L’omicidio di Guido Rossa, compiuto il 24 gennaio 1979 dalle Brigate rosse, segnò uno spartiacque nella vicenda della “lotta armata”. Benché presentato dagli attentatori come una spia che aveva denunciato un brigatista, la vittima era comunque un comunista e soprattutto un operaio, al punto che l’irriducibile Mario Moretti ha descritto quell’uccisione come “la tragedia politica e umana più emblematica di quel che si consumava in quegli anni”.

In questo libro, attingendo al suo archivio privato, Sergio Luzzatto traccia un ritratto di Rossa (più la vita che la morte del sottotitolo): dalla famiglia, originaria del bellunese, con il padre emigrante e la madre balia, alla giovinezza, trascorsa tra le fabbriche in cui comincia a lavorare (prima a Torino poi a Genova, all’Italsider) e le montagne, dove, nonostante l’origine sociale modesta, diventa un asso dell’alpinismo.

A metà degli anni sessanta Rossa comincia a riflettere sul senso dell’alpinismo e sulla politica, s’iscrive al Partito comunista italiano (di cui secondo Luzzatto è probabile che diventi un informatore quando il partito decide di controllare la presenza di militanti extraparlamentari negli stabilimenti industriali) e gira la sua città di adozione, Genova, provando a capirla e a raccontarla attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica, scattando immagini belle e dure, in parte riprodotte nel volume. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1450 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati