“La Patagonia non si può descrivere a parole. Ma ci proverò”, ci dice Francisco, il nostro autista. È venuto a prenderci all’aeroporto di Punta Arenas. Racconta di venti impetuosi, pianure inospitali, montagne enormi, esploratori e animali rari. Ma anche di fuorilegge e gauchos, fossili e fiori, deserti, steppe, fiordi, pinguini e ghiacciai. La Patagonia non è un paese, bensì una regione che comprende una parte del Cile e dell’Argentina. Ma sembra essere anche uno stato d’animo.

Da Bruce Chatwin a Paul Theroux, la Patagonia è stata così mitizzata che quando ci arrivi ti rendi conto che fantasia e realtà si sono sovrapposte a tal punto che è difficile capire cosa stai osservando. Può succedere che alcune destinazioni siano anticipate dall’immaginario più di altre. E una volta arrivati troviamo quello che ci aspettavamo perché ce lo siamo portato dentro. Quando nel 1977 fu pubblicato per la prima volta, _ In Patagonia_, di Bruce Chatwin, ispirò un’intera generazione di esploratori, che partirono alla ricerca di sé stessi in terre ostili. Erano pronti a riscrivere la loro vita come degli avventurieri coraggiosi. In una lettera al suo editore, Chatwin scrisse: “La Patagonia è il luogo più lontano raggiunto dall’uomo a partire dal suo luogo d’origine. È quindi il simbolo della sua irrequietezza”. Il libro fu un enorme successo, anche se, o forse proprio per questo, l’autore non nascose di aver inventato molti dei dettagli e dei dialoghi.

Fascino e frustrazione

Esplorando via mare la costa da Punta Arenas, in Cile, fino a Capo Horn, e risalendo poi verso Ushuaia, in Argentina, a bordo della nave cilena Ventus Australis, ho sentito che la mia voglia di viaggiare era soddisfatta. Mi sono però chiesta se ci fosse davvero bisogno d’inventare. Le testimonianze del passato e lo straordinario presente della Patagonia mi sembrano più che sufficienti. Vicino a Punta Arenas vedo il monumento dedicato allo Yelcho, il rimorchiatore, partito da qui, che nel 1916 salvò gli uomini di Ernest Shackleton, dispersi dopo l’affondamento tra i ghiacci della nave Endurance. La spedizione guidata da Shackleton (che tentò la prima traversata via terra dell’Antartide) aveva fatto tappa in questo porto. Ed è sempre a Punta Arenas che l’equipaggio fu riportato in salvo.

Oggi nella città convivono architetture coloniali, baracche in lamiera da luogo di frontiera e un’elegante piazza con un corrimano a cui aggrapparsi quando il vento è molto forte. È una luminosa giornata autunnale, le bancarelle della piazza vendono berretti di lana e souvenir che celebrano le pecore, molto importanti per l’economia locale. Mi fermo da La Chocolatta per una cioccolata calda e dei churros, uno spuntino perfetto. Poi faccio tappa al museo Maggiorino Borgatello, un’esperienza affascinante o frustrante a seconda della propria sensibilità nei confronti dell’imbalsamazione, del colonialismo e della chiesa cattolica. La sezione dedicata all’immigrazione cerca di essere equilibrata, ma non c’è modo di nascondere il massacro delle popolazioni indigene compiuto tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, quando furono imposti allevamenti ovini, miniere d’oro e giacimenti petroliferi.

Un tempo Punta Arenas era una città chiave per il commercio marittimo mondiale, il principale porto sullo stretto di Magellano. Ma l’apertura del canale di Panamá le tolse quel ruolo e oggi l’atmosfera è piuttosto tranquilla. Faccio il pieno di energie con un pranzo a base di pesce da La Yegua Loca, un locale rinomato con vista sul porto, considerato il miglior ristorante per chi desidera provare l’alta cucina della Patagonia. Avrei trascorso tutto il pomeriggio sulla sua terrazza, ma da lì vedo la nave e sono impaziente di salire a bordo. La Ventus Australis è progettata per navigare agevolmente e attraversare i piccoli canali dello stretto di Magellano e della via dei ghiacciai. Può ospitare 210 passeggeri ed è abbastanza grande da evitare la sensazione di claustrofobia, e abbastanza piccola da preservare un’atmosfera intima.

Il nostro itinerario prevede la baia di Ainsworth, le isole Tucker, un’escursione sul ghiacciaio Pia e la navigazione nella via dei ghiacciai. Dopo aver visto una serie di cinque ghiacciai lungo questo tratto del canale di Beagle, capisco che a volte le parole non bastano. Spettacolare, meraviglioso, straordinario, impressionante, mozzafiato, commovente: alla fine lascio perdere gli aggettivi e mi limito a contemplare. Anche se tutto ciò sfida la capacità di essere descritto, per molti passeggeri l’obiettivo principale è Capo Horn. Punto più meridionale della Terra del Fuoco cilena, Capo Horn, o Cabo de Hornos, segna l’ingresso al canale di Drake, dove Atlantico e Pacifico s’incontrano.

Parlo con un inglese che è qui con suo nipote per realizzare il sogno di una vita, “sbarcare a Capo Horn”. È un marinaio in pensione e mi racconta delle ottocento navi e più naufragate in queste acque ai tempi della navigazione a vela e dei diecimila marinai morti. “Sono qui per loro”, mi dice. Anche se oggi le navi sono molto più sicure, il vento e il mare continuano a dettare legge: abbiamo solo il 70 per cento di probabilità di riuscire ad attraccare. “Spero di riuscirci, soprattutto per lui”, dice il nipote, anche lui in marina. Io mi vergogno di dire che in realtà sono qui soprattutto per i pinguini: la loro missione è chiaramente più nobile della mia.

Vediamo i delfini tonina cimentarsi in salti eleganti. Presto vedremo anche le megattere giocare davanti ai ghiacciai, mentre nel cielo petrelli e stercorari prendono quota per poi scendere in picchiata. Tengo gli occhi ben aperti per avvistare un albatro, illudendomi più volte con dei gabbiani particolarmente grandi. Ma quando finalmente vedo il vero albatro, resto ancora una volta senza parole.

La nostra prima tappa è la baia di Ainsworth, dove le escursioni vanno dal trekking impegnativo alla passeggiata nei boschi. Le guide sono del posto, tutte appassionate del loro lavoro. Catalina ci porta nel bosco, illustrandoci il vasto patrimonio di conoscenze botaniche delle popolazioni indigene e mostrandoci il canelo (o corteccia di Winter), che a quanto dice contiene nella sua corteccia più vitamina C delle arance. Sullo sfondo s’intravede il ghiacciaio Marinelli.

Le conversazioni serali sono accompagnate da tramonti spettacolari e spaziano dai ghiacciai ai primi abitanti di queste terre. “Studiare la glaciologia è come studiare la psicologia”, afferma Javier. “Ogni ghiacciaio ha la sua personalità”. I ghiacciai, ci spiega, generano correnti d’aria che ventilano l’atmosfera. Javier descrive questi ecosistemi con tale trasporto da farmi pensare che non siamo affatto alla fine del mondo, ma nel cuore del nostro pianeta.

Partecipo a un’escursione in gommone per osservare una colonia di pinguini di Magellano e mi sembra di provare le stesse sensazioni di una partita di calcio dal vivo: le immagini sono più fugaci, l’azione più distante rispetto a quella che si vede in tv, ma le emozioni sono amplificate e la realtà appartiene a una dimensione carica di gioia.

Atmosfera epica

Poi giungiamo a Capo Horn. Il nostro giro di cinque giorni prevede l’arrivo a Ushuaia, ma alcuni passeggeri prolungheranno il percorso tornando indietro lungo una rotta leggermente diversa, per aumentare le probabilità di sbarcare a Capo Horn e vedere più pinguini. Ci alziamo presto. I segnali sono incoraggianti. Le condizioni atmosferiche sono buone. I gommoni vengono calati in acqua. Attracchiamo in una baia riparata e saliamo una serie di scalini fino alla cima battuta dal vento, percorrendo una passerella che porta al monumento eretto qui nel 1992. Una poesia in spagnolo recita:

Sono l’albatro che ti aspetta

Alla fine del mondo.

Sono l’anima dimenticata dei marinai morti

Che attraversarono Capo Horn

Da tutti i mari della terra.

È tutto molto epico. Da lì raggiungiamo il faro. Un guardiano della marina cilena è qui di stanza con la famiglia (finora il compito è sempre stato assegnato a un uomo). Alcuni dei passeggeri fanno dei video per Instagram ed evitano d’inquadrare l’altalena e lo scivolo dei figli del guardiano, in modo che questa gita sembri più avventurosa. Il marinaio in pensione ha le lacrime agli occhi. Ha realizzato il suo sogno. È stato un viaggio straordinario. ◆ nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1672 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati