Le piante sono molto più in gamba di quanto pensiamo. Possono percepire l’ambiente circostante, anticipare i cambiamenti e perfino comunicare tra loro in modi che stiamo appena cominciando a comprendere. Secondo un nuovo studio pubblicato su Cognitive Science, potrebbero essere anche capaci di contare.

Per stabilire se le piante possono contare, un gruppo guidato dallo psicologo cognitivo Peter Vishton del College of William & Mary, negli Stati Uniti, ha studiato il comportamento della sensitiva (Mimosa pudica), chiamata così perché chiude rapidamente le foglie quando è disturbata, oltre che di notte.

Angelo Monne

Nella prima fase dell’esperimento i ricercatori hanno sottoposto la pianta a due giorni normali composti da dodici ore di luce e dodici di oscurità, e poi a un giorno di oscurità totale. Hanno ripetuto questo ciclo di tre giorni cinque volte e hanno scoperto che le foglie della pianta cominciavano a muoversi prima del periodo di luce nei giorni in cui questo era previsto, ma non in quelli di buio completo. “Questo sembra suggerire che le piante possano ‘imparare’, per così dire, questo ciclo di tre giorni e adattare i loro movimenti di conseguenza”, ha dichiarato Vishton.

La cosa interessante è che il comportamento della pianta segue una curva logaritmica, simile a quelle osservate negli animali che imparano cose nuove. “È lo stesso andamento che vediamo continuamente nell’apprendimento animale”, ha detto Vishton. “Per esempio, se s’insegna a un ratto a eseguire una serie di azioni in un certo ordine, ci si aspetta di vedere un periodo di tempo in cui cerca di capire la sequenza e poi un graduale aumento della sua capacità di prevederla”.

Ovviamente il ritmo circadiano da 24 ore della sensitiva è ben noto, e gli scienziati dovevano essere sicuri di non aver semplicemente abituato la pianta a uno strano ciclo da 72 ore. Quindi hanno accorciato la durata dei giorni a venti ore (dieci di luce e dieci di buio). Anche in quel caso le piante si sono adattate rapidamente, aprendo le foglie prima che la luce arrivasse, ma non nei giorni di oscurità.

Memoria limitata

Per mettere ulteriormente alla prova le piante e assicurarsi che stessero rispondendo al numero di stimoli e non alla loro tempistica, le hanno sottoposte in modo casuale a giorni di durata variabile dalle dieci alle 32 ore, scoprendo che la corrispondenza s’interrompeva quando i giorni erano più corti di dodici ore o più lunghi di 24.

Secondo Vishton questo indica che le piante hanno bisogno di una soglia minima di esposizione per elaborare la sequenza di luce e buio e un limite massimo di memoria oltre il quale la dimenticano. Nell’intervallo tra dodici e 24 ore, comunque, hanno mostrato sempre lo stesso comportamento predittivo. “La spiegazione più semplice è che queste piante registrano il numero di eventi che accadono”, ha detto Vishton. “Non stanno solo rispondendo alla durata”.

Se i risultati saranno confermati, secondo Vishton potrebbero rivelare un nuovo modo di elaborare le informazioni che non riguarda affatto i neuroni.

“Ci sono un sacco di cellule negli animali e negli umani oltre ai neuroni, e diamo per scontato che non siano coinvolte nell’apprendimento”, ha detto Vishton. “Ma forse non è così. Forse l’apprendimento è presente in ogni cellula. È solo che finora non lo abbiamo mai studiato”.

In che modo queste cellule potrebbero imparare, immagazzinare e ricordare tali informazioni è una domanda a cui dovranno rispondere studi futuri.

Nel frattempo ricordatevi di annaffiare le vostre piante: potrebbero tenere il conto di quanti giorni sono passati dall’ultima volta. ◆ gac

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Questo articolo è uscito sul numero 1660 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati