Mio padre, Raúl Wiener, raccontava sempre che quando aveva pubblicato il suo libro su Alan García io ero scoppiata a piangere: avevo paura che finisse in carcere. Il titolo del libro era El llulla presidente. Il termine _ llulla_ in quechua significa “bugiardo”. La traiettoria politica di García, due volte presidente del Perù, è stata segnata da menzogne, denunce di corruzione, reati e violazioni dei diritti umani. Forse per questo il 17 aprile, quando è arrivata la notizia che sarebbe stato arrestato per il suo coinvolgimento nel caso Odebrecht, molti hanno dubitato che fosse vera. García aveva burlato la giustizia troppe volte perché ci fidassimo. E quando appena un’ora dopo ha cominciato a girare la voce che si fosse suicidato, i sospetti sono aumentati. È terribile, ma molti erano convinti che fosse capace di spacciarsi per morto pur di evitare il carcere. Alan García che entra nella sua stanza, si chiude dentro mentre il procuratore aspetta in fondo alle scale, e che poi si spara alla testa? No, doveva essere uno stratagemma del “presidente bugiardo” per distrarci mentre lui era già alla frontiera.

Controllo della giustizia

Era così, ma in un senso più macabro. Molti hanno visto il suicidio di Alan García come la sua ennesima fuga riuscita. Una fuga premeditata verso la morte per non affrontare quello che avrebbe dovuto accettare in vita. La scorciatoia più breve per un evento più tollerabile di quello che gli sarebbe toccato in sorte se si fosse presentato in tribunale per subire un processo. L’ultima impresa di un ego colossale, com’era considerato quello di Alan García. Nel 1985, all’età di 35 anni, García era il presidente più giovane che il Perù avesse avuto, il politico audace e l’arringatore che mio nonno, militante dell’Alianza popular revolucionaria americana (Apra, sinistra), aveva spesso sognato come la reincarnazione del fondatore del partito, Víctor Raúl Haya de la Torre. Un leader nato, di centrosinistra, dallo spirito latinoamericano e antimperialista. Ma nei due mandati da presidente, dal 1985 al 1990 e dal 2006 al 2011, García ha mostrato solo il suo autoritarismo, con discorsi vuoti e senza un progetto per il paese che andasse oltre le sue smisurate ambizioni personali: il primo mandato fu segnato dalla più grande crisi economica della storia del Perù; il secondo, da un’apertura economica selvaggia, in cui i fiumi di denaro della corruzione scorrevano copiosi.

I suoi compagni di partito lo hanno già trasformato in un perseguitato politico e martire del sistema giudiziario, e sul palazzo del parlamento sventola una bandiera a mezz’asta in suo onore. C’è poi lo sgomento enorme di molti peruviani. Dietro quell’unico sparo García ha lasciato un’impunità enorme, che forse non riusciremo mai a chiarire completamente.

Le sue mani erano macchiate del sangue e dei soldi sporchi di alcune delle più grandi tragedie del Perù. Negli anni ottanta, durante il suo primo governo, un plotone dell’esercito uccise sessantanove abitanti della comunità di Accomarca, ingiustamente accusati di essere terroristi. Trenta erano bambini. I soldati torturarono gli uomini, stuprarono tutte le donne e gli spararono, lanciando granate e dandogli fuoco insieme ai bambini. García inoltre è sfuggito alla responsabilità del massacro nella comunità di Cayara, dove l’esercito uccise trentacinque persone. Non ha pagato per la strage di Los Molinos né per gli stupri nelle comunità di Manta e Vilca. E neanche per aver dato l’ordine, da presidente, di soffocare le rivolte in due carceri di Lima, uccidendo trecento detenuti del gruppo terroristico Sendero Luminoso. Non ha pagato per il dolore di migliaia di peruviani che s’impoverirono durante il suo primo mandato presidenziale, quando l’inflazione raggiunse cifre che si avvicinano a quelle del Venezuela oggi. Non ha pagato per le azioni del gruppo paramilitare Rodrigo Franco, che operò sotto la sua ala protettrice. E non si è mai preso la responsabilità del cosiddetto Baguazo (2009), la repressione brutale della polizia ordinata per soffocare il sollevamento di alcune comunità amazzoniche vicino a Bagua, contrarie a un decreto del governo che favoriva le multinazionali e le aziende minerarie per lo sfruttamento del petrolio, del gas e delle risorse minerarie sui territori indigeni. Il risultato furono decine di morti e un conflitto che dura ancora oggi in varie zone del paese.

Negli ultimi anni abbiamo visto in più di un’occasione García entrare nei tribunali, sospettato di aver preso tangenti per la costruzione della metropolitana di Lima e della strada interoceanica e per gli indulti concessi durante il suo secondo mandato a decine di persone condannate per traffico di droga. Ma non arrivava mai sul banco degli imputati: all’ultimo momento le accuse contro di lui venivano sempre respinte. Ora, grazie a diverse inchieste giornalistiche, sappiamo che Alan García e il potere giudiziario erano la stessa cosa. Lo aveva penetrato e corrotto dagli anni ottanta, mantenendo in alcuni posti strategici persone che lo proteggevano. Lo faceva grazie ad anni di arricchimento illecito.

Il caso che lo avrebbe finalmente portato nel mirino di una squadra di procuratori e di giudici onesti riguardava le trame dell’azienda edile brasiliana Odebrecht, il più grande scandalo di corruzione dell’America Latina. Il 16 aprile le prove contro García hanno portato la giustizia a ordinare l’arresto preventivo dell’ex presidente nell’ambito dell’inchiesta _lava jato _(autolavaggio), per le mazzette ricevute per la costruzione di un treno urbano e per finanziamenti illeciti alle sue campagne elettorali. Dovevano essere solo dieci giorni di carcere, anche se nel corso del processo avrebbero potuto chiedere la detenzione preventiva per i reati di collusione, riciclaggio e traffico di influenze.

Insomma, non era una persecuzione politica, anzi: García era sempre stato un protetto. Era stato messo alle strette da una rigorosa inchiesta giudiziaria. Per questo il procuratore si trovava a casa dell’ex presidente il 17 aprile, alle sei e mezzo di mattina, quando García è entrato nella sua stanza e si è sparato alla testa.

Non tutto è perduto

Nel 2001, all’indomani della caduta del dittatore Fujimori, García tornò in Perù dopo nove anni di esilio e fece un discorso potente citando il drammaturgo spagnolo Calderón de la Barca. Presto sarebbe stato di nuovo presidente. Erano anni che in Perù non si sentiva un politico tradizionale parlare al popolo. Io piangevo commossa guardando la tv. Il suo ritorno era un simbolo del ritorno della democrazia e, in teoria, di quegli ideali da cui in dieci anni di dittatura noi peruviane e peruviani eravamo stati lontani. Ma ancora una volta la democrazia è stata solo un sogno. Il suicidio di Alan García dice molto di cosa è diventata la classe politica peruviana e latinoamericana, e di quello che i suoi leader hanno fatto con la fiducia e il voto dei cittadini in decenni di pantomima democratica.

Eppure non tutto è perduto. La società civile, la stampa indipendente e un gruppo di giudici e di procuratori peruviani tengono in scacco tutti coloro che, come García, si sono macchiati di questo tradimento. Il Perù sta per battere un record per il numero di ex presidenti in carcere o sul punto di entrarci. García sarebbe stato il terzo, dopo Pedro Pablo Kuczynski, detenuto, e Alberto Fujimori, riconosciuto colpevole. Alejandro Toledo è in attesa di estradizione. Ollanta Humala, che è stato in custodia cautelare per un anno, potrebbe tornare in prigione in qualsiasi momento. Anche Keiko Fujimori, la figlia di Alberto, più volte candidata alla presidenza, è in prigione. Tutto grazie allo scandalo della Odebrecht.

Vedendolo fuggire per l’ultima volta senza assumersi le sue responsabilità cos’avrebbero detto mio padre Raúl, uno dei più tenaci oppositori di García, o uno qualsiasi degli attenti avversari di sinistra che non ci sono più, o chi ha passato la vita a studiarlo e a rovinarsi gli occhi riempiendo fogli? Sarebbero contenti o lo definirebbero un vigliacco, come fa la metà del paese, mentre l’altra metà lo considera un eroe e un perseguitato politico? O avrebbero provato dolore, quel dolore che si sente quando muore il nemico?

Mentre pensavo a tutto questo ho scritto un messaggio al figlio di una delle vittime di Alan García. Ho pensato che potesse essere una buona misura dello stato in cui sono i nostri sogni di giustizia e la nostra volontà di memoria dopo la morte di un presidente sotto accusa. Mi ha risposto che ci avrebbe pensato più tardi, perché doveva occuparsi del figlio. Immagino che la possibilità di avere qualcosa di più urgente a cui pensare sia, in qualche modo, una sorta di giustizia. ◆ fr

Gabriela Wiener è una scrittrice e una giornalista peruviana. In Italia ha pubblicato _Corpo a corpo _(La Nuova Frontiera 2012).

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Questo articolo è uscito sul numero 1304 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati