Norbert Bus, lo skipper ungherese di un’imbarcazione per il whale watching (avvistamento dei cetacei), vuole sapere cosa succederebbe se travolgesse una persona nel mar glaciale Artico. Più precisamente, quali sarebbero le conseguenze legali. “Chi sarà ritenuto responsabile? Io?”, chiede durante un incontro pubblico a Skjervøy, una cittadina di neanche 2.500 abitanti nell’estremo nord della Norvegia.

Il whale watching è una novità piuttosto recente a Skjervøy. In poco tempo si è passati dall’assenza di operatori alla folla di persone che oggi pomeriggio riempie la sala municipale: tour operator, guide, agenti di polizia e della guardia costiera, funzionari comunali e il sindaco. Il direttore regionale per il turismo, Georg Sichelschmidt, saluta in inglese per farsi capire anche dalle imprese e dagli equipaggi non norvegesi. Guarda la sala, sorpreso: “Non pensavo ci sarebbe stata tanta gente”.

La scena merita di essere descritta con l’espressione “stretti come sardine”, perché è un piccolo pesce argentato ad aver originato il caos che ha portato alla convocazione di quest’assemblea. Qualche anno fa le aringhe sono emigrate nelle acque di Skjervøy, le balene le hanno seguite e gli esseri umani hanno seguito entrambe le specie, per ragioni diverse. Questa storia comincia a circa cento chilometri di distanza in linea d’aria verso sudovest, a Tromsø, la città più grande del nord della Norvegia. Nel 2011 le aringhe sono arrivate nelle sue acque, con centinaia di megattere e orche alle calcagna. Una bella sorpresa per i funzionari dell’ente del turismo. Anche se la Norvegia ha una linea di costa estremamente frastagliata e lunga quanto il 70 per cento della circonferenza terrestre, all’epoca aveva una sola destinazione per il whale watching e pochissime regole per trattenere gli yacht di lusso, i catamarani, i vecchi pescherecci, i kayak, le golette straniere, le imbarcazioni da ricerca, i gommoni e perfino i singoli nuotatori che ogni giorno andavano dietro le balene.

Notizie allarmanti

L’incontro al municipio di Skjervøy è un tentativo di cambiare il modo in cui si osservano i cetacei nel paese. Lo skipper Bus, che guida un gommone, non riceve una risposta precisa alla sua domanda sulle conseguenze legali. Non gli viene neppure chiesto di chiarire perché sia preoccupato di travolgere qualcuno a 70° di latitudine nord – 386 chilometri sopra il circolo polare artico – dove l’eccessivo traffico d’imbarcazioni, e di nuotatori, è raramente un problema. Ma gli altri skipper presenti condividono il suo stato d’animo.

Una settimana prima della riunione, all’inizio della stagione di whale watching del 2021, è stato pubblicato un post allarmante su Facebook in cui si parlava di 120 turisti all’inseguimento di una settantina di orche e di una megattera solitaria. La notizia aveva messo in subbuglio la comunità: alcuni turisti si dedicavano allo snorkeling e le barche – tagliando la strada alle balene e ad altri scafi – facevano a gara per ottenere la visuale migliore sui cetacei che mangiavano delle aringhe. Ma nessuno era stato sanzionato.

Regole imprevedibili

Fino a quel momento in Norvegia le imbarcazioni potevano seguire i cetacei per vederli meglio. In altri paesi è vietato, e si rischiano conseguenze: in Canada, per esempio, lo stesso comportamento può portare a una multa da 12mila dollari canadesi (più di 8.300 euro).

Nel mondo le regole sul whale watching non sono coerenti. Una balena potrebbe definirle imprevedibili. Nelle isole Azzorre, un arcipelago al largo del Portogallo da cui passano alcune delle megattere di Tromsø, un sistema di licenze limita il numero delle imbarcazioni che possono stare in mare. In Islanda, così come in Norvegia, per unirsi alla folla basta avere una barca idonea alla navigazione e uno skipper, preferibilmente sobrio. E nuotare insieme alle balene? In Norvegia, come in Australia, Repubblica Dominicana e in gran parte delle altre 120 circa località dove si fa whale watching, la risposta è: “Certo, perché no?”. Ma negli Stati Uniti, la culla del settore, è proibito.

Il buio disorienta perfino me, che vengo dal nord dell’Islanda. Un’ora dopo il tramonto, intorno alle 14, sto già pensando alla cena

Le balene sono cittadine del mondo: coprono distanze che nessun altro mammifero percorre per trovare da mangiare e per accoppiarsi. Dai tempi della caccia industriale alle balene, sono alla mercé della nostra immaginazione, oscillando tra le bestie pericolose in grado di affondare una nave all’attuale status di cani da esposizione oceanici. Ormai ovunque non sono più vittime della caccia, ma sono ancora viste attraverso una lente commerciale, come macchine da soldi.

Perciò gli esseri umani invadono il loro spazio, a volte aggressivamente, a volte con po’ più di rispetto, ma spesso senza riguardo per i confini cetacei. L’atmosfera da selvaggio West che si respira a Tromsø e a Skjervøy è un monito per il settore globale del whale watching, se vuole evitare una fine tragica. Non c’è da stupirsi che lo skipper Bus sia preoccupato.

Quando arrivo a Tromsø, la città è illuminata da una ruota panoramica installata in una piazza sul porto, tra l’hotel Radisson e il molo per i traghetti, che è grande quanto una stazione ferroviaria di medie dimensioni. D’inverno la luce del sole appare e svanisce sfumando, come se fosse controllata da un interruttore che ne regola la luminosità: tre ore di lontana luce crepuscolare si dissolvono nell’oscurità intorno alle 13. Il buio disorienta perfino me, che vengo dal nord dell’Islanda. Un’ora dopo il tramonto, intorno alle 14, sto già pensando a cosa mangerò per cena.

La risposta è probabilmente pesce.

Situata in gran parte sulla piccola isola di Tromsøya, Tromsø ospita uno dei più grandi porti pescherecci e un settimo della popolazione artica della Norvegia, cioè 68mila persone, 41mila delle quali vivono in un’area grande quanto Manhattan. La città si prolunga sulla terraferma attraverso un ponte lungo un chilometro. Vecchie case fiancheggiano la strada principale dello shopping, dove si vende di tutto, dalle muffole di lana ai troll di plastica. Alcuni edifici richiamano l’epoca, circa duecento anni fa, in cui la caccia allo squalo della Groenlandia alimentava le luci dei lampioni stradali e l’economia in generale. Oggi le luci di Tromsø sono elettriche e l’economia è diversificata: negli ultimi decenni l’Università artica della Norvegia (Uit) è diventata una potenza nell’Artico, mentre i turisti sono impazziti per il nord.

Per quanto lontana, la città ha una posizione geografica vincente. Nel 2007 la compagnia aerea Norwegian Air Shuttle scommise sul fatto che Tromsø sarebbe diventata una meta del turismo invernale. Tra i primi ad arrivare ci fu una troupe della Bbc da Londra guidata dalla popolare attrice britannica Joanna Lumley, che era in missione per vedere l’aurora boreale. Il documentario Joanna Lumley in the land of the northern lights (Joanna Lumley nella terra dell’aurora boreale), trasmesso in prima serata, fece pubblicità ai silenziosi fiordi di Tromsø, illuminati da spettacolari screziature di colore.

“Posso morire felice adesso”, diceva Lumley, riecheggiando una moda di quei tempi: quella delle liste di viaggi ed esperienze “da fare assolutamente”.

Dietro le aringhe

Tre anni dopo, in una giornata invernale probabilmente fredda, i pescatori norvegesi videro il Kaldfjorden, il fiordo a forma di scarpa vicino a Tromsø, riempirsi di aringhe. L’aringa norvegese che si riproduce in primavera, e che dà vita ai banchi più grandi al mondo, è un pesce che vaga nell’Atlantico nordorientale senza curarsi della passione umana per le previsioni economiche. Queste aringhe raggiungono l’età adulta nel mare di Barents, depongono le uova sulla costa norvegese e si radunano in banchi composti anche da tre miliardi di pesci, svernano nella stessa zona per varie stagioni e poi, imprevedibilmente, si spostano altrove. Nel novembre 2011 il Kaldfjorden, a quindici minuti di strada da Tromsø, è diventato la nuova destinazione preferita delle aringhe. Dopo di loro, sono arrivati i pesci più grandi – merluzzi, merlani, eglefini – insieme a uccelli, foche e, infine, balene. “Prima delle aringhe, la gente non aveva mai visto le balene da queste parti”, racconta Lone Helle, direttrice di Visit Tromsø!, un’agenzia di promozione turistica. “Il whale watching ha arricchito l’esperienza dei visitatori invernali”.

Come se l’aurora boreale non fosse già abbastanza, gli dèi del turismo hanno benedetto questi fiordi con le balene. A Visit Tromsø! non sanno dire con certezza quante persone, straniere e locali, abbiano osservato i cetacei nei primi anni, perché chiunque avesse una patente nautica poteva proporre un’escursione.

Una stima della crescita del settore è stata fatta da una docente di economia dell’Uit, Giovanna Bertella, contando gli opuscoli promozionali pubblicati dai vari operatori. All’inizio erano cinque. Ma nei fine settimana ad affollare le acque c’erano anche pescatori e abitanti del posto proprietari di barche, che organizzavano delle gite con familiari e amici. La voce si è sparsa. Sono arrivate imbarcazioni grandi e piccole per le escursioni. Alcune attività di whale watching straniere, che avevano la loro flotta inattiva in quel periodo dell’anno ed erano attirate dalla mancanza di regole, hanno cercato di entrare nel mercato norvegese con fortune alterne. Facebook ha contribuito a far crescere l’interesse e “in quel periodo si stava sviluppando anche Instagram”, osserva Bertella. Alcune incredibili foto diventate virali sui social network sono state scattate sott’acqua con le attrezzature subacquee che erano arrivate insieme alle nuove barche.

Secondo alcuni resoconti, nel 2016 erano attivi più di 34 tour operator. Purtroppo questo ha reso il Kaldfjorden il posto ideale per gli abusi del whale watching.

Come spiegano le guide, le escursioni naturalistiche non sono mai uguali – la natura è selvatica e imprevedibile – e neanche i paesi lo sono. In Islanda, dove ho lavorato per alcune estati come guida nell’avvistamento delle balene, l’attività si svolge prevalentemente nei mesi estivi e all’interno di vaste insenature. Il contrario delle giornate buie e dei fiordi angusti di Tromsø. Nella Norvegia settentrionale, la scena da immortalare può essere interamente contenuta in una foto, contornata da ripide montagne su entrambi i lati, e scattata in un intervallo di tempo limitato, cioè le preziose ore di sole invernali. In assenza di regole, la geo­grafia è stata un invito al caos e alle grandi aspettative. Frédéric Gendron, un francese di 39 anni, dal 2016 lavora per alcuni periodi dell’anno a Tromsø. Ha incontrato folle e ha sperimentato in che modo la presenza di tante balene in uno spazio ristretto può influenzare il comportamento delle guide e dei turisti.

Una megattera alle isole Svalbard, Norvegia, 2016 (Klein & Hubert, Nature picture library)

“Di solito in un tour l’eccitazione sale con la ricerca e l’attesa. Nel Kaldfjorden i passeggeri spesso avvistavano la prima balena appena lasciato il molo. Era molto difficile sostenere due ore di eccitazione”, racconta Gendron. Le escursioni nel Kaldfjorden erano quasi insopportabilmente belle, contraddicendo la prima regola dell’intrattenimento: lasciare sempre gli spettatori con un po’ di appetito.

“Le imbarcazioni si avvicinavano un po’ alla volta, solo per far passare il tempo”, cercando di evitare le collisioni con altre barche, con le persone in kayak e a nuoto. Dopo un paio d’ore i turisti erano annoiati e infreddoliti, e sulle navi più grandi andavano al bar mentre fuori a guardare le balene restava solo l’equipaggio. A Skjervøy, invece, l’atmosfera era completamente diversa: le persone avevano navigato per quattro ore da Tromsø per vedere le balene e quando arrivavano erano impazienti di avvistarne una.

Soldi facili

Per il bene dei cetacei, Tromsø e l’area circostante dovrebbero rifare tutto da capo. Ma è difficile scegliere di proposito di assottigliare i portafogli delle persone e mandare in fumo posti di lavoro. È molto più semplice guardare il denaro e le fonti di reddito erompere come una megattera che salta fuori dall’acqua, sprizzando soldi sulle comunità costiere.

Secondo la Banca mondiale quello naturalistico è il settore del turismo che cresce più rapidamente. Le ultime stime dicono che dal 2017 ogni anno più di 15 milioni di persone pagano per vedere le balene. È uno sviluppo comprensibile.

Dal punto di vista degli affari, il whale watching è un modello fantastico: le star dello spettacolo, anche se non sono sempre affidabili, si esibiscono gratis, e il pubblico è spesso composto da gente di città che non ha idea di quanto costi uscire in barca. Quando lavoravo come guida, bastavano quattro passeggeri e mezzo per coprire i costi (manutenzione e spese generali escluse). Quante persone avevamo di solito a bordo? Quaranta.

Nelle lunghe giornate estive, che permettono di fare tre uscite al giorno, i profitti si accumulavano rapidamente. A Skjervøy inseguire le balene costa più caro, in termini di carburante e provviste, e probabilmente c’è bisogno di almeno una ventina di passeggeri per rientrare nelle spese. Ma gli affari vanno a gonfie vele, come dimostra l’affluenza alla riunione.

Quando facevo la guida, bastavano quattro passeggeri e mezzo per coprire i costi. Quante persone avevamo a bordo? Quaranta

Tra le circa novanta specie di balene, delfini e focene che vivono in natura la più apprezzata in termini monetari e di pubblico è la megattera. Le megattere, che fanno parte della famiglia delle balenottere, sono personalità coinvolgenti. Sanno cantare, agitare la coda e sbattere le pinne più lunghe del regno animale. Anche se non sono le più lente tra i loro simili, si attardano a sufficienza perché le barche riescano a raggiungerle e ogni dieci minuti circa risalgono in superficie per respirare.

In Islanda la società per cui lavoravo stampava degli opuscoli con la foto di una megattera che si lancia in aria con la testa in avanti, il cosiddetto breaching, uno spettacolo che si verifica forse una volta ogni cento escursioni. Vederlo, però, è così magico che i turisti lasciano generose mance quando si verifica, come se fosse la guida a far apparire la balena fuori dall’acqua, offrendo una gioia inaspettata.

Un’altra occasione di laute mance è l’avvistamento di una balenottera azzurra abbastanza da vicino da poter distinguere il colore grigio-blu della pelle. Ma nel restante 99 per cento dei tour la definizione di successo è relativa alle aspettative. La maggior parte delle persone capisce che una brochure con la foto del breaching di una megattera è soprattutto pubblicità. Ma molti potrebbero esitare a prenotare un tour se sull’opuscolo ci fosse la foto di una pinna scattata con un obiettivo da 35 millimetri da una distanza di cento metri, anche se è quello che generalmente si vede. E per un valido motivo: i comandanti delle imbarcazioni si tengono un po’ lontani, o perché lo dice la legge o perché fa parte delle linee guida adottate dai tour operator, sulla base di un principio stabilito probabilmente decenni fa, anche se la sua origine è confusa. Nelle indicazioni sull’avvicinamento, la Commissione internazionale per la caccia alle balene (Iwc, un organismo intergovernativo che, pur avendo quel nome, si occupa principalmente di protezione delle balene) dà regole flessibili sulla distanza.

La fine della caccia

Tutti gli 88 stati che aderiscono all’Iwc, fatta eccezione per la Norvegia e l’Islanda, hanno aderito a una moratoria sulla caccia commerciale alle balene. La commissione potrebbe interessarsi agli altri tipi di sfruttamento delle balene? Robert Suydam, presidente della sottocommissione sul whale watching del comitato scientifico dell’Iwc, è scettico. “La commissione dovrebbe cambiare le sue convenzioni e le sue regole”, dice parlando al telefono dal suo ufficio a Anchorage, in Alaska. Nel frattempo, aggiunge, la commissione può solo adoperarsi affinché le balene non siano “amate all’eccesso”, fornendo delle linee guida basate sulle ricerche più recenti.

Negli Stati Uniti, in Canada, in Australia e in Nuova Zelanda ogni modifica dei codici di condotta è vincolante e i trasgressori ricevono multe da migliaia di dollari. Altrove le leggi esistono, ma i controlli non sono stringenti.

Nel 2019, dopo un altro anno di caos a Skjervøy, la direzione norvegese della pesca ha adottato una nuova regola: “È vietato praticare il whale watching se si disturbano le balene nel loro habitat naturale”. Un anno dopo, la definizione di disturbo si è precisata con l’introduzione di un’altra regola: le imbarcazioni di whale watching devono tenere una distanza di 370 metri dai pescherecci in attività, che competono con le balene per le aringhe. Nessuno può nuotare, fare immersioni o muoversi in canoa a meno di 740 metri di distanza da questi pescherecci. Per fare un confronto, un normale campo da calcio è lungo 105 metri.

Nell’agosto 2022 il tribunale locale di Tromsø ha incriminato uno skipper che accompagnava dei turisti in un hvalsafari (un safari di avvistamento delle balene) per aver portato l’imbarcazione a 142 metri da un peschereccio impegnato a pescare, secondo il giornale Nordlys. Lo skipper, che ha ricevuto una multa di 1.800 dollari, sosteneva che sull’imbarcazione non stessero pescando. Il tribunale ha multato anche gli organizzatori dell’escursione per 3.600 dollari. Ma finora la direzione norvegese della pesca non ha sanzionato nessuna imbarcazione per aver disturbato le balene nella Norvegia settentrionale, forse perché, per gli scienziati, tutte le barche disturbano le balene. Può esserci un whale watching che rispetti gli animali?

Disturbo alla quiete

Un recente studio hawaiano, pubblicato nel 2021, ha rilevato che le megattere cambiavano “significativamente” il loro comportamento anche se le barche rispettavano il limite di 91 metri di distanza in vigore nella baia in cui si è svolta la ricerca. Gli scienziati hanno osservato i cetacei da terra nella baia di Maalaea, sull’isola di Maui, e sul tratto di oceano di fronte. Hanno notato che, anche se le barche rispettavano le regole, le megattere nuotavano più velocemente e respiravano meno spesso, mostrando che il disturbo non è dovuto solo dalla vicinanza.

Lo studio hawaiano ha mostrato anche che le megattere si affidano più all’udito che alla vista. Quando le barche erano obbligate a fermare l’elica, gli animali davano meno segni di agitazione. Questa conclusione favorisce presumibilmente le barche a vela e i kayak rispetto agli operatori motorizzati, un problema evidenziato a Tromsø e a Skjervøy.

Le orche lavorano insieme per ore per circondare le aringhe, inviandosi reciprocamente impulsi sonori e fischi. Il rumore di una barca in avvicinamento può interferire con questa comunicazione. E se tante barche si avvicinano da ogni lato in un fiordo stretto, a volte passano in mezzo a un gruppo di orche e rompono la trappola che avevano creato per trattenere le aringhe.

Le conseguenze a lungo termine sono difficili da misurare; le orche femmine hanno un’aspettativa di vita di cinquant’anni (alcune hanno vissuto fino a novanta), con intervalli di cinque anni tra le gravidanze, che durano tra i quindici e i diciotto mesi. I ricercatori avrebbero dovuto studiare la popolazione per anni prima dell’arrivo del whale watching per avere una base di riferimento rispetto alla crescita e al comportamento delle popolazioni.

La studiosa di balene Ellyne Hamran, che ha misurato il rumore subacqueo nella Norvegia settentrionale per conto dell’organizzazione tedesca Ocean sounds, specializzata in protezione dei mammiferi marini, afferma che i gommoni con un motore fuoribordo fanno molto rumore per le loro dimensioni. E anche la velocità influisce.

Megattere lungo la costa di Tromsø, Norvegia, gennaio 2019 (Olivier Morin, Afp/Getty)

L’opzione migliore potrebbero essere delle barche da whale watching elettriche (a Tromsø ce ne sono già due ibride), che fanno meno rumore, soprattutto a velocità ridotte, afferma Hamran. Essendo relativamente grandi, offrono una vista dal ponte migliore rispetto alle barche più piccole e reggono meglio il mare mosso; gli scafi più piccoli devono infatti avvicinarsi di più alle balene per vedere oltre le onde. E, cosa più importante, il numero complessivo di passeggeri che possono trasportare le imbarcazioni elettriche è almeno dodici volte superiore a quello di un piccolo gommone, il che aiuterebbe a risolvere il problema principale del whale watching a Tromsø, oltre le poche ore di luce diurna: un numero eccessivo di barche in cerca di quattrini.

I ricercatori hanno pochi dubbi sul fatto che il rumore sia stressante per le balene. Studi da tutto il mondo mostrano come il cortisolo, l’ormone dello stress, aumenti nelle balene, nei delfini, nei leoni marini e in altri mammiferi oceanici quando gli esseri umani scombussolano le loro routine quotidiane.

Gli ultimi dati provengono da uno studio del 2022 sull’impatto dell’ecoturismo sulle megattere nelle acque della penisola Antartica occidentale. Nel 1990 appena 6.700 persone presero parte ai tour di whale watching sulle dodici navi attive nella zona. Trent’anni dopo, 73mila visitatori potevano scegliere tra 62 operatori turistici. I ricercatori hanno confrontato i livelli di cortisolo nel grasso delle megattere raccolto tra il 2019 e il 2022. E hanno scoperto che si erano significativamente abbassati nel 2021, quando il settore era fermo per la pandemia di covid-19, c’erano poche barche in giro e i cetacei erano liberi di fare quello che volevano.

La curiosità delle orche

Anche se il settore si è quasi fermato a causa della pandemia, alcune organizzazioni hanno continuato a lavorare con i pochi turisti rimasti e con gli abitanti del luogo. Secondo Krisztina Balotay la riduzione delle imbarcazioni a Tromsø ha avuto un effetto sulle balene.

È stata una delle poche guide che ha continuato a lavorare nella stagione 2020-2021, principalmente per girare video educativi, e ha notato che i cetacei (e le orche in particolare) si comportavano in modo diverso con meno traffico. Le orche più giovani si avvicinavano alla barca, facendo rumore con i loro sfiatatoi, e osservavano Balotay e l’equipaggio. La curiosità è tipica dell’indole predatoria delle orche, dimostrata dal gesto di sollevare la testa sopra l’acqua, lo spyhopping. Ma Balotay non aveva mai visto gli animali interagire in quel modo. “Prima gli adulti proteggevano la famiglia e portavano via gli esemplari giovani impedendogli di curiosare. Ma quando c’eravamo solo noi, giorno dopo giorno, hanno imparato a riconoscere la nostra barca e hanno lasciato che le orche giovani interagissero”.

Originaria dell’Ungheria, Balotay ha vissuto a Tromsø per cinque anni, spostandosi a Skjervøy in inverno per seguire le aringhe e i cetacei. Alla fine, si è trasferita lì.

Un gruppo di megattere al largo della Norvegia settentrionale, 2018 (Poelzer Wolfgang, Alamy)

Dal punto di vista delle balene la pandemia è stata solo una breve tregua. Nel novembre 2021 i turisti sono tornati a Skjervøy. Piccole imbarcazioni e navi più grandi con posti a sedere al coperto hanno ripreso a partire da Tromsø, navigando per quattro ore solo per raggiungere i cetacei, mentre altri operatori si sono trasferiti a Skjervøy, organizzando per i loro clienti dei viaggi in pullman lunghi 250 chilometri. La posizione isolata di questo paesino avrebbe potuto scoraggiare il traffico, se non fosse stato per il vincolo del tempo: avere poche ore di luce a disposizione per le escursioni aumenta la concentrazione di barche in acqua nello stesso momento.

Per avvistare le balene Balotay ha dovuto ricominciare a fare lo slalom tra persone a nuoto e canoe, barche piccole e grandi. Ma la sua tolleranza per questa “zuppa di caos” non era più la stessa. Ha scritto una lettera aperta ai suoi colleghi sul gruppo Facebook Hvaler i nord (Balene nel nord) e le forti reazioni che ha suscitato hanno spinto le autorità turistiche a organizzare l’incontro in municipio, che ho seguito online.

Per questo penso di sapere cosa aspettarmi quando, due settimane dopo, mi unisco all’agenzia di viaggi norvegese Brim Explorer, con sede a Tromsø.

A dispetto delle battute secondo cui l’inferno è un posto in cui la cucina è affidata agli inglesi, la pianificazione agli italiani e l’intrattenimento ai norvegesi, nel lungo viaggio verso Skjervøy l’equipaggio mette in scena un ottimo programma didattico sulla vita costiera e la fauna selvatica nell’Artico. Capiamo di essere dei visitatori indesiderati nella casa delle balene, delle foche e dei delfini, e che nessun animale è lì per il nostro divertimento. Le guide non alimentano le aspettative né raffreddano gli entusiasmi. Ci fanno immergere nel mondo acquatico di una balena.

Dopo quasi quattro ore di navigazione per i cento chilometri di tragitto da Tromsø a Skjervøy, avvistiamo diversi spruzzi d’acqua, megattere in azione che trangugiano aringhe. Ci sono già tre barche che circondano i cetacei; una nave turistica rivale partita da Tromsø è riuscita a prendere posto prima di noi, mentre le altre due probabilmente hanno percorso il tragitto più breve da Skjervøy. Le linee guida locali suggeriscono un limite di tre imbarcazioni quando s’incontra “una situazione”, e quelle barche hanno trenta minuti per mostrare la “situazione” ai passeggeri mentre gli altri tour aspettano in coda a cinquecento metri di distanza.

Noi aspettiamo, con solo un’ora rimanente di luce solare, in un’escursione che dura più della giornata lavorativa media in Norvegia. Aspettiamo. E aspettiamo. Le tre imbarcazioni restano ferme ben più di trenta minuti. Alcune orche si avvicinano alla nostra barca, ma non ci spingiamo mai a meno di quattrocento metri da quello che sembra essere un gruppo di sei, otto megattere. Lydia Joray, una dottoressa svizzera, si aspettava di più. “È stato più che altro un assaggio di whale watching”, dice. Un’impressione, più che un’esperienza. Un’altra passeggera proveniente dalla Svizzera si pente di non aver scelto un hvalsafari su un gommone. In seguito vengo a sapere che ha prenotato un tour su una barca più piccola.

Le balene beneficiano del nostro amore. In appena vent’anni l’attività economica per farcele incontrare in natura è cresciuta enormemente

A rotazione

L’escursione mette in evidenza un problema che alcuni a Skjervøy e a Tromsø vorrebbero risolvere con un sistema di licenze, come alle Azzorre. Le megattere passano vicino all’arcipelago portoghese a primavera quando si dirigono a nord, attraverso l’Atlantico, per raggiungere le zone dove vanno a nutrirsi.

Il settore del whale watching alle Azzorre ha attraversato una fase caotica simile a quella in Norvegia. Come in molte altre comunità costiere, decollò all’inizio degli anni novanta, più o meno dieci anni prima che il Portogallo aderisse al divieto globale di caccia alle balene a fini commerciali, un colpo di grazia per i pescatori locali, già in difficoltà visto che all’epoca questo tipo di pesca era poco reddi­tizio.

Dal 2003 nessuno avvia un’attività di whale watching alle Azzorre senza licenza. Al momento non ce n’è più una disponibile. Le autorità possono ritirarle per cattiva condotta o per inattività. L’idea era ridurre le imbarcazioni e, come avrebbe previsto un economista, oggi i principali operatori sono gli stessi che dominavano il mercato quando il sistema fu introdotto.

Susana Simião, un’ex guida, oggi lavora per un’agenzia governativa che fa capo alla direzione regionale delle politiche marittime delle Azzorre. Secondo lei il sistema può essere ingiusto. Le comunità che non hanno fatto in tempo a cogliere l’opportunità sono rimaste escluse. Ma per le più di 25 specie di balene e delfini che vivono nelle acque della zona, e per i turisti che vanno a vederle, il sistema delle quote è un successo.

L’obiettivo di ogni tour, dice Simião, è mostrare ai passeggeri un certo numero di specie in tre ore. Se ci sono tre barche che già si aggirano intorno ai capodogli, per esempio, alcuni addetti dalla terraferma manderanno le imbarcazioni verso un’altra posizione, così che nessuno resti in attesa e perda il tempo che gli è stato assegnato. Se ci sono barche che infrangono le regole, i membri dell’equipaggio e i passeggeri possono inviare una segnalazione. Se una denuncia merita un’indagine, l’autorità può interrogare l’equipaggio e i testimoni per decidere una sanzione. Ai trasgressori recidivi non saranno rinnovate le licenze. Ma finora non è successo, osserva Simião: “Non capita mai niente di drammatico”.

Il giorno dopo il mio tour, faccio una passeggiata di un’ora a Telegrafbukta, informalmente conosciuta come la Gran Canaria di Tromsø, perché c’è una piccola striscia di sabbia fine. Il sentiero mi porta oltre le luci della città, lungo strade buie e strette dove a quanto pare camminare senza abbigliamento catarifrangente è ragione di pubblico disprezzo. Un automobilista che mi sfreccia accanto lampeggia con i fari come farebbe con un cervo troppo vicino alla strada. Non poteva sapere che sono un turista impegnato nella nobile missione di immortalare l’aurora boreale in una foto da mostrare a tutti i miei amici e al resto del mondo. E io non potevo sapere che avrei dovuto accodarmi a un “cacciatore di aurore”.

Solitamente un turista a Tromsø fa un’escursione per vedere l’aurora boreale insieme a una guida – il cacciatore di aurore – che sa gestire le aspettative. Il successo nell’osservare questo fenomeno dipende dalla fortuna e dalla pazienza. Sulla spiaggia, mi siedo a un tavolo da picnic che spunta dalla neve e aspetto la ricompensa dei miei sforzi per la bellezza di dieci minuti. Ho fame e i ristoranti in città chiudono presto, presumo perché la gente come me cena alle 14. In ogni caso la passeggiata è stata incantevole.

Fortuna e pazienza

Per lo più, l’osservazione della natura richiede pazienza, e forse il caso più noto di tutti è quello del bird watching, in cui la silenziosa tenacia è ricompensata da gioiosi momenti in cui poter assistere al comportamento naturale di un uccello selvatico. Il successo, come nella caccia all’aurora boreale, dipende dalla fortuna e dalla pazienza. Perché il whale watching è diventato così diverso?

Erich Hoyt, ricercatore dell’organizzazione benefica Whale and dolphin conservation (Wdc) nel Regno Unito, scrisse il primo libro sul whale watching nel 1984. Sostiene che il settore ormai si sia rovinato. “Il cliente si aspetta una vista ravvicinata, e questo è un peccato”, commenta. Spesso gli operatori partono con il piede giusto, ma è facile perdere l’entusiasmo e comportarsi in modo scorretto se la concorrenza si fa dura.

Un cambio di rotta può significare un ridimensionamento della flotta, con danni economici e perdita di posti di lavoro. Hoyt cita l’esempio del mare dei Salish, nella Columbia Britannica, in Canada, dove ci sono troppe barche per lo scarso spazio disponibile. Ma in altri luoghi si potrebbero semplicemente adottare regole di distanziamento spaziale e temporale che Hoyt riassume con “un terzo dello spazio e un terzo del tempo”: un terzo di ogni giornata e un terzo dell’area dovrebbero essere riservati agli animali perché siano lasciati in pace. Gli operatori potrebbero abituare i passeggeri a un’esperienza naturalistica più olistica, senza balene.

Per tornare all’idea di osservare i cetacei senza disturbarli, Hoyt sostiene che le località turistiche dovrebbero incoraggiare esperienze diversificate, stimolando l’interesse per la vita marina in generale. Le migliori destinazioni di whale watching, afferma, promuovono una conoscenza delle balene che non si limita a un tour a pagamento. In Canada e negli Stati Uniti, per esempio, gli appassionati hanno creato un Whale trail, una rete di sentieri da percorrere a piedi che vanno dalle coste della California alla Columbia Britannica settentrionale. L’Islanda ha un museo che mostra molte “balene che non si vedono mai”, mentre nelle Azzorre i visitatori possono affacciarsi dalle torri di avvistamento costruite in passato dai balenieri per cercare le prede.

Forse il settore ha bisogno di aprire una seria riflessione su qual è il modo giusto di osservare i cetacei. In ogni regione tutti gli operatori possono incontrarsi per discuterne all’inizio e alla fine di ogni stagione. “Un punto di partenza è mettere operatori e guide nella stessa stanza”, dice Hoyt. Un’occasione potrebbe essere la festa in cui si dà un nome alle balene, che viene organizzata alla fine della stagione dai servizi di whale watching di Provincetown, in Massachusetts, negli Stati Uniti. Lì le guide si riuniscono per condividere informazioni e identificare le balene, e parlano di come cooperare nella stagione successiva.

Le balene beneficiano del nostro amore. In appena vent’anni l’attività economica per farcele incontrare in natura è cresciuta enormemente, dando visibilità alle specie più avvistate, dai mezzi d’informazione ai libri per bambini. Molte sono diventate icone di destinazioni turistiche, in meno di una generazione. In Islanda, uno dei tre paesi che ancora permettono la caccia commerciale alle balene, la popolarità del whale watching nella capitale Reykjavík ha spinto il governo a creare una zona vietata alle baleniere. I cacciatori sono stati costretti a navigare sempre più lontano, riducendo i loro margini di profitto. Nel 2018 il settore della caccia alla balenottera è fallito.

Una buona stagione

Nell’ottobre 2022, con le ore di luce che si riducono di otto minuti e mezzo al giorno, a Skjervøy Balotay si prepara a un’altra stagione, la nona da quando il whale watching è decollato.

“Quest’anno sarà diverso”, mi dice Balotay, indicando i giornali che riportano alcuni commenti della Direzione per la pesca sul pattugliamento delle acque dove si avvistano i cetacei. Poi si scrolla di dosso tutte le preoccupazioni e si concentra sugli aspetti positivi: le prenotazioni per la stagione sono molto promettenti.

Alla fine di gennaio del 2023 le ore di luce crescono di tredici minuti al giorno e Balotay sta chiudendo la stagione. È stata buona, dice: movimentata, ma meno caotica. Sono arrivati tutti, le aringhe, i pescherecci, le balene e i turisti, e nessun essere umano o animale ha fatto una fine orribile.

Ma le balene erano contente? Cosa devono sopportare per il nostro folle bisogno di un incontro selvatico? ◆ fdl

Egill Bjarnason è un giornalista islandese che vive a Reykjavík. È autore del libro How Iceland changed the world (Penguin Books 2021).

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Questo articolo è uscito sul numero 1522 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati