Il trasferimento a Shanghai non ha lasciato indifferente Adam. Il ragazzo di 22 anni è tornato a vivere con i suoi genitori dopo quindici anni passati in campagna con i nonni. I pomfi e le macchie rosse sulle sue braccia si sono estese al petto e alle gambe. Sua madre gli mette pomate e prepara infusi con le erbe mandate dalla nonna, ma nulla sembra funzionare. Neanche il dottore sa fare una diagnosi. In Cina in questi casi si ricorre all’artiglieria pesante: per tre mattine il medico somministra a Adam una flebo di antibiotici. Se non funziona, proveranno un’altra cura.
L’artiglieria pesante in Cina non è più così pesante: anche per un semplice raffreddore viene prescritta una terapia. In fondo gli antibiotici costano poco e funzionano quasi sempre. Nel 2010 la Cina ha usato dieci miliardi di dosi di antibiotici contro i sei miliardi abbondanti degli Stati Uniti. Significa che i medici hanno prescritto antibiotici al 22 per cento dei pazienti. Per quelli ricoverati in ospedale la quota saliva al 68,9 per cento.
Solo che i batteri sono abituati ai farmaci e hanno trovato modo di sopravvivere, così gli antibiotici non funzionano più.
“È una crisi internazionale”, dice il professor Xiao Yonghong, specialista della materia. “Nel al 2050 in Asia occidentale moriranno 473 milioni di persone all’anno per infezioni provocate da batteri resistenti agli antibiotici”, avverte.
“La mancanza d’informazioni dai paesi a basso e medio reddito fa sì che non conosciamo con precisione le dimensioni del fenomeno, ma è chiaro che abbiamo un problema”, spiega Marc Sprenger, direttore del dipartimento dell’Organizzazione mondiale della sanità contro la resistenza agli antibiotici. “Il nodo del problema è in Africa e in Asia. I paesi con un sistema sanitario debole avranno le difficoltà maggiori”.
Xiao guida la battaglia in Cina. Ha stilato un piano d’azione per fare in modo, tra le altre cose, che i medici siano più cauti nella prescrizione di antibiotici.Dal 2010 la preparazione di medici e farmacisti è migliorata, vengono formati più microbiologi e le regole sulle prescrizioni sono diventate più severe. Ma l’economia tiene vivo il pericolo.
Il dottor Yao, nel paesino di Xincheng, ha una clinica di tre stanze. Dietro alle listelle di plastica che fungono da porta c’è un bancone dove il dottore vende le medicine. Accanto, ci sono uno stanzino che funge da studio e una sala d’aspetto con tre persone sedute. Un liquido marrone filtra dalle flebo. La penicillina dovrebbe dare sollievo, dice una donna con lo sguardo acquoso. “L’influenza non vuole saperne di passare”, sospira. Il fatto che i medici di famiglia, che in campagna sono anche farmacisti, abbiano un tornaconto se prescrivono un antibiotico è un problema in tutta la Cina.Negli ospedali solo un decimo della spesa sanitaria è coperto dal governo, il resto è a carico delle strutture. La nuova regola che proibisce di aggiungere un supplemento ai medicinali mette fine alla tentazione di venderne il più possibile, ma non è chiaro come faranno le autorità a controllare che questa legge sia rispettata nei villaggi più sperduti.
Altre vie
Gli antibiotici, in ogni caso, arrivano all’organismo anche tramite altri canali. La Cina è il paese che usa più antibiotici negli allevamenti: 16mila tonnellate all’annoche potrebbero diventare 34mila nel 2030, molto più delle dieci tonnellate degli Stati Uniti. I residui degli antibiotici finiscono nella carne e, attraverso il letame, nelle falde acquifere.Nel 2013 tra il bestiame è comparso un batterio resistente alla colistina, un antibiotico molto usato negli allevamenti. Di recente il governo di Pechino ha deciso di vietarne l’uso sugli animali e non è chiaro per quanto ancora il farmaco sarà efficace sull’uomo (per i suoi effetti collaterali, la colistina è comunque poco impiegata).
La Cina non è l’unico paese a dover affrpntare il problema dell’uso degli antibiotici negli allevamenti. Ma è l’unico in cui si producono tutte le sostanze di base degli antibiotici e in cui c’è poco controllo sul trattamento delle sostanze di scarto. Eppure gli esperti sono relativamente ottimisti. Se non altro le autorità cinesi corrono ai ripari. E se i grandi ospedali cambieranno politica, anche le cliniche come quella del dottor Yao li seguiranno. Adam non è riuscito ad ambientarsi a Shanghai, si è ritrasferito dai nonni. E lo sfogo cutaneo è scomparso come la neve al sole. ◆ vf
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Questo articolo è uscito sul numero 1244 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati