Lo stadio di San Siro di Milano è una delle grandi meraviglie del calcio. Il fascino dell’impianto è legato non solo all’atmosfera che si respira durante le partite – in particolare durante il derby della Madonnina, quando si scontrano Milan e Inter, che considerano San Siro casa loro – ma anche all’incredibile spettacolo offerto dall’architettura, dopo la partita, quando i tifosi che scendono dagli enormi cilindri di cemento creano un impressionante effetto ottico: sembra che siano i cilindri a girare mentre gli spettatori restano fermi. Il derby della Madonnina prende il nome dalla statua dorata della Vergine in cima al Duomo di Milano. Lo stadio di San Siro è molto più grande dell’imponente cattedrale gotica. Le due strutture, insieme al Teatro alla Scala, formano una sorta di trinità dei monumenti più amati dai milanesi. A differenza degli altri due, San Siro sembra destinato alla demolizione. Sia il Milan sia l’Inter appartengono a due fondi d’investimento statunitensi (rispettivamente RedBird capital partners e Oaktree capital management) che nel 2025 hanno unito le forze e comprato lo stadio dal comune di Milano per 197 milioni di euro, con l’intenzione di costruirne uno nuovo. Quando ad aprile di quest’anno l’ho visitato, intorno a me c’era silenzio. Lo stadio incombeva sulla città come un mostro di cemento, con le sue rampe a spirale e le travi rosse che ricordano dei giocattoli.
Struttura inadatta
Secondo i compratori, lo stadio – inaugurato nel 1926, ampliato nel 1955 e con l’aspetto attuale dal 199o – non è un impianto adatto al calcio di oggi. Con una capienza di quasi 76mila posti, è uno dei più grandi in Europa, ma diversamente da altri stadi moderni, come l’Emirates stadium, dell’Arsenal, o il Tottenham Hotspur stadium di Londra, offre pochissimi negozi, punti di ristoro e ancor meno servizi per i vip. Ed è proprio questo il problema. Oggi il calcio è un’industria “estrattiva” incentrata non sui tifosi ma sul denaro e sugli interessi delle grandi aziende. Gli introiti legati alla vendita dei biglietti sono irrisori rispetto a quelli garantiti dai diritti televisivi o dal merchandising. Lo stadio è diventato soprattutto un set, uno sfondo in cui i tifosi hanno l’impressione di essere presenti solo per fornire un’atmosfera rumorosa a beneficio dei telespettatori. Eppure San Siro rimane un luogo speciale.
La distruzione di qualsiasi edificio che racchiude così tanti ricordi è problematica
Originariamente era stato progettato in stile britannico, con le gradinate che arrivano fino al campo e senza una pista d’atletica. Per questo risulta allo stesso tempo intimo e scenografico. I legami con il Regno Unito non si limitano al disegno della struttura: il Milan è stato fondato nel 1899 (con il nome di Milan foot-ball and cricket club) da Herbert Kilpin, ideatore anche della divisa a strisce rosse e nere. Kilpin, originario di Nottingham, all’epoca lavorava nell’industria tessile a Milano (a Torino la Juventus cominciò giocare indossando i colori del Notts County, squadra di Nottingham, dopo aver ricevuto una fornitura dal club, e ancora oggi i suoi giocatori indossano la maglia a strisce bianche e nere).
San Siro, il cui nome ufficiale è Stadio Giuseppe Meazza, è stato ristrutturato l’ultima volta per i mondiali di calcio del 1990, quando gli architetti Giancarlo Ragazzi ed Enrico Hoffer, insieme all’ingegnere Leo Finzi, completarono la forma attuale dell’impianto con le grandi torri cilindriche che sostengono il terzo anello. Il livello superiore sembra sporgere sul campo ed è quello con la capienza maggiore e la vista migliore (inclusa una vista panoramica sulla città). Le ampie curve creano un effetto simile a quello di un anfiteatro romano. In cima a tutto c’è una griglia d’acciaio che tiene un tetto sorretto da quattro massicce capriate rosse che si protendono a sbalzo oltre il perimetro dell’impianto, evocando i templi giapponesi. Non esiste uno stadio simile nel mondo del calcio e non solo. Oltre al fatto che la distruzione di qualsiasi edificio che racchiude così tanti ricordi per così tante persone è intrinsecamente problematica, è inaccettabile l’argomentazione offerta dalla proprietà, secondo cui il nuovo stadio progettato dagli specialisti di stadi Foster + Partners e Manica sarebbe migliore in quanto più sostenibile. L’edificio più sostenibile è quasi sempre quello già esistente, specie se costruito con tanto cemento come questo. Il sospetto è che il vero motivo per demolire e ricostruire lo stadio sia la necessità di settori vip. A San Siro manca la sfilza di ristoranti di lusso e palchi esclusivi tipica dei grandi stadi britannici e statunitensi (anche se ne ha un discreto numero). Inoltre i regolamenti Uefa per poter ospitare le partite di alto livello sono molto rigorosi riguardo alle strutture per spettatori ricchi. Al momento San Siro è una rarità: è uno stadio profondamente democratico. È indubbio, poi, che gran parte delle strutture richieste potrebbero essere incorporate nell’impianto esistente, anche a costo di ridurre la capienza, visto che il nuovo stadio avrebbe 72mila posti a sedere, meno di quelli attuali, nonostante la forte richiesta di biglietti. Inoltre intorno a San Siro c’è un’ampia area, appartenuta al comune. La vendita ha attirato l’attenzione della guardia di finanza, che a marzo di quest’anno ha perquisito gli uffici comunali di Milano sospettando delle irregolarità finanziarie.
Secondo Pier Paolo Tamburelli, architetto, professore universitario e tifoso di calcio, uno degli aspetti più sorprendenti di San Siro è la sua strana assenza di celebrità. Ma è un edificio davvero moderno, e l’eventuale stadio che verrà dopo non lo potrà mai essere in questo modo. “San Siro non è un prodotto d’autore”, ha scritto Tamburelli. “I suoi architetti non erano né famosi né particolarmente autorevoli. Nessuno di loro figura nel pantheon di maestri milanesi venerati qui e nel mondo. Forse il motivo è che San Siro è un monumento moderno, anzi, modernista.
È una struttura dedicata esclusivamente a una singola funzione, eppure avvolta all’interno di un monumento antico, cresciuto nel corso delle generazioni come una cattedrale o una fortezza. San Siro incarna sia un concetto di monumento storico – come struttura esplicitamente legata a una comunità attraverso i vari capitoli della sua storia – sia un concetto moderno di architettura, in cui lo spettacolo può essere vissuto solo interagendo con gli spazi che lo definiscono”. È facile provare nostalgia, in particolare quando si parla di strutture che incarnano così tante emozioni e un forte legame affettivo. Inoltre una distruzione di questa portata è anche fuori moda. È un modo di procedere superato che non rientra in un clima in cui la sostenibilità non riguarda solo le emissioni di carbonio, ma anche l’eredità: la preservazione della memoria e della cultura incarnate in un edificio. Il patrimonio della classe operaia è spesso meno valorizzato rispetto ad altre forme di cultura, e in questo senso la demolizione di San Siro sancirebbe l’incapacità di riconoscere l’architettura moderna del calcio come espressione culturale.
Un rullo compressore
Nel consiglio comunale e tra i tifosi l’opposizione al progetto di demolizione è forte e supera i confini della città. L’idea dell’abbattimento sembra sia nata anche dalla volontà di neutralizzare i piani della commissione regionale per il patrimonio culturale della Lombardia per ottenere lo status di monumento protetto per le rampe del secondo anello, risalenti agli anni cinquanta, che di fatto avrebbe fatto saltare il progetto delle due società di calcio. I consiglieri comunali di Fratelli d’Italia, all’opposizione, hanno chiesto l’annullamento della vendita alla luce dei sospetti di irregolarità nelle gare d’appalto e chiesto le dimissioni del sindaco Giuseppe Sala. Parlando a margine di un evento pubblico organizzato a Milano ad aprile scorso, Sala, che in precedenza aveva negato ogni addebito, ha dichiarato che la richiesta dell’opposizione “non porterà a nulla”, aggiungendo che l’amministrazione comunale non ha alcuna intenzione di annullare la vendita.
Il calcio globale è un rullo compressore che travolge tutto ciò che incontra lungo il suo cammino pur di fare profitto. A volte, però, si scontra contro un monumento troppo invalicabile. Che San Siro sia uno di questi? ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1667 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati