifascisti, e in particolare il Partito comunista italiano (Pci), avevano istituzionalizzato i loro miti mettendo a tacere chiunque osasse contestare la loro autorità.
Il punto di vista di Pansa era tendenzioso, perché in realtà nessuno aveva messo a tacere storici come Renzo De Felice. Ma nel clima culturale del berlusconismo, questo stratagemma gli permise di “rivelare” presunti crimini antifascisti tenuti nascosti: dagli stupri commessi dai partigiani alle esecuzioni in massa di fascisti. Nei suoi scritti, le storie dei fascisti “sconfitti” si mescolavano con quelle delle vittime innocenti della presunta vendetta dei comunisti. Ma nonostante il numero di queste vittime crescesse a ogni nuovo racconto, le prove di casi concreti rimanevano ostinatamente scarse.
In realtà i libri di Pansa non presentavano nessuna nuova prova o nuovo ragionamento, ma riprendevano vecchi temi cari agli anticomunisti (spesso tratti dalle memorie e dalle storie pubblicate dagli stessi fascisti, che lui usava come fonti). Nell’immediato dopoguerra il sistema poliziesco e giudiziario italiano, in gran parte non epurato, aveva processato diversi ex partigiani per crimini contro la proprietà e le persone; solo nel 1960, dopo il duro confronto per decidere se far entrare un partito neofascista come il Movimento sociale italiano (Msi) nella maggioranza di governo, si era affermata una “visione antifascista condivisa”. Ma Pansa scriveva in un periodo in cui questo cordone sanitario era crollato. Una volta dissolto il Partito comunista italiano (Pci) nel 1991, e con gli altri principali partiti dell’epoca della resistenza decimati dagli scandali per corruzione, una nuova destra che aveva preso coraggio dichiarò guerra alla “repubblica nata dalla resistenza” e ai suoi miti fondativi. Quando Berlusconi consentì ai postfascisti di entrare al governo, le opere di Pansa colsero lo spirito del tempo, denunciando i “pregiudizi antifascisti” che i principali partiti della repubblica avevano a lungo sfruttato per affermare la loro superiorità morale.
Usava espressioni come “si dice” e “ho sentito dire, ma non ho le prove”
Il ritorno dell’estrema destra
La fine della Prima repubblica, nata nel 1946, fu un periodo di rinascita dell’estrema destra. Nel 1994 l’ingresso del Movimento sociale nella coalizione di governo di Silvio Berlusconi consentì a politici di quel partito come Gianfranco Fini e Gianni Alemanno di crearsi un’immagine rispettabile simile a quella del Partito popolare spagnolo, creato dagli ex franchisti. Pochi anni prima Fini si era definito un “fascista del duemila”, e intendeva liberarsi del bagaglio ideologico del regime di Benito Mussolini.
Pansa non era un uomo di destra, il relatore della sua tesi di laurea era stato lo storico di sinistra Guido Quazza, e in genere lavorava per editori della sinistra non comunista. Nei tributi che gli sono stati dedicati dopo la morte molti lo hanno definito una persona scomoda che sfidava i dogmi, compresi quelli della sinistra, da lui accusata di collaborare con Silvio Berlusconi. Tuttavia, le sue opere sugli “sconfitti” della seconda guerra mondiale erano già l’espressione del cambiamento culturale espresso dal berlusconismo. Nel clima intriso di antipolitica alimentato da Berlusconi, che denunciava l’ipocrisia della sinistra, Pansa negava anche la superiorità morale della resistenza, e accusava gli storici, definiti “gendarmi della memoria”, di difendere “l’unico resoconto autorizzato del conflitto che aveva insanguinato l’Italia”. La sua non era una ricerca dell’obiettività accademica: da Il sangue dei vinti (una “conversazione” con un bibliotecario immaginario) al romanzato Eia Eia Alalà, Pansa smentì tutta la letteratura storica sull’argomento. Recitava abilmente la parte di chi vuole dare l’impressione di sfidare i codici segreti della politica. In poche parole, era un provocatore, il cui scopo era suscitare l’indignazione della sinistra per poi accusarla di non voler riconoscere i propri crimini. Questo messaggio alimentò l’autoflagellazione di ex comunisti, come l’ex presidente della repubblica Giorgio Napolitano, che cercarono di affermare le loro credenziali liberali ripetendo meccanicamente le accuse di presunte ambizioni totalitariste lanciate contro il Pci durante la guerra fredda.
Nello stesso spirito, i suoi “colpi giornalistici” si basavano essenzialmente su vecchi resoconti di fascisti come Giorgio Pisanò (autore di un libro pubblicato nel 1992 sul Triangolo della morte in Emilia, dove sosteneva che i partigiani avessero condotto rappresaglie contro i fascisti). Pansa prendeva come incontestabili queste fonti che gli storici di sinistra avevano scelto di ignorare. E come ha scritto Gino Candreva, quando non aveva a disposizione neanche fonti di questo tipo, allora usava espressioni come “si dice” e “ho sentito dire, ma non ho le prove”. In realtà, nessuno aveva “messo a tacere” gli sconfitti della seconda guerra mondiale: semplicemente la pubblicistica commemorativa neofascista aveva suscitato scarso interesse. Spinti dalla rinascita dell’estrema destra negli anni novanta, ci furono comunque dei veri storici che produssero utili studi, come L’altra memoria (1999) di Francesco Germinario. Nel 1997 perfino la Rai trasmise un documentario radiofonico su ottanta reduci dell’esercito mussoliniano intitolato La voce degli sconfitti.
Nei suoi interventi Pansa, che sfruttava il suo prestigio come giornalista, non si prendeva la briga di mettere in discussione il modo in cui i fascisti raccontavano la loro storia. Perfino i meno pentiti di loro si appropriarono subito dei suoi slogan. La storica Ilenia Rossini cita il caso del leader di Forza nuova Roberto Fiore, che in un’intervista televisiva del 2008 sottolineava la necessità di superare la divisione tra “fascisti e antifascisti” e, congratulandosi con Pansa per il suo “sano revisionismo storico”, sosteneva che l’Italia stava cominciando ad avere un atteggiamento più distaccato nei confronti di quel periodo. Fiore aveva i suoi buoni motivi per incoraggiare quell’approccio più “equilibrato”. Fin dal 1945 i nostalgici della repubblica di Salò avevano cercato di presentare quella vicenda in termini eroici, nonostante i suoi crimini e la sconfitta. Come spiega Germinario, la letteratura neofascista del dopoguerra tendeva a unire il vittimismo al tentativo di depoliticizzare l’esperienza di Salò. Dipingendola come puramente “patriottica”, sostenendo che Mussolini non era antisemita e descrivendo i suoi soldati come ligi al dovere nonostante la certezza della sconfitta, cercava di umanizzarla. Con la fine della guerra fredda i vecchi fascisti fecero un voltafaccia anche peggiore di quello di personaggi come Fiore. Nel caso di un dirigente dell’Msi come Gianfranco Fini, il voltafaccia assunse addirittura la forma di un ingresso nel centro liberale, mentre per Gianni Alemanno – sindaco di Roma dal 2008 al 2013 – si tradusse in un passaggio al centrodestra, legato in modo più informale ai camerati neofascisti. Il collante di questo legame era l’anticomunismo, sostenuto dalle continue accuse anche nei confronti dei semplici progressisti di essere “stalinisti” o “rossi” e dalla relativizzazione dell’era mussoliniana.
L’operazione di Pansa, che mirava a provocare la sinistra, era simile a quella degli attuali storici revisionisti del blocco orientale, che mettono sullo stesso piano fascisti e comunisti. Come la mozione del parlamento europeo del 2019 che condanna i “totalitarismi gemelli” – riducendo i monumenti e le organizzazioni antifascisti a semplici espressioni dello “stalinismo” – la demonizzazione della sinistra umanizza e normalizza le forze genocide che aveva combattuto e sconfitto. Dalla Polonia alla Bulgaria, i governi di estrema destra e i loro storici di corte stanno rinfocolando i nazionalismi dei loro paesi, dipingendo i regimi tra le due guerre come immuni dal nazismo e vittime del comunismo. Dopo la fine del Pci, Pansa rappresentò l’Italia nello stesso modo: una vittima del predominio culturale comunista che adesso bisognava interrompere. In molti necrologi di Pansa si è detto che non bisogna parlare male di chi è morto. Ma il problema di Pansa è che ha parlato troppo bene dei morti. Di quelli sbagliati. ◆ bt
**David Broder **è uno storico britannico
ed è redattore europeo di Jacobin.
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Questo articolo è uscito sul numero 1342 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati