Anni fa, sfogliando un’edizione centenaria del Geographical Journal, nella sala riservata ai soci della Royal geographical society with Ibg, a Londra, nel Regno Unito, mi sono imbattuto in un articolo sull’isola di Jan Mayen, un remoto affioramento vulcanico nel mar glaciale Artico. Ero appena tornato da un viaggio di ricerca nell’Artico e lo skipper della nave mi aveva parlato di questo posto poco noto.

L’articolo era un resoconto della prima spedizione scientifica sull’isola, nell’agosto del 1921, guidata da James Wordie, geologo e capo della Spedizione imperiale transantartica, un’équipe di scienziati voluta dell’esploratore britannico Ernest Shackleton. L’obiettivo era il primo studio geologico dell’isola, oltre a scalare per la prima volta il vulcano Beerenberg.

Ho chiamato lo skipper e scienziato marino norvegese Andreas Heide e abbiamo deciso che mancando diciotto mesi al centenario del primo viaggio era giusto organizzarne un altro.

L’isola di Jan Mayen, 377 chilometri quadrati, si trova nella parte meridionale del mar glaciale Artico, tra i mari di Groenlandia e Norvegia. Un breve istmo separa la parte sud da quella nord. L’isola ospita il vulcano attivo più settentrionale al mondo sopra il livello del mare.

All’inizio del seicento, inglesi e olandesi si contendevano i territori di caccia alle balene nell’Artico europeo. Il primo resoconto verificabile risale al 1614. Nello stesso periodo arrivarono tre navi baleniere olandesi, una delle quali capitanata da Jan Jacobs May, da cui prende il nome l’isola. “In Europa esisteva un importante mercato di prodotti derivati dai cetacei. Una volta che gli olandesi scoprirono l’isola di Jan Mayen, visto il numero di balene nelle vicinanze, fu naturale che occupassero le baie con le caldaie che bruciavano grasso di balena. La caccia a questi animali ebbe molto successo all’inizio, ma si esaurì intorno al 1642”, spiega Susan Barr, ex consulente per il patrimonio culturale dell’Artico del governo norvegese.

I diari di caccia dell’epoca riportano la presenza di migliaia di balene in Groenlandia. Si pensa che nell’Artico ci fossero più di quarantaseimila esemplari e che prosperassero grazie all’abbondante plancton nelle acque che si sciolgono della calotta glaciale della Groenlandia. Ma dopo appena ventidue anni, le balene erano così poche che l’isola di Jan Mayen diventò poco redditizia per gli olandesi. Nel 1850 le balene erano quasi estinte. Secondo l’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn), oggi la popolazione globale di questo cetaceo è di circa diecimila esemplari.

Gli austroungarici fecero per la prima volta una mappatura significativa dell’isola di Jan Mayen tra il 1882 e il 1883. Pur avendo trascorso quasi un anno sull’isola, il loro gruppo non aveva un geologo e non riuscì a raggiungere la cima del Beerenberg. Fu la combinazione di questi due fattori che ispirò Wordie e la sua squadra a unirsi a un gruppo norvegese guidato da Hagbard Ekerold, che voleva costruire la prima stazione meteorologica sull’isola.

Nel 1930 Jan Mayen era stata annessa dalla Norvegia, fu oggetto di grande interesse durante la seconda guerra mondiale e da allora la presenza militare norvegese è costante. Sull’isola ci sono una stazione meteorologica e una stazione per il sistema di navigazione satellitare Galileo. Il nord dell’isola è oggi una riserva naturale protetta che ammette pochi visitatori. Per andarci bisogna osservare regole molto rigide, in modo da preservare il fragile ecosistema.

Ricerca e divulgazione

Lo skipper Heide ha usato la barca a vela chiamata Barba come piattaforma per la ricerca e la diffusione di un messaggio di tutela dell’ambiente che fa delle balene le ambasciatrici dell’oceano. Mi ero unito a lui nel 2019 durante la sua spedizione Arctic whale per studiare gli effetti delle microplastiche sulle balene nelle acque costiere dell’Islanda. Era quindi logico unire il progetto per il centenario con altre ricerche, in particolare con la spedizione Arctic sense, del 2021. Un viaggio scientifico e di divulgazione di quattro mesi su un’area di tremila miglia nautiche (5.556 chilometri) nel nord dell’Atlantico, con un gruppo di scienziati e divulgatori scientifici che si davano il cambio.

“La ricerca è molto importante per preservare la vita dell’oceano attraverso un uso sostenibile, che permetta alle sue acque di nutrire una popolazione in continua crescita”, spiega Heide. “Studiare quest’area aiuta a capire il rapido cambiamento che sta subendo l’ecosistema con il ritiro dei ghiacci causato dal riscaldamento globale. Inoltre la minore quantità di ghiaccio facilita lo sfruttamento commerciale della regione, rendendo ancora più importante documentare ciò che rischiamo di perdere”.

In collaborazione con il gruppo di ricerca Whale wise e con il sostegno dell’università di Stavanger, in Norvegia, e dell’università d’Islanda, è stato definito un piano di ricerca per raccogliere il maggior numero possibile d’informazioni sui cetacei artici e subartici.

“Il nostro obiettivo è monitorare gli ecosistemi artici, concentrandoci sulle balene”, ha spiegato Tom Grove, cofondatore di Whale wise. “Gli ecosistemi artici sono ancora poco mappati. In molte parti della rotta seguita dalla spedizione Arctic sense, la presenza, la distribuzione e la diversità dei cetacei sono praticamente sconosciute”.

Io e il fotografo e regista Hugo Pettit abbiamo incontrato Heide a Long­yearbyen, che con circa mille abitanti è l’insediamento più settentrionale al mondo, nonché la più grande area abitata delle isole Svalbard, in Norvegia. Heide aveva appena completato il giro di queste isole. Al nostro equipaggio si sono aggiunti i marinai Jaap van Rijckevorsel e Annik Saxegaard Falch, e siamo partiti per il viaggio di 1.200 miglia nautiche (2.222 chilometri) attraverso la Groenlandia e i mari norvegesi, fino a Jan Mayen e poi alle isole Shetland.

Sentivo nell’aria l’inizio dell’autunno, ma mentre lasciavamo le Svalbard e ci inoltravamo nel mar di Norvegia i venti erano deboli e l’acqua calma. Nel giro di ventiquattro ore Van Rijckevorsel ha avvistato all’orizzonte un soffio (il respiro della balena) alto almeno quattro metri, così abbiamo cambiato rotta e navigato in quella direzione. Poi ci sono stati altri soffi e sono emersi accanto a noi gruppi di dieci o venti balenottere. Le profonde espirazioni e inspirazioni risuonavano nell’aria come una sinfonia. I movimenti di quelle in superficie erano lenti, a testimonianza delle loro grandi dimensioni. Le balenottere sono la seconda specie di balene più lunga del mondo.

Insieme alle balenottere

Heide e Pettit sono entrati in acqua. Dalla barca ho potuto vedere grandi sacche di bolle d’aria che risalivano in superficie intorno a un banco di pesci, di cui le balenottere si stavano nutrendo.

È stata una rara occasione per osservare le balenottere alimentarsi usando una rete di bolle (il bubble-net feeding) per intrappolare la preda. “È difficile osservare le balenottere sott’acqua. Si muovono velocemente. Non ho mai visto filmati subacquei in cui si vede una rete di bolle”, ci ha detto Heide.

La barca Barba vicino all’isola di Jan Mayen, Novergia, 2 settembre 2021 (Barba.no)

Siamo rimasti con le balenottere per diverse ore prima di riprendere la traversata verso Jan Mayen. Con il vento che si stava alzando ma restava gestibile, abbiamo attraversato la dorsale medio a­tlantica, a ottanta miglia nautiche (150 chilometri) dalla costa delle Svalbard. La dorsale è una catena montuosa sottomarina che va dal polo nord all’Antartide. I suoi numerosi picchi e canali sono luoghi perfetti per i cetacei che si immergono in profondità. “Questa regione è costituita da una serie di dorsali, avvallamenti, ca­nyon e montagne sottomarine”, spiega Grove. “È probabile che una topografia così estrema provochi un upwelling (la risalita delle acque profonde, un fenomeno causato dal vento che fa risalire verso la superficie grandi masse di acqua fredda, densa e generalmente ricca di nutrienti), e possiamo aspettarci che la parte settentrionale della dorsale, una complessa rete di elementi topografici che vanno dai mille ai tremila metri di profondità, mostri una diversità e una presenza di cetacei altrettanto ricche”.

Heide ha usato il suo idrofono, uno strumento per captare suoni a bassa e alta frequenza. Utilizzando altri strumenti è stato possibile documentare in tempo reale la presenza di sei cetacei. L’idrofono è rimasto in acqua a registrare per più di quarantotto ore. Una volta elaborati dal gruppo di Whale wise, i dati ci daranno maggiori informazioni sulla presenza e la distribuzione dei cetacei nella regione.

Nei nostri pensieri era presente, oltre alle balene, il centenario della scalata del Beerenberg. Ma la salita aveva due problemi: a causa dei cambiamenti climatici e del degrado dei ghiacciai sarebbe stato ancora possibile raggiungere la vetta usando il tracciato del 1921? E poi avremmo potuto raccogliere dati glaciologici da analizzare? Quando il gruppo di Wordie raggiunse la vetta nell’agosto 1921 il percorso cominciò dal campo base vicino a Eldste Metten, la stazione meteorologica costruita da Ekerold. La vetta è stata raggiunta risalendo il ghiacciaio meridionale fino al bordo del cratere. Combinando il software di mappatura tridimensionale, usato per tracciare il percorso del 1921, con le immagini satellitari di oggi, abbiamo stabilito un percorso provvisorio.

Dopo cinque giorni di navigazione abbiamo aspettato con il fiato sospeso che le nuvole si alzassero dalla vetta. Dal nostro ancoraggio a nord abbiamo studiato il Beerenberg. A quel punto la nostra prima domanda ha trovato subito risposta. I crepacci verso la cima del ghiacciaio meridionale, che abbiamo stimato essere larghi tra gli otto e i dodici metri, sarebbero stati impraticabili, quindi non potevamo raggiungere la vetta usando lo stesso percorso del 1921. Anche se era una cattiva notizia, non ci ha sorpreso più di tanto. A livello globale da quindici anni i ghiacciai perdono ogni anno il 30 per cento di ghiaccio e neve. La causa più probabile è la crisi climatica provocata dagli esseri umani.

L’aumento dei crepacci sul ghiacciaio sud dell’isola di Jan Mayen è un’ulteriore prova a sostegno dei danni causati dagli esseri umani e ci ha offerto l’opportunità di raccogliere dei campioni che aiuteranno a comprendere meglio quali sono le singole ragioni dello scioglimento. Il cosiddetto oscuramento biologico è una delle cause.

Il progetto di ricerca Deep purple mira a saperne di più sulla crescita e sulle origini delle fioriture di alghe sulla calotta glaciale groenlandese. A causa del loro colore scuro queste alghe assorbono le radiazioni solari, aumentando così la velocità di scioglimento del ghiacciaio.

Le alghe viola

Il professor Martyn Tranter, a capo della ricerca, ha spiegato che “la quantità di acqua di disgelo prodotta dalla calotta glaciale della Groenlandia ha subìto un’accelerazione negli ultimi vent’anni. Questo ha coinciso con la crescita di una fascia scura lungo il margine occidentale della calotta glaciale, chiamata dark zone, dovuta alla crescita e alla fioritura ogni anno di alghe glaciali pigmentate di viola. La missione Deep purple sta cercando di capire quanto si espanderà la dark zone nei prossimi decenni”.

Anche i dati provenienti da altre regioni sono preziosi per determinare se altrove lo scioglimento avviene in modo simile. A Jan Mayen non sono mai stati fatti test sulle alghe della neve e del ghiaccio. E così abbiamo deciso di raccogliere campioni dal ghiacciaio sud per saperne di più. Il percorso della spedizione di cento anni fa sarebbe stato impossibile per noi, ma Wordie all’epoca aveva proposto anche un tragitto secondario che seguiva il contrafforte sudoccidentale fino all’orlo del cratere e che, secondo le nostre osservazioni, era ancora percorribile. Lo abbiamo seguito, attraversando l’istmo, a circa venti chilometri dalla stazione meteorologica di Eldste Metten.

Anche qui, in questo remoto avamposto artico, le coste sono disseminate di plastica e detriti prodotti dalla pesca. Ci siamo imbattuti nei resti scheletrici di una balena della Groenlandia cacciata più di quattrocento anni fa. Tra gli affioramenti vulcanici sono apparse le rovine di Eldste Metten, la stazione meteorologica costruita cento anni fa.

Abbiamo cominciato la nostra salita di notte e all’alba abbiamo raggiunto la base del ghiacciaio sud, oltre le nuvole più basse. Ma la finestra di condizioni meteorologiche favorevoli si è chiusa rapidamente e una bufera di neve, con venti a più di quaranta nodi, ci ha investito mentre ci avvicinavamo alla salita finale verso il cratere. Quando la bufera si è attenuata e le nuvole si sono alzate, la luce del tardo pomeriggio ha illuminato il ghiacciaio sud. Intorno a noi sono apparse grandi chiazze di neve più scura, alcune rosa, altre rosse, certe verdi. Abbiamo pensato che si trattasse di alghe della neve e abbiamo deciso che ne avremmo raccolti alcuni campioni durante la discesa, per farli esaminare poi dal gruppo di scienziati del progetto Deep purple.

L’avvicinamento al vulcano e la salita sono durati in totale trentasette ore, in cui abbiamo percorso quasi settanta chilometri. L’ostilità di questo avamposto dell’Artico è tale che poche ore dopo il ritorno sulla barca a vela Barba siamo stati costretti a salpare velocemente, altrimenti rischiavamo di rimanere bloccati tutta la settimana. Sette giorni dopo siamo entrati nel porto di Lerwick, nelle isole Shetland, esausti per il mare implacabile e i venti contrari che ci hanno spinto così tanto fuori rotta da raggiungere quasi la Norvegia continentale. Tuttavia, l’ultima tappa del viaggio ha offerto un momento di riflessione sulla natura delle esplorazioni oggi.

Reinterpretando in chiave contemporanea una spedizione di cento anni fa, il nostro viaggio ha raccolto dati che contribuiscono a comprendere meglio lo stato degli ecosistemi artici e ci ha dato la possibilità di registrare un comportamento alimentare delle balene raramente osservato in precedenza.

Ma ha anche evidenziato la nostra personale ricerca di avventura. Il desiderio di conoscere ci spinge a cercare l’avventura. E anche se il contesto è cambiato, questo desiderio unisce gli esseri umani attraverso le generazioni. ◆ff

Questo articolo è uscito sul numero 1489 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati