Mercoledì 17 giugno è morto Carlo Ginzburg, lo storico che, partito dallo studio di alcuni processi dell’inquisizione della prima età moderna, ha costantemente allargato il proprio orizzonte, interessandosi a oggetti diversissimi: dai miti millenari ai dettagli rivelatori, dalle immagini allo statuto della verità. Per ricordarlo è possibile pescare dalla sua opera ricchissima, portata avanti fino all’ultimo, destinata a essere letta e meditata da chiunque vorrà indagare come le culture si trasmettono e come si usano le tracce del passato. Tra le possibilità per accedere a quest’opera c’è quella di cominciare dall’inizio, dal saggio sui benandanti pubblicato per la prima volta nel 1966, basato sulle straordinarie confessioni in cui uomini e donne del Friuli nel cinquecento e nel seicento raccontavano di andare di notte, “in spirito”, a combattere streghe e stregoni per proteggere i raccolti. Le voci di questi testimoni sinceri, rispetto ai quali l’inquisizione non sa bene come comportarsi, parlano quasi da sole e con il suo commento ridotto all’essenziale Ginzburg fa emergere l’ipotesi di un culto della fertilità antichissimo, di cui in seguito avrebbe cercato le tracce nell’intera area euroasiatica. La curiosità per una fonte inattesa, la volontà di collegare tra loro le storie individuali e la capacità di derivarne un contesto nuovo restano, a sessant’anni dalla pubblicazione del libro, ancora esemplari. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1670 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati