Dalle elezioni del 4 marzo, quando il Movimento 5 stelle e la Lega, hanno ottenuto un’alta percentuale di consensi a spese dei partiti moderati, l’Italia sembra essere sull’orlo di una fase politica pericolosa.

La gravità della situazione è apparsa chiara in questi giorni, prima ancora che uno dei due partiti abbia potuto assumere il potere, quando il presidente della repubblica Sergio Mattarella, 76 anni, è dovuto ricorrere a un vecchio copione politico.

A due mesi dalle elezioni, e dopo pazienti ma infruttuosi giri di consultazioni per trovare un accordo, Mattarella ha dichiarato che intende formare un governo di servizio che resti in carica fino alla fine del 2018. Un governo “neutrale” permetterebbe all’Italia di svolgere il ruolo che le compete nell’importante vertice dell’Unione europea a giugno, di approvare la legge finanziaria e di evitare il pericolo di speculazioni finanziarie sul suo debito.

Mattarella sta seguendo le orme dei precedenti inquilini del Quirinale, che in momenti di instabilità politica come questo sono intervenuti per garantire la continuità e rassicurare i mercati. Ma i cinquestelle e la Lega non ci stanno. Luigi Di Maio, il leader dei cinquestelle, ha respinto l’idea di una soluzione “tecnocratica” e ha chiesto nuove elezioni a luglio. E prima ancora della dichiarazione di Mattarella, il leader della Lega Matteo Salvini ha detto che si rifiuterà di appoggiare un governo nato “con il marchio di Merkel e Macron”.

Capacità di persuasione

Nell’immediato il loro netto rifiuto ha fatto emergere la prospettiva che entro la fine del 2018 si vada per una seconda volta al voto, cosa che in Italia non è mai successa in settant’anni di repubblica. In prospettiva, però, le implicazioni sono ancora più preoccupanti, perché indicano che la presidenza della repubblica sta perdendo la sua capacità di fare da rete di protezione nei momenti di crisi.

In passato, sfruttando la loro capacità di persuasione e la deferenza nei confronti della loro carica da parte di tutti i partiti, i presidenti italiani sono riusciti a far superare all’Italia i momenti più difficili, dal terrorismo alle crisi di mercato a varie situazioni di stallo politico.

Ma in un contesto come quello attuale è difficile immaginare che Giorgio Napolitano, il predecessore di Mattarella, farebbe quello che fece nel 2011, quando sostituì il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, sommerso dagli scandali, con l’ex commissario europeo Mario Monti. Cosa che, al culmine della crisi del debito della zona euro, gli permise di ridare credibilità all’Italia agli occhi degli investitori. È altrettanto difficile immaginare che Napolitano metterebbe d’accordo i partiti rivali nominando presidente del consiglio Enrico Letta, come fece dopo le inconcludenti elezioni del 2013.

Per i populisti italiani il punto è proprio ignorare la volontà di Mattarella. Si lamentano da anni del fatto che i presidenti, in particolare Napolitano, sono andati oltre i poteri che la loro carica gli attribuisce. C’è ancora chi definisce la nomina di Monti un “golpe” antidemocratico. Per molte persone, i governi di Letta e dei suoi successori Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, erano figli illegittimi di un presidente troppo interventista. Paradossalmente, però, sia i cinquestelle sia la Lega sono riusciti a non far approvare la riforma elettorale proposta da Renzi, che avrebbe garantito una maggioranza in grado di governare dopo ogni elezione e ridotto il potere d’intervento del presidente.

Ruolo di garanzia

Ma l’opposizione al piano di Mattarella potrebbe ritorcersi contro i due partiti. Il presidente della repubblica, che è stato giudice della corte costituzionale, resta uno dei politici italiani più rispettati. Lega e cinquestelle hanno ancora la possibilità di cambiare idea prima del voto di fiducia in parlamento, stringendo un accordo che renderebbe inutile il governo di servizio.

I fatti recenti dimostrano, però, che il potere di Mattarella – e quello di qualsiasi presidente italiano – è grande quanto il rispetto che c’è verso la sua carica. Gli investitori e i politici europei che considerano i programmi dei cinquestelle e della Lega una minaccia per gli interessi a lungo termine della zona euro dovrebbero cominciare ad abituarsi all’idea che se uno dei due partiti andrà al potere, il ruolo di garanzia che potrà svolgere il Quirinale sarà molto limitato. ◆bt

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Questo articolo è uscito sul numero 1255 di Internazionale, a pagina 33. Compra questo numero | Abbonati