Raffinerie in fiamme, esplosioni nei depositi, petroliere in avaria. Le immagini in arrivo dal golfo Persico sono la dimostrazione di come la guerra in Iran stia erodendo le riserve di gas e petrolio, provocando un aumento dei prezzi dell’energia. Ma oltre a questo, che di per sé basterebbe a indebolire l’economia globale, c’è un altro pericolo in agguato. È annidato dietro le facciate di banche e fondi d’investimento di Londra, New York e Singapore. E con l’aumento dei prezzi del petrolio si potrebbe arrivare a una vera e propria crisi economica. Il pericolo arriva dal private credit (credito privato), una forma d’investimento che negli ultimi anni ha attirato miliardi di dollari. Sono prestiti che sfuggono a quasi tutte le regole, visto che non passano né per i mercati ufficiali né per i canali bancari tradizionali. E proprio a causa della scarsa trasparenza per investitori e autorità di vigilanza contengono rischi incalcolabili.

Il meccanismo è questo: una società o un fondo raccolgono dagli investitori un capitale di partenza con cui prendono in prestito altro denaro, in genere dalle banche. A quel punto concedono a loro volta dei prestiti, per esempio ad aziende che non riescono a ottenere soldi dalle banche. Accettando rischi enormi, applicano tassi d’interesse più alti di quello che pagano alle banche. È ciò che i professionisti del settore chiamano “leva”.

Grazie a questa leva, le società di credito privato sono appetibili per chi cerca rendite finanziarie più alte di quelle garantite dai fondi, che si limitano a investire in obbligazioni senza rimpinguare le proprie casse con soldi presi in prestito dalle banche. Di recente il private credit è diventato uno strumento finanziario molto diffuso tra i miliardari. Quindici anni fa a Wall street questo tipo di veicoli finanziari era poco più di una nicchia; oggi, secondo l’associazione di categoria, l’Alternative credit council, nel settore circolano 3.500 miliardi di dollari.

Da mesi, però, investitori, banchieri e autorità di vigilanza temono che in quest’angolo buio del mercato finanziario si nasconda una bolla pericolosa. Di recente le società di credito privato hanno dovuto affrontare spettacolari insolvenze dei loro debitori. Prima è stato il turno della First Brands, un’azienda statunitense che produce componenti per automobili, poi è toccato al gruppo immobiliare britannico Century. Secondo Jamie Dimon, amministratore delegato della JPMorgan Chase, la più grande banca statunitense, casi del genere vanno considerati come le blatte: “Quando ne vedi una puoi stare certo che ce ne sono molte altre”. E con lo shock petrolifero potrebbe esserci un’invasione.

Lo scenario è questo: con i prezzi dell’energia che crescono, le aziende spendono di più per la produzione e il trasporto delle merci e quindi aumentano i prezzi, alimentando l’inflazione. Di conseguenza, i creditori alzano i tassi d’interesse sui prestiti concessi alle imprese, e le banche centrali sono costrette ad aumentare il costo del denaro per contenere la domanda di credito ed evitare ulteriori aumenti dei prezzi. A quel punto anche i singoli istituti bancari alzano i tassi d’interesse, mettendo in difficoltà le aziende, che sono già alle prese con l’aumento del costo dell’energia. Se restano indietro con il pagamento degli interessi o i prestiti diventano addirittura inesigibili, salta anche il gioco delle società di credito privato, che a loro volta devono rimborsare i debiti contratti con le banche.

Potremmo essere nella fase del “canarino nella miniera di carbone”

L’azienda modello

Chi ha investito nel credito privato non ha nessuna intenzione di aspettare che questo scenario si avveri e ha già cominciato a portare al sicuro i propri capitali. O quantomeno ci sta provando. Da settimane le società di credito privato segnalano nuovi record nelle richieste di rimborso, ma sono così tante che non possono soddisfarle tutte. Suscita preoccupazioni quella che era considerata il modello del settore, la statunitense Blue Owl Capital, fondata da Doug Ostrover e Marc Lipschultz, entrambi noti per essersi dedicati a scommesse finanziarie di ogni tipo. Ostrover ha mosso i primi passi vendendo titoli di credito di aziende inaffidabili, mentre Lipschultz si occupava di investimenti tecnologici per conto del fondo d’investimento Kkr.

Nel 2016 si sono messi in proprio con un capitale di partenza di 250 milioni di dollari. Dato che la cifra era piuttosto modesta per gli standard di Wall street, hanno dovuto procurarsi un bel po’ di denaro. Ma mentre in passato il credito privato si rivolgeva a fondi pensione, assicurazioni e fondi sovrani, cioè a soggetti che privilegiavano investimenti a lungo termine in grado di resistere alle oscillazioni del mercato, la Blue Owl è andata da ricchi investitori privati, mettendo insieme più di trecento miliardi di dollari.

Questa crescita spettacolare, però, ha anche i suoi inconvenienti: per quanto ricchi, gli investitori sono sempre impazienti; se vedono perdite all’orizzonte, ci mettono poco a defilarsi. A quel punto agli amministratori tocca trovare le risorse per rimborsarli, all’occorrenza rivendendo ad altri fondi i crediti erogati. È quello che è successo a febbraio, quando l’azienda d’intelligenza artificiale (ia) Anthropic ha lanciato nuovi strumenti in grado di sostituire i software di analisi finanziaria. Gli investitori si sono spaventati, temendo che l’ia avrebbe reso obsolete le aziende di software a cui la Blue Owl aveva prestato i loro soldi. La Blue Owl a quel punto ha dovuto fissare un tetto massimo per i disinvestimenti. Inoltre, ha venduto crediti per 1,4 miliardi di dollari.

Ma, come succede spesso, chi tenta di calmare le acque finisce per agitarle ancora di più. Secondo Mohamed el Erian, capo economista del colosso assicurativo Allianz, potremmo essere nella fase del “canarino nella miniera di carbone”. Un tempo i minatori si portavano dietro delle gabbiette con dei canarini: quando li vedevano cadere dal trespolo sapevano che era il momento di scappare per sfuggire ai gas tossici sprigionati nelle gallerie. Osservando i movimenti della Blue Owl, i veterani di Wall street ripensano all’agosto del 2007, quando due fondi speculativi della banca d’investimento Bear Stearns, dopo aver subìto gravi perdite legate ai mutui ipotecari, interruppero i rimborsi. Agli investitori era stato ripetuto che andava tutto bene, finché entrambi i fondi non fallirono. Fu la prima crepa visibile nel sistema finanziario globale.

All’epoca le attività finanziarie della Bear Stearns diventarono carta straccia, ma oggi non sembra che nel credito privato possa succedere la stessa cosa: i crediti che la Blue Owl è stata costretta a vendere hanno trovato compratori senza fare grossi sconti. Solo che ormai la questione non riguarda solo la Blue Owl. Gli investitori della Bcred, un fondo di credito privato della Blackstone, hanno reclamato rimborsi che vanno oltre il tetto massimo del 5 per cento a trimestre praticato normalmente. La Blackstone ha ceduto e ora deve restituire 3,8 miliardi di dollari. Cresce la pressione anche sul ricchissimo fondo di credito privato della Blackrock, i cui dirigenti avevano dichiarato che, anche se gli investitori volevano ritirare quasi il doppio di quella cifra, i rimborsi non avrebbero sforato il tetto del 5 per cento. Questo ha fatto aumentare il nervosismo, e il valore delle azioni della Blackrock è sceso di un notevole 7 per cento.

Non solo gli Stati Uniti

Per il momento le turbolenze riguardano solo il credito privato, ma presto rischiano di estendersi all’intero sistema. Come nel 2008, il contagio potrebbe passare alle banche: le società di credito privato sono a loro volta debitrici, e devono dei soldi soprattutto agli istituti bancari. Le grandi banche statunitensi da sole gli hanno prestato quasi sessanta miliardi di dollari, ma secondo la Federal deposit insurance corporation (Fdic, il fondo statunitense di garanzia dei depositi), i prestiti complessivi potrebbero ammontare a più di 350 miliardi di dollari. Se le banche non dovessero vedersi restituire in tutto o in parte i soldi, quelle più esposte potrebbero trovarsi in difficoltà.

Non è un problema esclusivamente statunitense: tra i maggiori creditori delle società di credito privato ci sono anche banche europee. Inoltre, secondo il Fondo monetario internazionale, già alla fine del 2024 più del 40 per cento delle aziende che avevano contratto debiti con le società di credito privato avevano un cashflow negativo, cioè spendevano più denaro di quello che incassavano. E già nell’ottobre 2025, il governatore della Banca d’Inghilterra avvertiva che il sistema finanziario globale era “esposto agli shock” e che un fattore di rischio era proprio la crescita dei crediti privati. Nel peggiore degli scenari possibili, lo shock in questione sarebbe la guerra nel golfo, con successiva reazione a catena. ◆ sk

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Questo articolo è uscito sul numero 1657 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati