Stavolta l’orizzonte è vicino. Nel giro di pochi mesi, forse qualche anno, la Corea del Nord – uno stato poverissimo di 25 milioni di abitanti che vivono sotto la dittatura della dinastia dei Kim – potrebbe diventare una delle grandi potenze nucleari del pianeta. Il “successo totale”, nelle parole del regime, del test nucleare del 3 settembre evidenzia una nuova accelerazione del programma nucleare nordcoreano. Pyongyang, che negli ultimi mesi ha condotto con successo vari test missilistici, dice di aver sperimentato una “bomba all’idrogeno che può essere montata su un missile balistico intercontinentale”. Se ancora ci sono dei dubbi sul tipo di bomba testata – all’idrogeno o atomica? – e sulla sua potenza, le reazioni allarmate di Cina, Russia, Stati Uniti e Unione europea dimostrano che è stato comunque superato un limite. Nessuno mette più in discussione la rilevanza dei test nucleari nordcoreani. Le Nazioni Unite e le grandi potenze sono convinte che la dittatura di Pyongyang stia ormai per raggiungere un obiettivo fissato negli anni ottanta: sviluppare un programma strategico basato sulla capacità di installare testate nucleari su missili intercontinentali a media e lunga gittata.

Pazienza strategica

Se Pyongyang diventerà a tutti gli effetti una potenza nucleare, sarà sconvolto un intero equilibrio strategico. Fino a poco tempo fa le grandi potenze hanno ignorato la sfida nucleare nordcoreana, approfittando perfino delle mosse militaristiche della famiglia Kim, che hanno consentito all’occidente di alimentare gli stereotipi sulla natura del potere nordcoreano: un regime delirante, bislacco, gestito da leader figli di Ubu Re e del dottor Stranamore le cui spacconate facevano ridere, non certo piangere. La frenesia nucleare di Pyongyang ha consentito agli Stati Uniti di giustificare il loro enorme dispiegamento militare nella regione (28mila soldati in Corea del Sud, 50mila in Giappone) obbligando gli alleati, Seoul e Tokyo, a mettere da parte le loro divergenze storiche. Quanto alla Russia e alla Cina, che confinano con la Corea del Nord, il loro unico obiettivo è stato impedire il crollo del dittatura e la riunificazione della penisola coreana, per evitare che gli Stati Uniti si avvicinino alle loro frontiere. Ecco un esempio di questo atteggiamento di attesa opportunistica: per otto anni la politica dell’amministrazione Obama è stata caratterizzata dalla “pazienza strategica” (in altri termini, non fare nulla), mentre Cina e Russia esercitavano deboli pressioni che erano solo un’eco delle sanzioni decise dalle Nazioni Unite.

L’affannoso agitarsi di Donald Trump, che il 3 settembre su Twitter ha alternativamente promesso un attacco militare, impartito una lezioncina ai sudcoreani (argomento: “Discutere con il Nord non serve a niente”) e minacciato la Cina di interrompere gli scambi commerciali, mostrano in chiave caricaturale l’imbarazzo generale delle grandi potenze davanti a un Kim Jong-un serissimo. Lo stesso giorno Pyongyang ha distribuito alle agenzie di tutto il mondo una foto in cui Kim ispeziona quella che, secondo la didascalia, è una bomba H adatta a essere montata su un missile intercontinentale.

Trent’anni di negoziati e di crisi non sarebbero dunque stati di nessun intralcio ai “picchiatelli di Pyongyang”, com’erano stati etichettati troppo frettolosamente. Gli esperti statunitensi, dal canto loro, moltiplicano mea culpa e riflessioni sorprese. Come ha fatto la dittatura di Kim a ingannare tutti quegli esperti di armamenti nucleari che hanno considerato a lungo il programma nordcoreano “una bufala”, spiegando che un paese così povero, così chiuso, sottomesso a un dittatore paranoico, non sarebbe riuscito a padroneggiare una tecnologia sofisticata che richiede investimenti, pianificazione a lungo termine, specialisti di alto livello?

“Per capire come mai le conquiste nord­coreane siano tanto sorprendenti, dobbiamo considerare le convinzioni degli esperti e il modo in cui il regime di Kim ha dimostrato che sbagliavano”, scrivono Nicholas L. Miller e Vipin Narang sul sito statunitense Politico. Quando ha preso il posto del padre, nel 2011, Kim Jong-un (che oggi ha 34 anni) è stato considerato un fantoccio o una speranza di cambiamento: la sua educazione in Svizzera avrebbe fatto il gioco dell’apparato militare nordcoreano? O sarebbe stato protagonista di un’apertura? Anche in questo caso gli esperti si sono sbagliati, perché Kim Jong-un non è stato né l’uno né l’altro. Il giovane leader ha liquidato o epurato la vecchia guardia e ha fatto dell’accelerazione del programma nucleare il segno distintivo del suo potere assoluto. Nel maggio del 2012 il regime ha perfino deciso di inserire il suo status di potenza nucleare nella nuova costituzione del paese.

Il regime sa bene che non potrà sopportare per molto tempo le sanzioni attuali

Le sanzioni internazionali, rafforzate dopo ogni test, non hanno rallentato il percorso nucleare del regime. Inoltre, sia la Russia sia la Cina hanno fatto in modo che quelle sanzioni non potessero mettere in ginocchio il regime, il quale dal canto suo ha avviato una sorta di liberalizzazione economica con lo sviluppo di zone economiche speciali e del commercio al dettaglio non statale. L’economia nordcoreana dipende direttamente dal petrolio importato dalla Cina, una fornitura finora mai messa in discussione.

Nella testa di Kim

“Non dovrei dirlo, ma complimenti ai nord­coreani. Hanno giocato benissimo le loro carte”, ammetteva a gennaio del 2016 sul New York Times Joel Wit, ex diplomatico statunitense incaricato di occuparsi della denuclearizzazione del Nord. “Sono riusciti a diventare a pieno titolo una piccola potenza nucleare, con un arsenale in espansione e sempre più avanzato”.

Jon Wolfstahl, che si occupa da più di vent’anni del nucleare nordcoreano ed è stato consigliere di Barack Obama su questo argomento, dice più o meno lo stesso. In un dibattito pubblicato dal Carnegie endowment for international peace, uno dei grandi centri studi sul nucleare militare, l’esperto prova a mettersi nella testa di Kim Jong-un. Cosa pensa il dittatore? Che gli Stati Uniti vogliono un accordo, come hanno dimostrato gli ultimi trent’anni; che il tempo gioca a favore della Corea del Nord; che il paese ha nuovi partner (in Asia e in Africa); che l’economia migliora; che gli Stati Uniti non hanno in mano alcuna opzione militare realistica e che stanno perdendo terreno nella regione. E, infine, che tutti i dittatori che hanno rinunciato al nucleare o alle armi di distruzione di massa sono stati in seguito spazzati via: Pyongyang cita di continuo gli esempi di Saddam Hussein e di Muammar Gheddafi. “Kim ha imparato molte cose da noi”, sottolinea Jon Wolfsthal. “È troppo tardi per rimediare a ciò che è stato fatto. Una guerra con la Corea del Nord sarebbe orribile. Nessuna persona sana di mente vorrebbe provocarla e, nonostante le analisi più diffuse, Kim non è pazzo. A quanto pare ci ha capito molto meglio di quanto credesse il nostro governo”.

Una soluzione politica

È troppo tardi per fermare il programma nucleare nordcoreano? È di questo che sono convinti molti esperti in Corea del Sud. “Washington e Seoul devono sostituire la loro politica del ‘tutto o niente’ con un congelamento del programma, seguito da un percorso di riduzione delle capacità nucleari del Nord”, spiegava a gennaio del 2016 Moon Chung-in, ex consigliere della presidenza sudcoreana e docente all’università Yonsei di Seoul. Della stessa opinione era un altro esperto, Cheong Seong-chang: “È troppo tardi per abbandonare il programma nucleare. Ma è ancora possibile congelarlo. Detto questo, sono molto pessimista, perché gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di negoziare con la Corea del Nord. Pyongyang pretende di firmare un trattato di pace (alla fine della guerra di Corea, nel 1953, fu firmato solo un armistizio), e Washington rifiuta di farlo. Non c’è nessuna possibilità di trovare una soluzione”.

Da sapere
Un fronte diviso

◆ Il 3 settembre 2017 la Corea del Nord ha annunciato di aver testato con successo una bomba all’idrogeno. Non è possibile verificare la natura dell’ordigno ma di certo si tratta del più potente mai sperimentato da Pyongyang. Il test non era inatteso – nella penisola sono in corso le esercitazioni militari di Stati Uniti e Corea del Sud, considerate da Pyongyang una provocazione – ma la potenza della bomba ha sorpreso gli esperti e ha suscitato reazioni allarmate. Il 4 settembre, alla riunione urgente del Consiglio di sicurezza dell’Onu, la delegata di Washington Nikki Haley ha proposto un pacchetto di sanzioni “definitivo”. I dettagli non sono noti, ma è probabile che sia incluso l’embargo sul petrolio, osteggiato finora da Pechino per le conseguenze devastanti che avrebbe in Corea del Nord. Il 5 settembre il presidente russo Vladimir Putin ha definito “inutili” nuove sanzioni e ha indicato che l’unica via percorribile è quella diplomatica. Anche la Cina ha ripetuto il suo invito a riprendere il dialogo ma, secondo un’indiscrezione del South China Morning Post, potrebbe votare a favore delle sanzioni sul petrolio salvo poi non chiudere completamente le forniture per evitare che il paese collassi. Molti osservatori sono convinti che gli Stati Uniti debbano cominciare a parlare con Pyongyang. Ma le premesse per avviare un dialogo per ora sono inconciliabili: secondo il JoongAng Ilbo **a maggio a Oslo c’è stato un incontro diplomatico non ufficiale tra Stati Uniti e Corea del Nord in cui i nordcoreani hanno aperto alla possibilità di sospendere i test se Washington rinuncerà alle sanzioni e firmerà il trattato di pace per chiudere formalmente la guerra di Corea. Per Washington, invece, Pyongyang deve prima rinunciare al nucleare. Il presidente sudcoreano Moon Jae-in, scostandosi dalla linea morbida tenuta finora verso il Nord, ha dato il via libera all’installazione del sistema antimissile statunitense nel paese. Per il **Dong-a Ilbo la Corea del Sud deve reintrodurre nel paese le armi nucleari che gli Stati Uniti portarono via nel 1991 in nome dell’impegno a denuclearizzare la penisola.


La soluzione dovrà essere politica, con un nuovo ciclo di negoziati, e di lungo periodo, cioè in grado di durare fino al risveglio della società nordcoreana. È quanto spiegava tre mesi fa un alto responsabile nordcoreano che si è rifugiato al Sud. Secondo il diplomatico Thae Yong-ho, “per Kim Jong-un il programma militare è l’unico mezzo per garantire la continuità del suo potere e della sua dinastia. È dunque fermamente deciso a continuare. Il regime sa bene che non potrà sopportare per molto tempo le sanzioni attuali. Perciò vuole acquisire le tecnologie necessarie per arrivare a un compromesso con gli Stati Uniti e la Corea del Sud, un accordo che stabilisca il congelamento dei test nucleari e balistici in cambio della fine delle sanzioni”. Aggiunge Thae Yong-ho: “Perfino i cinesi vogliono trovare un compromesso con gli statunitensi sul nucleare della Corea del Nord. Se però accettiamo una moratoria, se cadiamo in questa trappola, vorrà dire che riconosceremo la Corea del Nord come potenza nucleare, al pari dell’India o del Pakistan, che non sono colpiti da sanzioni. Il regime vuole seguire proprio il loro esempio”.

Ci riuscirà? E che dire dell’Iran, che invece ha scelto di rinunciare al programma nucleare dopo dieci anni di negoziati? Il programma nordcoreano pone una sfida del tutto diversa: potrebbe cioè rappresentare il futuro dei trattati che disciplinano la proliferazione nucleare. Il Trattato di non proliferazione (Tnp, firmato nel 1968 e in vigore dal 1970) è stato intaccato gravemente quando India e Pakistan (senza dimenticare Israele) si sono dotati del nucleare. La rinuncia del Sudafrica e del Brasile, la denuclearizzazione dei paesi dell’ex Unione Sovietica (Ucraina, Kazakistan), gli accordi firmati nel 2003 con la Libia di Gheddafi (rovesciato e ucciso nel 2011) e con l’Iran avevano ridato un po’ di vivacità alle politiche di non proliferazione.

L’esempio nordcoreano potrebbe rilanciare la corsa al nucleare? È questo il rischio sottolineato da chi teme che un eventuale negoziato con Pyongyang possa sfociare solo in una moratoria. Jacques Chirac nel 2007 aveva sintetizzato bene il problema. Intervistato sull’Iran e sulla sua capacità di ottenere le armi atomiche, aveva spiegato, con un tono poco diplomatico che lo aveva poi costretto a un dietrofront: “La cosa davvero pericolosa non è tanto il fatto che l’Iran possieda una bomba atomica, o magari anche due tra qualche tempo… Il pericolo è la proliferazione. Se cioè l’Iran procede e arriva a padroneggiare completamente la tecnica elettronucleare, il pericolo non sarà tanto la bomba che possiederà e che non gli servirà a niente… Dove la dovrebbe lanciare quella bomba? Su Israele? Non potrebbe fare neanche 200 metri nell’atmosfera che Teheran sarebbe rasa al suolo”.

Gli Stati Uniti hanno fatto sapere che il loro sistema antimissile schierato in Corea del Sud è in grado di intercettare i missili nordcoreani. Senza esplicitare quali sarebbero le conseguenze di una simile eventualità per tutta la penisola coreana. La grande partita di poker nucleare ha davanti dei giorni interessanti. E, con sorpresa di tutti i diplomatici, il regime nordcoreano sembra avere in mano le carte migliori. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1221 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati