Guerre e clima vanno insieme. Lo afferma Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo che ha appena pubblicato _Disarmo climatico _(Edizioni ambiente). Il punto, spiega Vignarca, non è aggiungere un capitolo verde alle campagne per il disarmo né un capitolo pacifista alle campagne per il clima. “Si tratta di riconoscere che il modello di sicurezza armata e il modello di sviluppo fossile sono due facce dello stesso paradigma e che da entrambe si può uscire solo contemporaneamente”. L’emergenza climatica è sotto gli occhi di tutti, però stiamo usando il tempo e le risorse che ancora abbiamo a disposizione per riarmarci: nel 2025 la spesa militare mondiale ha toccato il record di 2.887 miliardi di dollari, undicesimo anno consecutivo di crescita. I danni climatici delle guerre, dice Vignarca, non sono solo le tonnellate di CO2 prodotte dai conflitti ma anche l’erosione della fiducia tra gli stati, che è uno dei requisiti della cooperazione internazionale, a sua volta condizione essenziale nella lotta al cambiamento climatico. È un capovolgimento culturale quello che serve. A partire dal senso che diamo alle parole. Come “sicurezza”, che parlando di stati tendiamo ad associare a confini fortificati e militarizzati. Ma quando con l’ondata di calore di questa estate in Europa si registrano trentacinquemila morti in eccesso e in Italia l’inquinamento atmosferico provoca oltre quarantamila morti premature l’anno (numeri da conflitto armato) non c’è da preoccuparsi anche della sicurezza umana, oltre che dei nostri confini? E questa sicurezza umana, cioè climatica, sanitaria e sociale, non dovrebbe ricevere investimenti almeno altrettanto cospicui di quelli che destiniamo alla sicurezza militare? Pace e clima, scrive Vignarca, “o si salvano insieme o non si salvano affatto”. E a chi obietta che con la guerra alle porte parlare di disarmo è ingenuo, risponde con i fatti: “È esattamente adesso il momento, perché la storia dei movimenti ci dice che il poco tempo che resta può ancora essere usato bene”. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1684 di Internazionale, a pagina 3. Compra questo numero | Abbonati