Sono passati quattro anni, ma per Ursula von der Leyen non sembra cambiato niente. Nel settembre 2022, all’apice della crisi energetica innescata dall’invasione russa dell’Ucraina, la presidente della Commissione europea prometteva una grande riforma: “Dobbiamo mettere fine al peso del gas sul prezzo dell’elettricità”. L’11 marzo 2026, mentre la guerra in Medio Oriente scatenava un’impennata del costo del gas, ha pronunciato la stessa frase: “È fondamentale ridurre l’impatto del gas sul prezzo dell’elettricità”. Davvero l’Europa non ha imparato niente dalla dolorosa crisi di quattro anni fa, da cui le famiglie e le aziende non si sono ancora completamente riprese?
“Non è cambiato niente”, osserva Natalia Fabra, economista specializzata in energia del Center for monetary and financial studies, un centro studi con sede a Madrid. “I documenti dell’Unione europea sono pieni di buone intenzioni per scollegare il prezzo del gas da quello dell’elettricità, ma i governi non hanno lavorato abbastanza in questa direzione”. Fabra sottolinea un’eccezione: la penisola iberica, dove il vincolo tra il prezzo del gas e quello dell’elettricità è ormai estremamente debole.
Szymon Kardaś, esperto di energia dell’European council on foreign relations, si accoda alle critiche: “A livello strategico non abbiamo imparato molto. Dipendiamo ancora parecchio dalle importazioni di idrocarburi. Ogni volta che c’è una crisi internazionale improvvisa l’Europa ne paga le conseguenze”.
Nadia Calviño respinge le accuse di immobilismo. Ministra spagnola dell’economia tra il 2018 e il 2023, oggi è presidente della Banca europea per gli investimenti (Bei), l’ente finanziario incaricato di concretizzare le decisioni politiche europee. Nel 2025 la Bei ha erogato 33 miliardi di euro di prestiti (su un totale di cento miliardi) per le energie rinnovabili o per il rafforzamento della rete elettrica. Questo sforzo era legato al piano REPowerEU, annunciato nella primavera del 2022. “Abbiamo fatto molti progressi sulle rinnovabili”, garantisce Calviño. È d’accordo con lei Ben McWilliams, esperto di energia del centro studi Bruegel: “È ingiusto dire che non abbiamo imparato dal passato. Non si può cambiare un sistema energetico in pochi anni”.
I passi avanti più evidenti riguardano il gas: nel 2022 il 45 per cento delle importazioni veniva dalla Russia; oggi la percentuale è scesa al 13 per cento. L’obiettivo di affrancarsi definitivamente dal gas russo entro l’ottobre 2027 è a portata di mano, anche se la resistenza di paesi come l’Ungheria e la Slovacchia sarà difficile da superare.
Per compensare la rinuncia al gas russo, l’Unione europea ha ripiegato sul gas naturale liquefatto (gnl), aprendo undici nuovi impianti di rigassificazione e aumentando di un terzo la capacità d’importazione. Questa manovra non basta a difendere i cittadini dall’impennata dei prezzi, ma è sufficiente per non restare a corto di gas. L’Italia rappresenta un’eccezione, dato che fino al primo semestre del 2025 importava il 36 per cento del suo gnl dal Qatar.
Nella penisola iberica il vincolo tra il gas e l’elettricità è ormai molto debole
“Il problema è che abbiamo sostituito una dipendenza con un’altra”, sottolinea Kardaś. Effettivamente il peso della Russia è diminuito sensibilmente, ma ora è cresciuto quello degli Stati Uniti, che rappresenta ormai più di un quarto delle importazioni europee. Secondo Kardaś, però, questa nuova dipendenza è meno pericolosa: “Donald Trump è chiaramente inaffidabile, ma quanto meno non può ordinare all’improvviso un’interruzione delle forniture di gas, cosa che invece potrebbe fare Putin con la Gazprom. Inoltre, oggi l’Europa si rifornisce di gas in modo abbastanza diversificato”. Nel 2025 il 31 per cento del gas europeo proveniva dalla Norvegia, il 27 per cento dagli Stati Uniti, il 12 per cento dall’Algeria, il 4 per cento dall’Azerbaigian, il 3 per cento dal Regno Unito.
Ma c’è un fatto ancora più importante: l’Europa è riuscita a ridurre sensibilmente il consumo di gas. Nel 2025 i ventisette paesi dell’Unione ne hanno bruciato 3.480 terawattora (Twh), cioè il 18 per cento in meno rispetto al 2021. Per le economie che non sono in recessione un calo simile in vari anni è particolarmente raro. Parte della spiegazione è legata al fatto che l’industria pesante (fertilizzanti, prodotti chimici, acciaierie), grande consumatrice di gas, non si è ancora del tutto ripresa dal trauma del 2022. Ma c’è anche un progresso legato al risparmio.
Bruxelles sembra aver imparato la lezione anche per quanto riguarda le scorte di gas. Il regolamento comunitario impone agli stati di riempire i depositi all’85-90 per cento prima dell’inizio dell’inverno, ma nel 2022 questa norma ha spinto tutti gli stati europei a fare acquisti frenetici nello stesso momento, innescando un aumento vertiginoso dei prezzi (350 euro per Twh). Oggi la Commissione invita i governi dell’Unione a rivedere i loro obiettivi di stoccaggio per l’inverno prossimo, in modo da attenuare la pressione sui prezzi. In una lettera indirizzata agli stati membri il commissario europeo all’energia Dan Jørgensen ha proposto di limitare l’accumulo all’80 per cento della capacità dei depositi.
Tecnologie innovative
Per quanto riguarda l’elettricità, invece, i progressi sono molto meno evidenti. Certo, l’installazione di sistemi basati sulle energie rinnovabili ha registrato una forte crescita, a cominciare dall’eolico e dal fotovoltaico. Nel 2025 il 30 per cento dell’elettricità consumata nell’Unione è stato generato dall’energia solare o eolica, contro il 20 per cento del 2020. La produzione europea di energia pulita supera ormai quella derivata dagli idrocarburi (29 per cento), mentre tenendo conto di tutte le tecnologie rinnovabili si arriva al 48 per cento. Quanto al nucleare, resta stabile attorno al 23 per cento ed è concentrato soprattutto in Francia. In totale, più di due terzi dell’elettricità prodotta nell’Unione europea non dipendono direttamente dalle importazioni (anche se l’uranio per il nucleare francese e buona parte delle attrezzature per sfruttare le rinnovabili vengono dall’estero).
Quindi è lecito sperare che il vecchio continente, almeno per quanto riguarda l’elettricità, sia relativamente al sicuro dalle conseguenze della guerra in Iran.
Ma questo ragionamento non vale per tutti i paesi: in Italia e in Germania l’effetto della carenza di gas sul prezzo dell’elettricità comincia già a farsi sentire. A marzo la corrente elettrica nei due paesi costava rispettivamente 136 e 100 euro per megawattora, mentre in Spagna e Francia è rimasta sostanzialmente stabile (55 e 61 euro).
La spiegazione, come nel 2022, è legata al funzionamento del mercato all’ingrosso dell’elettricità. Per soddisfare la domanda, i produttori di elettricità propongono un prezzo che varia in base alle tecnologie adottate. Quelle con i costi di utilizzo più bassi sono le rinnovabili, seguite dal nucleare, dalla lignite, dal carbone e infine dal gas. Se le rinnovabili sono in grado da sole di soddisfare la domanda, sarà il loro costo a fissare il prezzo dell’energia. Se invece bisogna attivare le centrali a gas (per esempio la sera durante una fredda giornata d’inverno), il prezzo dipenderà da questi impianti.
L’obiettivo è ricorrere il meno possibile alle centrali a gas. L’esempio più lampante è quello della Spagna, che tra il 2019 e il 2025 ha raddoppiato la sua capacità di generare energia solare ed eolica, due fonti che ormai rappresentano quasi la metà dell’elettricità consumata. Il risultato è che negli ultimi quattro anni nel paese lo svincolamento del prezzo dell’elettricità da quello del gas è stato spettacolare. Secondo Ember, un centro studi specializzato in questioni energetiche, nel 2019 il prezzo dell’elettricità spagnola era determinato da quello del gas nel 75 per cento dei casi, oggi si è scesi al 15 per cento. L’Italia, invece, dipende ancora completamente dal gas (89 per cento), la Germania è al 40 per cento. La Francia, grazie al nucleare, è di fatto indipendente dal gas.
Gli specialisti concordano su un punto: il modo migliore per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi è accelerare la transizione energetica. “Il settore che consuma più petrolio in Europa è quello dei trasporti”, sottolinea Chris Rosslowe, capo analista di Ember. L’analista cita la Danimarca, che ha ridotto di 3,3 milioni di barili il consumo di greggio. “L’unica soluzione davanti a questa crisi e a quelle del futuro è sviluppare l’elettricità pulita ed elettrificare al massimo l’economia”, conclude Rosslowe. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1658 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati