Èil successo televisivo globale che ha trascinato il pubblico nel caotico edonismo della Germania degli anni venti del novecento, drammatizzando ambiziosamente la bellezza e la fragilità di un sistema democratico appena costruito. Eppure nei tredici anni in cui gli autori hanno sviluppato la storia di Babylon Berlin, le democrazie moderne – dagli Stati Uniti all’Ungheria, fino alla Corea del Sud – hanno subìto pressioni che i creatori della serie non avrebbero mai immaginato.
All’uscita della quinta e ultima stagione, che culminerà con l’ascesa al potere di Adolf Hitler, la Germania, dopo le elezioni regionali tedesche del 6 settembre, affronta una delle prove più difficili per l’ordine post-bellico. Anche se gli autori di Babylon Berlin ribadiscono che si tratta solo di una coincidenza, la tempistica si sposa benissimo con una produzione che, nonostante sia ambientata oltre un secolo fa, durante la Repubblica di Weimar, ha sempre dato l’inquietante impressione di essere profetica.
Dentro il vulcano
L’ineluttabile conclusione della trama incombe ormai sui personaggi di questo poliziesco a tinte noir, con le sue sontuose scenografie storiche e la sensazione costante di una sciagura imminente.
“Non è più una danza sull’orlo del vulcano”, spiega l’attrice protagonista Liv Lisa Fries usando un modo di dire tedesco per indicare l’esplosione delle avanguardie culturali e della liberazione sessuale degli anni venti che precedette la drammatica svolta verso il fascismo. “Ormai siamo dentro il vulcano”.
Fries interpreta Charlotte Ritter, coraggiosa eroina della classe operaia che da un lavoro di segretaria e dalla prostituzione negli ambienti della criminalità riesce a farsi strada fino a diventare la prima donna detective nella storia della polizia di Berlino.
Il coprotagonista Volker Bruch è Gereon Rath, un veterano traumatizzato della prima guerra mondiale le cui peripezie attraverso le ferite profonde della sua epoca ricordano l’Odissea, il blockbuster di Christoper Nolan che ha dominato l’estate cinematografica.
Tuttavia il parallelo più calzante è proprio con la Germania del 2026. Alternative für Deutschland (Afd), partito di estrema destra anticostituzionale fondato proprio nel periodo in cui Babylon Berlin muoveva i primi passi, ha addirittura superato le aspettative.
In un contesto in cui la democrazia tedesca affronta un test del genere, Bruch capisce perché molti tendano a trovare “paralleli” politici con Babylon Berlin, ma non accetta i paragoni troppo semplicistici, citando un vecchio proverbio: “La storia non si ripete per filo e per segno, fa rima”.
Durante la produzione, i confini sfumati tra vita e arte hanno assunto dimensioni spesso surreali.
La terza stagione, per esempio, è stata girata parzialmente all’interno della neo-barocca villa Adlon, la stessa che nel novembre 2023 ha ospitato un incontro segreto tra i dirigenti dell’Afd e alcuni neonazisti per discutere un piano di “remigrazione” nel caso in cui il partito avesse conquistato il potere. La quinta stagione racconta invece la nomina di Hitler come cancelliere del Reich, proprio mentre scompare una cartella clinica che getta nuova luce sui suoi trascorsi come soldato durante la prima guerra mondiale.
Anche se l’epilogo della serie è sempre stato scontato, chi guarda _Babylon Berlin _spera fino alla fine che la storia prenda un’altra direzione. Questo pathos ha trasformato un sofisticato poliziesco in qualcosa di più toccante e forse più durevole.
Con le sue circa cinquanta ore, la serie (basata in parte sui romanzi di Volker Kutscher) ha contribuito alla crescita della tv di qualità in Europa.
“Ai tempi in cui tutto è cominciato, una cosa simile era quasi impensabile”, sottolinea Scott Roxborough, capo dell’ufficio europeo della rivista Hollywood Reporter. Babylon Berlin _è stata il prodotto di “un’epoca pionieristica”, un periodo in cui la Germania era disposta a investire enormi risorse per colmare il divario con le fortunate serie statunitensi e britanniche come _Breaking bad _o _The crown. “Penso che oggi sarebbe impossibile fare qualcosa di simile, a meno che Apple o Netflix non decidano di finanziare tutto”, un’eventualità che secondo Roxborough è altamente improbabile, soprattutto da quando i giganti dello streaming hanno adottato un approccio prudente concentrandosi sui profitti.
Catturare lo spirito del tempo
_Babylon Berlin _ha raggiunto il pubblico di tutto il mondo – 140 paesi, all’ultima conta – con la sua analisi delle fragilità intrinseche di una società vibrante. “Il segreto del successo della serie nel catturare lo spirito del tempo non è la sua capacità di rispecchiare il presente, non credo affatto che sia così”, sottolinea uno dei tre creatori, Tom Tykwer.
Semmai il pubblico è stato attirato dalla “forza trasformativa” della Berlino degli anni venti, in cui un governo debole e una società turbolenta crearono uno spazio per le donne, i gay e gli immigrati con la possibilità di riscrivere le regole.
“Questa tendenza ha creato fioriture incredibili, positive e bellissime, ma dato che tutto era completamente sperimentale il castello è crollato quasi subito”, spiega Tykwer. “Abbiamo esplorato temi universali derivanti dal fatto che i sistemi politici sono incentrati sulle persone e di conseguenza sono sempre a rischio. E sarà sempre così”.
Tykwer ha collaborato alla composizione di gran parte della colonna sonora, compreso l’ossessivo tema To ashes, to dust. La quinta stagione include un’interpretazione di Zaho de Sagazan, stella della _neo-chanson _francese.
Per il gran finale, Tykwer e i suoi collaboratori hanno resuscitato anche l’inno queer del 1920 Das Lila lied, con il suo ritornello trascinante: “Wir sind nun einmal anders als die andern” (Noi siamo diversi dagli altri).
La canzone risuona in un locale notturno frequentato da travestiti e agenti omosessuali in uniforme delle Sa (i paramilitari di Hitler), un mix sorprendente che secondo i produttori non era insolito prima che la repressione nazista si abbattesse sulla comunità lgbt+.
Mentre Tykwer s’irrigidisce all’idea che la serie dovrebbe mandare un “messaggio” ai tedeschi, il suo collega Henk Handloegten è orgoglioso di avere “toccato un nervo scoperto”. “Penso che abbiamo preso una posizione politica chiara, anche nella stagione finale, e credo fosse assolutamente necessario”, spiega Handloegten, aggiungendo di essere stato “profondamente motivato” dagli attacchi contro la democrazia che avvengono in molti paesi dove la loro serie è apprezzata. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1684 di Internazionale, a pagina 74. Compra questo numero | Abbonati