Cos’hanno in comune Aviva, Hsbc, Legal & General, Nomura e Northern Trust? Nel 2019 questi fondi d’investimento hanno deciso di fare pressioni sulle grandi aziende tecnologiche della Silicon valley puntando il dito contro i contenuti che circolano sui loro social network. È cominciato tutto la scorsa primavera, dopo il massacro di Christchurch, in Nuova Zelanda, quando l’Nz super fund, il fondo sovrano neozelandese, ha dato vita alla prima coalizione globale di investitori che ha preso di mira i social network. Il fondo ha invitato Facebook, Twitter e Alphabet, l’azienda proprietaria di Google, “a rafforzare i controlli per impedire la diffusione di contenuti riprovevoli”. L’obiettivo era evitare che il video della sparatoria di Christchurch, trasmessa in diretta streaming su Facebook, fosse replicato. Hanno aderito alla campagna un centinaio di fondi. Facebook, Twitter e Alphabet hanno puntualmente promesso di affrontare la questione. Tuttavia le immagini del massacro di Christchurch continuano a circolare sui social network.
L’esito non è stato propriamente felice, ma quest’iniziativa rivela un cambiamento importante: i cosiddetti investitori Esg (environment, social and governance, cioè i fondi attenti agli aspetti ambientali, sociali e di gestione delle aziende) cominciano a fare campagne per la riforma delle grandi aziende tecnologiche, usando tattiche sviluppate in settori come quello petrolifero e del gas.
Il cambiamento è straordinario: fino a poco tempo fa si riteneva che le aziende tecnologiche fossero molto più sensibili di altri settori economici ai fattori Esg. Molti dei gruppi più importanti hanno aderito da tempo a cause progressiste, come i diritti dei gay. Inoltre hanno guadagnato l’appoggio degli investitori Esg perché alcune innovazioni tecnologiche portano benefici alla società e all’ambiente. Secondo una ricerca del Carbon trust, nel 2018 l’uso della telefonia mobile ha permesso alle persone di ridurre le emissioni di gas serra di 2.135 milioni di tonnellate, una quantità paragonabile alle emissioni annuali della Russia. Ora però gli attivisti Esg sono preoccupati da altri problemi legati alle aziende tecnologiche, in particolare quello della privacy. Alla prossima assemblea generale della Apple si parlerà di libertà d’espressione. Alcuni azionisti hanno chiesto di votare su questa materia dopo che l’azienda è stata accusata di servilismo nei confronti della Cina per aver eliminato un’app di mappatura durante le proteste a Hong Kong.
Un altro punto delicato è la filiera produttiva. A dicembre un gruppo di attivisti per i diritti umani ha fatto causa ad Apple, Google, Microsoft, Dell e Tesla per presunti abusi nelle miniere di cobalto africane. Queste azioni non provocheranno da sole un cambiamento. I gruppi tecnologici hanno una tale quantità di denaro che i loro dirigenti possono permettersi di ignorare le minacce e i boicottaggi. Una situazione diversa dal settore delle spedizioni, in cui banche e investitori stanno imponendo standard ecologici più rigidi. Le azioni a doppia classe, che conferiscono ai fondatori enormi diritti di voto, rendono inoltre più difficile influenzare queste decisioni. A maggio Mark Zuckerberg ha stroncato con grande facilità una campagna per la riforma nella gestione di Facebook.
Le proteste dei lavoratori
Tuttavia gli attivisti Esg sperano che mettere in luce questioni in passato ignorate possa alla fine spingere le autorità o i consumatori ad agire. Ma il cambiamento potrebbe arrivare prima dai lavoratori. A settembre più di 1.500 dipendenti di Amazon hanno indetto uno sciopero per chiedere all’azienda di impegnarsi a ridurre a zero le emissioni di anidride carbonica entro il 2030. I dipendenti di Google hanno organizzato proteste contro le discriminazioni di genere e contro la progettazione di un motore di ricerca fatto su misura per la censura cinese. Le proteste dei dipendenti di Facebook hanno avuto meno visibilità, ma un dirigente ha dichiarato che tra i suoi colleghi “molti sono assolutamente a favore della campagna dell’Nz super fund” e hanno intenzione di usarla come occasione per chiedere delle riforme.
Non è esattamente la rivoluzione desiderata dagli attivisti. Ma è un’importante evoluzione. Speriamo che possa costringere i dirigenti delle aziende tecnologiche ad affrontare, sia pur tardivamente, questioni che ignorano da troppo tempo. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1342 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati