Una cava abbandonata nella Cina sudoccidentale ha donato agli scienziati un portale per l’età della pietra. Grazie al tesoro di fossili e manufatti rinvenuti nel sito è stato possibile avere per la prima volta un quadro più completo della vita e delle abilità dei misteriosi umani antichi detti denisovani.
Dalle evidenze è emerso che costruivano utensili ossei simili a quelli dei parenti neandertaliani. Gli oggetti indicano inoltre che i denisovani, presenti nel sito per almeno 30mila anni, forse addirittura 120mila, erano provetti cacciatori di cervidi. Non esistono infatti siti altrettanto ricchi di testimonianze di comportamenti e tecnologie, per un periodo così prolungato, collegati a loro.
“Questo sito è un pacchetto completo”, dice Ben Marwick, archeologo dell’università di Washington a Seattle non coinvolto nello studio. “È il primo che rivela un periodo così lungo e ricco associato unicamente a questa popolazione”, spiega.
I denisovani sono stati descritti per la prima volta nel 2010, quando i ricercatori hanno sequenziato il materiale genetico dell’osso di un dito rinvenuto nella grotta di Denisova, in Siberia, scoprendo che il dna non coincideva con quello di nessun’altra specie umana nota.
Da allora le proteine antiche, che resistono meglio del dna antico, si sono dimostrate le più affidabili per l’identificazione dei resti dei denisovani. Le mandibole trovate sull’altopiano del Tibet e nei sedimenti ripescati dallo stretto di Taiwan hanno esteso a sud e a est della Siberia il territorio che abitavano. E nel 2025 gli scienziati hanno finalmente dato un volto alla popolazione estinta con la conferma che un cranio trovato vicino a Harbin, nella Cina nordorientale, apparteneva a un denisovano.
Nel 2019 gli addetti al ripristino ecologico di una cava nella provincia cinese sudoccidentale dello Yunnan si sono imbattuti in ossa e utensili di pietra, e poi gli scienziati hanno esumato migliaia di oggetti dalla grotta di Bianfu. Un’analisi delle proteine dei campioni ha rivelato che cinque frammenti di ossa appartenevano ai denisovani: due cunei ricurvi di cranio, un tratto di osso di avambraccio e due denti.
Qiaomei Fu, paleogenetista dell’Istituto di paleontologia dei vertebrati e di paleoantropologia di Pechino che ha coordinato lo studio delle proteine, spiega che i fossili sono stati scoperti in due strati diversi di sedimenti. I resti indicano che questo popolo arcaico ha vissuto nella zona per un periodo prolungato tra i 167mila e i 134mila anni fa.
Incroci possibili
Secondo Fu la presenza dei denisovani a Bianfu è significativa anche perché, rispetto ai siti precedenti, è più vicina alle zone in cui è possibile che si siano mescolati agli umani moderni. Alcuni degli umani moderni con la più alta percentuale di dna denisovano nei genomi, frutto di antichi incontri, si trovano a Papua Nuova Guinea e nelle isole vicine.
Un articolo preliminare pubblicato ad agosto, relativo a un altro studio, aggiunge informazioni sull’anatomia denisovana: il femore rinvenuto nello stretto di Taiwan presenta alcune somiglianze con i femori degli umani moderni. Dall’aspetto “lo avrei attribuito a un umano moderno”, commenta il paleoantropologo dell’università canadese di Toronto Bence Viola, “quindi è fantastico sapere che non è così grazie alla proteomica”. Il femore e la tibia trovati indicano che almeno alcuni denisovani erano massicci: alti 180-190 centimetri con un peso di 80-90 chili.
Oltre agli utensili ossei, i ricercatori della grotta di Bianfu hanno trovato diversi strumenti di pietra, tra cui raschietti e piccole asce, da strati che risalgono a un periodo tra i 190mila e i 70mila anni fa. E dai resti di mammiferi di medie e grandi dimensioni si evince che i denisovani erano ottimi cacciatori. Alcune ossa animali mostrano inoltre tracce di macellazione ed estrazione del midollo. Ora i ricercatori sperano di trovare del dna in grado di chiarire se i denisovani siano stati gli unici umani a vivere lì. ◆ sdf
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1683 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati