Ogni ipotesi sul futuro dei rapporti tra Spagna e Catalogna va subito all’aria perché emergono continuamente nuovi sviluppi. Mancano sei settimane alle elezioni del 21 dicembre e possono ancora succedere cose capaci di sconvolgere qualunque previsione. L’abile mossa di Rajoy di applicare l’articolo 155 con il pugno di ferro e allo stesso tempo indire elezioni anticipate con il guanto di velluto aveva rasserenato gli animi dei catalani. Il conflitto sembrava ancora lontano da una soluzione, ma si sperava che le elezioni avrebbero permesso di uscire dal circolo vizioso in cui si era cacciata la politica catalana, facilitando un chiarimento complessivo. Inoltre tutti erano convinti che i partiti indipendentisti si sarebbero divisi e che il nuovo quadro politico che ne sarebbe risultato, per quanto complicato, avrebbe permesso di creare maggioranze alternative e non solo un fronte indipendentista contro tutti gli altri partiti.
Poi sono entrati in scena il procuratore capo José Manuel Maza e la giudice Carmen Lamela. Le loro decisioni non hanno certo facilitato la ricerca di una soluzione. I ministri catalani sapevano che dichiarando l’indipendenza rischiavano l’arresto, ma nessuno si aspettava che finissero sotto processo così rapidamente. Tra gli avvocati c’è un detto famoso: la giustizia è sempre molto lenta, ma l’ingiustizia è rapidissima. Nel giro di due giorni gli esponenti del governo catalano sono stati citati in giudizio e poche ore dopo erano in carcere.
Perché Maza ha inviato le sue richieste all’Audiencia nacional, un tribunale speciale di Madrid, e non al Tribunal superior de justícia de Catalunya? Perché ha chiesto pene così dure? Perché non ha concesso un rinvio per permettere alla difesa di prepararsi, come ha fatto il tribunale supremo? Si potrebbe continuare con le domande, ma avrebbero tutte la stessa premessa e la stessa risposta: tutti in galera.
Gli arresti contrastano brutalmente con la strategia del governo spagnolo, che cercava di rasserenare gli animi in Catalogna. Per i partiti costituzionalisti – Partito popolare, Ciutadans e Partito socialista catalano – è una notizia disastrosa, come hanno ammesso in privato i loro leader, che speravano d’impostare la campagna elettorale smentendo quella che considerano la grande bugia raccontata dai partiti indipendentisti in questi anni.
Il loro discorso era chiaro: la coalizione indipendentista Junts pel Sí ha ingannato i cittadini perché non aveva preparato le strutture statali che aveva promesso, non aveva alcun appoggio internazionale e non era sicuro che l’indipendenza non avrebbe danneggiato l’economia catalana, come ha dimostrato la fuga delle aziende.
Un altro plebiscito
Tutti questi argomenti però sono stati sommersi dall’indignazione dei catalani, che non possono e non vogliono accettare che il loro governo legittimo sia in carcere. Questa rabbia spazza via qualsiasi altra considerazione. Secondo un sondaggio il 69,3 percento dei catalani pensa che l’arresto degli otto ministri aumenterà l’appoggio ai partiti indipendentisti.
◆ Il 2 novembre 2017 la giudice dell’Audiencia nacional Carmen Lamela ha ordinato la custodia cautelare per otto esponenti del disciolto governo catalano, tra cui il vicepresidente Oriol Junqueras, leader del partito Esquerra republicana de Catalunya (Erc). Gli otto sono indagati per sedizione e ribellione a causa della dichiarazione unilaterale d’indipendenza approvata il 27 ottobre dal parlamento catalano, e rischiano fino a trent’anni di prigione. Il presidente catalano Carles Puigdemont e altri quattro ministri del suo governo, indagati per gli stessi reati, hanno lasciato la Spagna il 29 ottobre e si sono rifugiati a Bruxelles, in Belgio. Il 3 novembre il governo spagnolo ha emesso un mandato d’arresto europeo e ha chiesto la loro estradizione. Due giorni dopo Puigdemont e i suoi ministri si sono consegnati alla giustizia belga, che entro due settimane dovrebbe decidere se estradarli in Spagna, e sono stati rimessi in libertà.
◆ I partiti che hanno sostenuto il governo di Puigdemont e la dichiarazione d’indipendenza – il Partit demòcrata europeu català (Pdecat), l’Erc e la Candidatura de unitat popular (Cup) – non hanno presentato la domanda per formare una coalizione unitaria entro il termine del 7 novembre, come aveva invece chiesto Puigdemont. I tre partiti dovrebbero comunque raggiungere un accordo programmatico e allearsi dopo le elezioni del 21 dicembre.
Le elezioni si trasformeranno in un altro plebiscito che anteporrà questioni come la liberazione degli arrestati o un nuovo referendum a qualsiasi altra considerazione politica. Di questo passo non ci sarà nessun bisogno di stilare programmi, e nemmeno di organizzare una campagna elettorale. Le elezioni saranno uno scontro fra i catalani che vogliono esprimere la loro indignazione nei confronti del governo di Rajoy (e dei partiti che lo sostengono) e quelli che invece lo appoggiano. Una battaglia primitiva, tutta cuore e testosterone.
E vedremo scene anche peggiori. Il fatto che Carles Puigdemont pensi di candidarsi dopo averlo escluso per mesi dimostra quanto la situazione sia instabile. Non ci sarebbe da stupirsi se il presidente deposto e fuggito si presentasse a Madrid per farsi arrestare alla vigilia delle elezioni, sempre che riesca a non farsi estradare prima. Sarebbe la migliore campagna elettorale possibile.
In questa sceneggiatura delirante non possiamo neanche escludere che il candidato più votato alle elezioni sia un indagato che arriverà alla seduta inaugurale del parlamento in un furgone blindato della Guardia civil. La stampa internazionale è già rimasta impressionata dalla conferenza stampa del governo catalano in esilio. Prepariamoci a nuove sorprese.
Ormai il dialogo è sfumato e le due fazioni sono entrate in una spirale distruttiva senza sfumature: o s’imporrà la Spagna o la spunteranno gli indipendentisti. Non esiste più una via di mezzo. Anche i catalani più moderati si stanno radicalizzando nel vedere il loro governo dietro le sbarre. In questo clima, il 21 dicembre non sembra poter essere una via d’uscita come molti speravano. ◆as
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Questo articolo è uscito sul numero 1230 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati