Alle dieci del mattino di un martedì di novembre, un gruppo di bambini sui sette anni cammina lentamente verso la scuola di Mudnal Dhodu Thaanda, un insediamento della comunità banjara nel distretto di Yadgir, nel Karnataka settentrionale. Indossano l’uniforme scolastica, vale a dire camicie azzurre e gonne o pantaloni blu. E sono di ottimo umore: da due mesi le scuole sono di nuovo riaperte in tutto il paese, dopo essere rimaste chiuse per più di un anno e mezzo a causa della pandemia. Chiacchierano e sembrano lontanissimi dal mondo intorno a loro.

Più o meno alla stessa ora, quattro ragazze di circa 14 anni ridono accanto a una pompa per l’acqua aspettando che le loro brocche si riempiano. Due anni fa anche loro si sarebbero incamminate verso la scuola. Oggi, invece, dopo aver salutato i genitori diretti al lavoro, passeranno la giornata a sbrigare le faccende domestiche. “Abbiamo smesso di andare a scuola”, dice una di loro, Nandini. Le quattro amiche appartengono alla comunità banjara, una delle caste riconosciute del Karnataka, e sono tra i milioni di minorenni indiani che non sono più rientrati in un’aula a causa della pandemia. Nel marzo 2020 le scuole di tutta l’India sono state chiuse in seguito alla diffusione del covid-19. Le lezioni sono continuate online, con l’esclusione di milioni di ragazzi che non avevano accesso a computer e telefoni né a un collegamento a internet.

Quando le scuole hanno gradualmente riaperto, molti studenti, soprattutto quelli che già prima avevano delle difficoltà, non sono tornati in classe. Nel marzo 2021 l’Unicef calcolava che la “chiusura di un milione e mezzo di scuole per la pandemia ha avuto ripercussioni per 247 milioni di studenti delle elementari e delle medie”. I sondaggi indicano che l’incidenza del lavoro minorile e il tasso di matrimoni precoci sono sensibilmente aumentati. In un’indagine condotta su più di 1.700 ragazzi di dieci stati, la ong ChildFund ha rilevato che il 64 per cento teme di non essere in grado di tornare a scuola perché non ha ricevuto l’aiuto necessario per seguire le lezioni e fare i compiti.

Studi più specifici sono stati condotti da organizzazioni come l’Aser centre. Secondo il suo rapporto annuale sullo stato dell’istruzione, la percentuale di bambini indiani che non è iscritta a scuola è passata dall’1,4 del 2005 (quando uscì il primo rapporto) al 4,6 per cento del 2020. Secondo un altro sondaggio condotto nel 2021 dal dipartimento del Karnataka per lo sviluppo rurale, 159mila bambini delle campagne non vanno a scuola, e molti hanno abbandonato le lezioni dopo l’inizio della pandemia.

Ostacoli insormontabili

Gli studenti hanno lasciato la scuola per varie ragioni. Quasi tutti i casi, già prima della pandemia dovevano superare vari ostacoli, che nel 2020 sono diventati insormontabili. La cosa più allarmante è stata che per quasi due anni non ci sono stati molti segnali di un possibile rientro in classe.

“È ancora presto, conosceremo il reale impatto della pandemia solo tra qualche mese”, dice Anantha, un attivista dei diritti dell’infanzia di Hunsur, nel distretto di Mysuru. “Dovremo aspettare per vedere quanti di quelli che hanno ripreso le lezioni ce la faranno a conti­nuare”.

In molti casi, gli alunni non si sono presentati in classe semplicemente perché non avevano modo di raggiungere la scuola quando ha riaperto. Pervathi Ramu, una della quattro adolescenti che ho incontrato davanti alla pompa dell’acqua, ha proprio questo problema. È la terza di quattro fratelli. Sua madre fa la bracciante e il padre è un “uomo dell’acqua”, ingaggiato dal panchayat (consiglio di villaggio) per irrigare i campi in determinati orari. Dopo lo scoppio della pandemia anche lei a volte dava una mano nei campi, e altre volte aiutava nelle faccende domestiche. Se fosse tornata a scuola quando ha riaperto, a settembre, avrebbe frequentato l’ottavo anno.

Molte famiglie non hanno più potuto permettersi di pagare la retta

“Mia madre mi ha chiesto di lasciar perdere perché non avevo nessuno che mi accompagnasse”, dice. Parvathi frequentava una scuola diversa da quella delle amiche. In passato faceva i due, tre chilometri di strada fino alla scuola insieme ad alcune ragazze più grandi, ma durante la pandemia una si è sposata e l’altra ha cominciato a lavorare. “Dovrebbe camminare da sola attraverso i campi. Non è sicuro”, commenta un adulto del villaggio che ascolta la nostra conversazione.

“Ma tu ci vuoi andare a scuola?”, chiedo a Parvathi.

“Sì, certo”, risponde.

Anche Nandini si è scontrata con lo stesso problema. Dopo l’annuncio del lockdown, è rimasta a casa per qualche mese, poi ha cominciato ad accompagnare il padre nella sua taverna vicino al villaggio. Dopo la riapertura della scuola, il padre ha deciso di non farla tornare, anche perché nel frattempo il fratello maggiore era morto in un incidente automobilistico. “Ha paura di farmi andare da qualsiasi parte”, conclude.

Alcuni ragazzi hanno interrotto gli studi perché i genitori sono emigrati, e questo ha avuto ripercussioni su altri studenti che dipendevano da loro per raggiungere un istituto. Un insegnante di scuola pubblica a Yadgir mi ha confessato che per il momento solo il 70 per cento degli studenti è tornato. “Sono certo che saranno di più tra qualche mese”, dice.

L’emigrazione era comune nel distretto anche prima del 2020, ma in genere gli studenti erano affidati ai parenti e continuavano ad andare a scuola. Durante la pandemia i minori hanno cominciato a seguire i genitori che emigravano, molti senza ritirare il certificato di trasferimento che permette d’iscriversi in un’altra scuola. Alcune famiglie hanno chiamato la scuola per avere il certificato, ma, dice l’insegnante di Yadgir, “se non dimostrano di averli iscritti altrove, mi rifiuto di rilasciarlo”.

Molti hanno smesso di andare a scuola perché il peso delle faccende domestiche, o addirittura il compito di sostenere la famiglia lavorando, è ricaduto sulle loro spalle. Per tre mesi, dopo l’annuncio del primo lockdown nel 2020, Bharathi Chauhab, una delle quattro amiche che ho conosciuto al pozzo, aveva pazientemente aspettato che ricominciassero le lezioni. Il mese dopo ha cominciato a fare dei lavoretti in casa. Il padre era morto quando lei aveva due anni; la madre, che lavora a giornata, si era presa cura della famiglia e aveva mandato a scuola Bharathi e Vishal, il fratello più piccolo. Era la nonna che si occupava dei bambini quando tornavano a casa. Ma è morta qualche mese dopo l’inizio della pandemia. A quel punto, tutte le responsabilità domestiche, compreso prendersi cura del fratello, sono ricadute sulla ragazza.

Le sue due migliori amiche, Ashwini e Nikitha, chiedono spesso di lei a Vishal. “Continuano a chiedergli quando tornerò in classe”, racconta. Sente spesso la loro mancanza? Pensa che le rivedrà? “Non lo so”, risponde alzando le spalle.

Numeri che fanno paura

Quanto alle scuole private, molte famiglie non hanno più potuto permettersi di pagare la retta. Il preside di un piccolo istituto privato di Yadgir mi spiega che “prima della pandemia avevamo una cinquantina di nuovi studenti ogni anno. Questo autunno ne abbiamo avuti la metà”. Il rapporto di Aser uscito a novembre mostra in effetti che c’è stato un significativo trasferimento dalle scuole private alle pubbliche. Una persona che lavorava per Kalike, un’organizzazione che cerca di migliorare la qualità della vita nel distretto di Yadgir, racconta che durante la pandemia gli insegnanti delle scuole pubbliche sono riusciti a ricevere lo stipendio, a differenza di molti docenti degli istituti privati.

Nel marzo 2021 il dipartimento dell’istruzione primaria e secondaria ha chiesto agli insegnanti delle scuole pubbliche di donare un giorno di stipendio ai colleghi degli istituti privati perché si trovavano in gravi difficoltà. Il preside con cui parlo dice che per loro è stato impossibile organizzare lezioni online perché non avevano dispositivi. I primi mesi gli insegnanti andavano nei villaggi per fare lezione a gruppi di bambini, ma anche questo è diventato impossibile quando i contagi sono aumentati. Ora, dice il preside, i genitori si rifiutano di pagare la retta.

“Ogni mattina devo passare casa per casa e chiedere ai genitori di mandare i bambini”

Questo problema non riguarda solo le zone rurali. Un’operatrice dell’organizzazione Action aid India spiega che stanno lavorando a un sondaggio per individuare l’abbandono scolastico in alcuni slum di Bangalore: “È stato sconvolgente scoprire quanti hanno lasciato la scuola. Sono numeri che fanno paura. Le scuole private hanno espulso gli alunni che non riuscivano a pagare le rette”. E aggiunge che in molti casi le scuole chiedevano di pagare anche la retta dell’anno precedente, in cui erano state chiuse.

Salute mentale

Nell’agosto 2021 avevo incontrato Oviya, una ragazza di 14 anni, nella zona nord di Bangalore. La madre Samathi, che lavorava come collaboratrice domestica, aveva appena partorito. Dato che non poteva andare al lavoro e visto che le scuole non avevano ancora riaperto, aveva detto alla figlia di prendere il suo posto. Oviya era l’unica della famiglia a guadagnare qualcosa, visto che il padre era disoccupato. In quel momento era certa che sarebbe tornata a scuola. E ne era convinta anche la madre: “Studia molto, è particolarmente brava in inglese,” aveva detto.

Due mesi dopo, quando una sera sono tornata a trovarle, Oviya non era ancora rientrata. “Ha perso l’autobus, farà un po’ tardi”, mi ha spiegato la madre. Dopo un po’ Oviya ha imboccato il viottolo di casa. Aveva i capelli più lunghi e sembrava più alta, meno curva. In mano aveva un recipiente per il pranzo e prima di sedersi l’ha dato alla madre. Adesso era una donna che lavorava. Era stata assunta in una legatoria e stava lì dalle 9 alle 18. Cosa ne è stato del suo progetto di tornare a scuola? “Non m’interessa più”, ha risposto in tamil senza un attimo di esitazione.

Qualche casa più in là, Akshitha, 11 anni, si occupava del fratello di nove e della sorella di sette mentre i genitori erano al lavoro. Frequentavano una scuola media inglese del quartiere e lei e il fratello erano tra gli studenti più brillanti della classe, ma non sono potuti tornare a scuola perché i genitori non potevano permettersi la retta. Seduta sul marciapiede, Akshitha mi ha elencato tutte le cose che le mancano della scuola: l’insegnante d’inglese e le amiche erano in cima alla lista. Mentre parlava delle amiche a un tratto si è interrotta. “Non voltarti, lei è quella che consideravo la mia migliore amica”, mi ha detto nascondendosi il volto tra le ginocchia.

“Perché ti nascondi?”, le ho chiesto.

Due bambini trasportano del carbone. Dhanbad, Jharkhand, India, gennaio 2020 (Jonas Gratzer, LightRocket/Getty Images)

“Perché quando ha saputo che quest’anno non sarei tornata a scuola ha smesso di parlarmi”, ha replicato. Akshitha ha detto che i suoi genitori erano dispiaciuti di non poter mandare i figli a scuola. “Ci tornerò l’anno prossimo, quando avremo un po’ di soldi”. Sfogliava i libri di testo ogni giorno per non dimenticare le cose imparate e insegnava ai fratelli più piccoli.

L’interruzione della scuola ha avuto un costo molto alto anche in termini di salute mentale. Uno studio dell’Unicef tra l’agosto e il settembre 2020, intervistando 5.029 genitori e adolescenti di sei stati, ha riscontrato che quasi la metà degli studenti delle secondarie e un terzo degli alunni delle elementari ritenevano che dall’inizio della pandemia la loro salute mentale e socio-emotiva fosse stata “scarsa o molto scarsa”. Tra gli studenti emarginati la situazione è ancora più grave.

A novembre ho visitato gli insediamenti della comunità adivasi (indigena) dei jenu kuruba a Hunsur, nella riserva delle tigri di Nagarhole, nel distretto di Mysuru. Sono arrivata in un giorno feriale e ho trovato le strade piene di bambini di ogni età. Quando ho chiesto a un gruppetto di loro se andavano a scuola, hanno annuito lentamente. Ho insistito dicendo: “Davvero?”. Loro hanno aspettato qualche secondo e poi sono scoppiati a ridere.

Questa regione ha sempre lottato con i bassi tassi di scolarizzazione. Una ricerca del 2021 mostrava che più della metà dei minori non frequentava la scuola regolarmente. La frequenza irregolare o l’assenteismo “sono molto comuni tra gli studenti delle tribù a causa della povertà (8,8 per cento), del disinteresse e dell’analfabetismo dei genitori (17,5 per cento) e dell’impegno in attività economiche (21,1 per cento)”, dice lo studio.

La pandemia sembra aver aggravato il problema. Nel villaggio molte bambine e adolescenti andavano a spasso, anche in gruppo. Ho chiesto ad alcuni genitori perché non erano a scuola. Mi hanno dato la stessa risposta: avevano raggiunto la pubertà. Ma alcune ragazze mi hanno detto che prima della pandemia andavano a scuola anche se avevano già il ciclo.

Quando sono arrivata in un altro villaggio del distretto, una maestra stremata è uscita dalla scuola per accogliermi. Aveva un libro in una mano e un pezzo di gesso nell’altra. Alcuni alunni erano aggrappati al bordo del suo sari. “Tutti frequentano la scuola”, ha risposto subito. “Ma ogni mattina devo passare casa per casa e chiedere ai genitori di mandare i bambini”. L’insegnante ha aggiunto che alcuni studenti erano andati a lavorare con i genitori nelle piantagioni di caffè, perché era la stagione del raccolto. Le ho fatto notare che c’erano bambini nel giardino della scuola, invece che in classe. “Sono di un’altra scuola,” ha spiegato. “Non ci vanno mai. Oggi sono qui per ricevere le razioni dall’aganwadi (il servizio che dà assistenza ai bambini nelle zone rurali)”.

Molti insegnanti delle scuole pubbliche con cui ho parlato sostenevano che la maggioranza degli studenti era tornata. E quando ho chiesto come mai le strade erano piene di bambini, hanno risposto che si trattava di studenti “irregolari”. “È un problema che abbiamo sempre avuto, anche prima della pandemia”, ha affermato un insegnante.

Perdita dell’apprendimento

Srekanth dell’ong Development through education, attiva da quarant’anni per migliorare le condizioni della comunità tribale della regione, ammette che è così: “È vero, il problema esisteva già, ma la pandemia l’ha decisamente peggiorato”. Secondo lui, prima della pandemia uno dei motivi che spingeva gli studenti a frequentare la scuola era la distribuzione di cibo, abiti e borse di studio. “Per quasi due anni queste cose sono mancate”, aggiunge. L’amministrazione del Karnataka ha garantito razioni secche per tre mesi, ma le forniture si sono interrotte a giugno del 2021 e sono riprese solo a novembre. “Dopo è stato difficile far interessare di nuovo i ragazzi alla scuola”, conclude.

Gli studenti che non avevano accesso ai dispositivi digitali sono stati particolarmente colpiti dalla chiusura delle scuole. Secondo i dati del ministero dell’istruzione, il problema ha riguardato trenta milioni di studenti. Nel Jammu e Kashmir e nel Madhya Pradesh,il 70 per cento degli alunni. “Il fatto che questa monumentale ingiustizia sia rimasta praticamente ignorata così a lungo mostra in modo eloquente quanto non inclusiva sia la democrazia indiana”, si legge in un altro rapporto.

La conseguenza di questa crisi è che milioni di bambini devono misurarsi con il grave problema della cosiddetta perdita di apprendimento. “Hanno dimenticato tutto quello che avevano imparato”, dice la zia di Parvathi, Juhi Chawla. Chawla, chiamata così in onore di una celebre attrice, ha 24 anni e due figli. È diplomata e per un breve periodo ha lavorato nell’anganwadi locale, ma ora è a casa con i figli. Sottolinea che, una volta interrotte le lezioni, è stato difficile motivare la nipote perché tornasse a scuola. “Se avesse ricordato qualcosa di quanto aveva imparato sarebbe tornata. Ma nessuna di queste ragazze ricorda niente”, spiega.

“Hanno dimenticato il kannada”, aggiunge Sharubai, la madre di Bharathi Rathod, un’altra delle quattro amiche. Il kannada è la lingua usata per l’istruzione, e la comunità banjara non la parla. Nei due anni in cui sono rimasti a casa gli studenti non hanno avuto occasione di usarlo. Le quattro ragazze sostengono anche di avere grosse difficoltà con l’aritmetica di base, la grammatica e le lingue.

Dopo di loro incontro due gemelli di undici anni, Karan e Arjun Subhash. Arjun si offre con entusiasmo di recitare i numeri, ma non riesce ad andare oltre il dieci. Suo fratello si limita a dire che non ricorda i numeri. Passano le giornate facendo dei lavoretti, come aiutare a trasportare le brocche d’acqua o andare a prendere legna da ardere, e intascano da 10 a 20 rupie per ogni commissione. Quando non hanno altro da fare, si arrampicano sugli alberi e raccolgono la frutta. Arjun mostra un certo interesse per la scuola. “Ma siccome Karan non vuole andarci, non ci va neanche Arjun”, dice il padre. Gli chiedo di chi è la colpa. “È colpa dell’India”, dice. “Il governo avrebbe dovuto fare di più per garantire che i ragazzi non perdessero l’interesse per la scuola”.

La Azim premji university di Bangalore, nel gennaio 2021 ha condotto uno studio sulla perdita di apprendimento dovuta alla prolungata interruzione delle lezioni in presenza per il covid-19. I risultati indicano che il 92 per cento degli studenti ha perso almeno un’abilità linguistica, per esempio capire o costruire una semplice frase guardando un’immagine. E l’82 per cento degli studenti ha perso almeno un’abilità matematica. “L’entità e la natura della perdita di apprendimento sono abbastanza serie da richiedere iniziative a tutti i livelli,” osserva il rapporto.

Secondo alcuni attivisti, il danno non è irreversibile. “Ma dev’esserci un forte intervento”, sostiene un membro di Kalike. Secondo lui non bastano una visita o una telefonata ai genitori, ma serve l’impegno dei capivillaggio locali, dei panchayat e delle ong. Il problema dell’abbandono scolastico, dice, dovrebbe essere affrontato dal Progetto integrato per la protezione dell’infanzia (promosso dal ministero per lo sviluppo delle donne e del bambino) e dal funzionario distrettuale per la protezione dell’infanzia. Queste autorità hanno la responsabilità di individuare i bambini e gli adolescenti esposti agli abusi e allo sfruttamento e di adottare misure per tutelarli. “Se i bambini non vanno a scuola diventano automaticamente più vulnerabili al lavoro minorile o al matrimonio precoce”, spiega. “Le istituzioni devono concentrare tutte le loro energie, trovare chi è rimasto a casa e riportarlo a scuola”. ◆ gc

Questo articolo è uscito sul numero 1453 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati