Da due settimane una fitta nebbia era scesa sulla città senza più diradarsi. Al risveglio, ogni mattina la trovavo che spingeva dietro la finestra, e quando uscivo dal portone del palazzo era già arrivata al marciapiede. Camminavo sul litorale e lei era già a ridosso della riva. Non si distinguevano più né l’acqua né i battelli che, fino a due settimane prima, vedevo attraccare tutti i giorni uno di fianco all’altro. Non si scorgeva più neanche quell’isola su cui, nonostante la lontananza, potevo avvistare il fumo dei caminetti di giorno o il luccichio dei lampioni sulla costa la sera. Non si vedevano i ciclisti che passavano sulla pista accanto al marciapiede né si riusciva a intuire la fisionomia dei corridori che mi venivano incontro o a cui passavo accanto. Si intravedeva solo la loro pallida ombra, ma non si capiva se fossero uomini o donne.

La mattina presto in ascensore ho incontrato il mio vicino. Nonostante fossero due anni che ci salutavamo, ogni volta mi chiedeva: “Come hai detto che ti chiami?”. Non aveva ancora imparato il mio nome e si rivolgeva a me chiamandomi “amico mio”. Mi ha detto che viveva in questa città da trent’anni, ma non aveva mai visto una nebbia così fitta e così tenace. Prima della nebbia c’era stata una settimana di pioggia incessante e prima ancora due settimane di neve. In una di quelle giornate di neve, il vicino con cui ci salutavamo da due anni mi aveva detto che erano vent’anni che in città non nevicava tanto. Eravamo in ascensore, c’incontravamo sempre lì e, dopo esserci salutati, parlavamo del tempo. In questa città se due persone s’incontrano, che siano vicini, amici, conoscenti o gente di passaggio, cominciano sempre la conversazione parlando del tempo per poi passare ad altro. Quando pioveva, io e il mio vicino non sapevamo cosa dirci perché tanto, cascasse il mondo, pioveva sempre e non c’era niente di nuovo da commentare. Al massimo lui si lamentava. Un giorno mi ha detto: “Ma tu ricordi che una volta, tanto tempo fa, c’era una cosa tipo un piatto rotondo nel cielo, tipo una lampada accesa, che illuminava e scaldava tutto?”.

I caffè sulla costa erano bui e silenziosi, ai tavolini sui marciapiedi non c’era anima viva e anche dentro, per quel che si poteva scorgere dalle vetrate, erano vuoti

Pioveva da un mese e mezzo senza sosta, mentre il mese e mezzo prima era stato sempre nuvoloso e il sole non si era mai fatto vivo. Nuvole e pioggia non erano niente di nuovo, ci eravamo abituati! La neve c’era solo una volta all’anno per uno o due giorni. Poi, di nuovo, la pioggia la scioglieva e la portava via pulendo le strade, così ci si dimenticava all’istante che pochi giorni prima aveva nevicato. Ma la nevicata di quell’anno – a sentire il vicino che mi chiamava “amico mio” – era stata davvero eccezionale. Aveva nevicato tutti i giorni per due settimane. Un manto bianco ricopriva le strade, la città era paralizzata, gli autobus non funzionavano, le scuole erano chiuse, era piombato tutto nel caos. Una città abituata alla pioggia non sapeva come affrontare la neve. Alla fine, la solita pioggia che portava tutti all’esa­sperazione era arrivata in aiuto. E poi la nebbia.

Quel giorno in ascensore ho detto al vicino che mi chiama sempre “amico mio”: “Di’ la verità, non ti manca la nostra cara vecchia pioggia?”.

E lui ha ribattuto: “Altroché!”.

I caffè sulla costa erano bui e silenziosi, ai tavolini sui marciapiedi non c’era anima viva e anche dentro, per quel che si poteva scorgere dalle vetrate, erano vuoti. Di solito fuori erano pieni, anche nei giorni di pioggia. Nei fine settimana c’era il finimondo. I gestori li ricoprivano con dei tendoni e nessuno si spaventava se pioveva.

Dalle insegne e dalle ombre dei caffè che superavo ho capito che quel giorno avevo camminato più del solito. Non avevo voglia di tornare a casa. A forza di stare in mezzo alla nebbia, i miei occhi si stavano abituando. La nebbia intorno a me si stava diradando pian piano. Le insegne ai lati del marciapiede stavano riemergendo lentamente e tornavano leggibili, potevo vedere l’interno dei caffè senza dovermi avvicinare alle vetrate e anche la sagoma degli alti edifici dall’altra parte della strada. Non mi ero mai allontanato tanto a piedi, lo avevo fatto varie volte in bicicletta, ma a piedi era la prima volta. La nebbia si era diradata pian piano e da lontano si riconosceva l’edificio sferico dello Science world. Il sole, che stava tornando a farsi vedere dopo più di due mesi, si rifletteva sulla lamiera della cupola. I miei giri in bicicletta finivano sempre lì. Facevo un giro intorno all’edificio e me ne tornavo indietro per la stessa strada. Nei fine settimana, all’entrata, c’era una gran folla. Una lunga fila di giovani e anziani si snodava davanti alla biglietteria. I bambini facevano rumore e correvano sulla pista ciclabile, e i grandi li rincorrevano e li chiamavano per poi tornare in fila.

Sul ciglio del viottolo che portava alla fermata dei battelli c’era una grande insegna con scritto: “Ingresso vietato alle biciclette”. Ci passavo sempre con la bici, ma quel giorno, siccome ero a piedi, ho imboccato la stradina. Mi sono accorto che in fondo c’era un ciclista che aveva appoggiato la bici e stava facendo una foto al panorama. Il battello aveva già fatto scendere i passeggeri e stava facendo imbarcare a uno a uno quelli in fila sulle scale vicino all’acqua.

Sul molo davanti alla fermata c’era un piccolo bar con le sedie e i tavolini tutti all’esterno. Sotto quel sole così abbagliante, però, c’era solo una persona, una donna. Aveva preso posto a un tavolo vicino al parapetto che dava sull’acqua. Aveva i capelli lisci e dorati che le cadevano sulle spalle, il volto rivolto al sole e gli occhi chiusi. Arrivato a pochi passi da lei, mi sono fermato a guardarla bene. Non ci potevo credere che fosse davvero lei. Era la prima volta che mi capitava di vederla così da vicino. Aveva la stessa maglietta a maniche corte e gli stessi pantaloncini bianchi al ginocchio che indossava sempre quando correva, e sul tavolo c’era anche la sua cuffia bianca. L’avevo sempre vista mentre correva. Mi passava vicino come un fulmine.

Non mi sembrava vero che, dopo tutte le volte che l’avevo vista sfrecciarmi vicino, in quel momento fosse seduta lì, immobile su una sedia, come una fotografia, mentre io ero in piedi a pochi passi da lei. Come faceva a tenere tutti quei capelli in una cuffia così piccola? Era una di quelle cuffie elastiche da nuoto molto aderenti. Quando la vedevo arrivare da lontano, sembrava che non avesse i capelli.

Ha aperto gli occhi e si è girata verso di me. Li aveva dischiusi a fatica, nonostante non fosse più rivolta verso il sole. Forse non era abituata a una luce così forte dopo aver tenuto a lungo gli occhi chiusi. Si è fatta ombra con la mano destra e mi ha guardato.

Avevo paura che si lamentasse del fatto che me ne stavo lì a fissarla. Allora il solito argomento del tempo è venuto in mio soccorso e ho esclamato: “Che bel sole!”.

Lei ha sorriso. Si è guardata intorno e poi si è appoggiata alla sedia dicendo: “Sì, ci voleva proprio!”.

“Io la vedo ogni giorno, mi passa sempre vicino!”.

“Davvero?”.

“Tutti i giorni, senza eccezioni. E l’ho vista anche oggi”, ho mentito.

“E quindi?”.

“Niente. Volevo soltanto dirle che la vedo ogni giorno”. Ecco un’altra bugia, in realtà la vedevo solo qualche volta.

Lei ha sorriso di nuovo. Mi guardava come se fossi pazzo. Le ho chiesto: “Le posso offrire qualcosa?”.

“Va bene, certo”.

“Cosa vuole?”.

beatrice bandiera

“Un caffellatte”.

Immediatamente sono andato a ordinare due caffellatte. Mentre aspettavo che fossero pronti, la guardavo da dietro la vetrata. Lanciava occhiate furtive alla fermata dei battelli.

Ho portato i nostri bicchieri, li ho appoggiati sul tavolino e poi, disinvolto, mi sono seduto di fronte a lei e l’ho guardata.

Aspettavo che mi chiedesse di dove fossi o da quanti anni stavo lì. Ogni volta che conoscevo qualcuno, all’inizio mi chiedeva sempre cose del genere.

Invece ha detto: “Lei che vive in questa città dovrebbe apprezzare questo sole”.

“Perché, lei non è di qui?”.

“No, per ora stiamo lì”, e ha indicato l’altra sponda.

“E cosa cambia? Il clima da quella parte è come qui”.

“A lei la pioggia non dà fastidio? Con questo clima c’è chi soffre di forte depressione”.

“No. Io non ho nessun problema”.

“Buon per lei!”.

“Lei da quanto tempo è qui?”.

“Non da molto”.

Ha preso il bicchiere, l’ha portato alle labbra, ha assaggiato il caffellatte e ha detto: “La mia è una storia molto lunga”.

“Mi racconti”.

“Ci vorrebbe una buona dose di pazienza e anche molto tempo, ma adesso devo andare”.

Poi ha lanciato di nuovo un’occhiata furtiva alla fermata dei battelli e ha detto: “Non ho fatto attenzione, ho perso il battello”.

“Se n’è andato dieci minuti fa”.

Ha guardato l’orologio che aveva al polso destro e ha detto: “Il prossimo parte tra venti minuti”.

“Allora mi racconti. Di tempo ce n’è”.

beatrice bandiera

“Sono nata a Londra. Laggiù il tempo è come qui. Piove, per lo più. Pioggia, nebbia ed è sempre nuvoloso. Il sole lo vediamo raramente. A molti, come lei, questo clima non dà fastidio. Ma io, fin da bambina, ho avuto dei problemi. Già alle elementari avevo deciso che appena avessi finito gli studi, alla prima occasione, avrei mollato tutto e me ne sarei andata in giro per il mondo. Che senso ha nascere e crescere sempre nella stessa città, nello stesso paese, per poi invecchiare e morire sempre lì? Io non avevo nessuna intenzione di vivere così. Mia madre era come me. Diceva sempre: ‘Che senso ha passare tutta la vita nello stesso posto, invecchiarci e morire?’. Era un’idea che avevo preso da lei. Ma mia madre aveva due problemi: il primo era il marito. Anche a lui un clima del genere non dava affatto fastidio e voleva invecchiare e morire nello stesso posto in cui era nato. L’altro problema era il lavoro. Dal marito, cioè mio padre, si separò facilmente. Ma non poteva rinunciare al lavoro, le piaceva tanto. Non era ancora anziana, era abbastanza giovane, ma prima di andare in giro per il mondo voleva aspettare di andare in pensione, così si sarebbe assicurata un’entrata fissa per quando avrebbe viaggiato. Dopo essersi separata dal marito l’unico desiderio che aveva era quello di andare in pensione il prima possibile e partire, andare in India, in Giappone, negli Stati Uniti… Ma nel frattempo le è capitata una disgrazia che ha fatto saltare tutti i suoi piani”.

Di nuovo ha guardato per vedere se era arrivato il battello. Era pronta ad andarsene. Le ho chiesto: “Cos’è successo?”.

“Niente. Ha avuto un incidente. Ora è sulla sedia a rotelle”.

Ha appoggiato il bicchiere sul tavolo.

“Devo andare”.

Ci siamo incamminati verso la fermata. Senza che dicessi nulla, ha continuato: “Quando mia madre ha avuto l’incidente, ho deciso d’iniziare a viaggiare prima che fosse troppo tardi, cioè prima che mi accadesse qualcosa di brutto. Non avevo ancora finito gli studi. Studiavo economia e commercio alla Metropolitan university. L’ho lasciata e sono partita. Prima sono andata in Marocco, poi in India, in Giappone, in Australia, negli stessi posti in cui voleva andare mia madre…”.

Eravamo arrivati in cima alle scale che portavano alla fermata. Gli ultimi passeggeri stavano scendendo dal battello.

“Probabilmente avrai un sacco di storie da raccontare”, le ho detto.

“Sì, è un peccato che me ne debba andare”.

“Ci possiamo vedere domani? Qui, nello stes­so caffè”.

“Noi, ovunque andiamo, ci restiamo solo un anno. Lavoriamo tutti e due, un lavoro part-time, niente di serio e redditizio. Solo per avere i soldi per l’hotel, per coprire le spese quotidiane e mettere da parte qualcosa per il viaggio successivo. Siamo arrivati in questa città esattamente un anno fa. I nostri visti sono validi per un’altra settimana”.

“Avete già comprato i biglietti?”.

“Sì, per domani”.

Poi mi ha raccontato dove si erano conosciuti: “In Australia. Lui era inglese, squattrinato e pazzo come me. Voleva girare il mondo e vedere tutto. È una di quelle persone che hanno problemi con il clima”.

I passeggeri passavano uno a uno davanti a noi per mettersi in fila e poter salire. Le ho chiesto: “Come ti chiami?”.

“Sharon”.

Ha fatto le scale e si è fermata alla fine della fila. Ho detto: “È un bel nome!”.

“Allora dimmi anche il tuo”.

“Ma il mio non è per niente bello. Ed è anche difficile. Non lo ricorderai”.

Le ho raccontato che avevo un vicino che non l’aveva imparato dopo due anni in cui c’incontravamo tutti i giorni e che mi chiamava solo “amico mio”. Ha riso e ha detto: “Va bene, non fa niente, cercherò d’impararlo”.

Le ho detto il mio nome.

“Sembra facile”.

L’ha ripetuto diverse volte per assicurarsi di dirlo bene e poi ha aggiunto: “È molto semplice da pronunciare”.

Lo aveva scandito con cura, senza accento.

“Hai del talento”.

“Non sono io ad avere talento, è il suo vicino che non ne ha”.

“Quindi ti ricorderai come mi chiamo?”.

“Sì, sempre”.

E dopo aver fatto lo spelling ha aggiunto: “Non me lo dimenticherò più”.

“Anch’io non dimenticherò più il tuo nome”.

“I miei amici mi chiamano Shary, chiamami anche tu così”.

“Va bene, lo farò”.

“Grazie mille”.

“Buon viaggio”.

“Grazie!”

“Fa’ buon viaggio, Shary”.

Ha detto di nuovo: “Grazie mille”. Ed è salita a bordo.

Sono tornato nella nebbia. Più camminavo, più s’infittiva e le sagome delle insegne, dei tavolini e delle sedie dei caffè vicino a cui passavo svanivano. Anche la pista ciclabile era sparita. I corridori che mi superavano o che mi venivano incontro erano sempli­cemente delle ombre pallide, come fulmini.

Nessuno andava e veniva, erano solo fulmini che passavano. ◆ fep

Jafar Modarres Sadeqi

è uno scrittore iraniano nato a Isfahan nel 1954. Vive a Teheran e ha scritto una quindicina di romanzi e raccolte di racconti. Questo racconto è apparso per la prima volta sul mensile letterario iraniano Tajrobeh con il titolo Ba‘d az meh.

Questo articolo è uscito sul numero 1449 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati