Il 23 aprile il leader armeno Serž Sargsyan si è dimesso dopo giorni di manifestazioni pacifiche. La sua decisione ha scatenato un’esplosione di gioia in tutto il paese e ha aperto la strada a un futuro politico imprevedibile. “Lascio la carica di primo ministro”, ha detto Sargsyan. “I cittadini protestano contro di me, quindi cedo alle loro richieste”. Poi ha reso onore al leader della mobilitazione, Nikol Pashinyan, deputato dell’alleanza Yelk (via d’uscita), il cui arresto, il 22 aprile, aveva dato nuova energia al movimento.
Le dimissioni sono arrivate al culmine di dieci giorni di proteste, a Erevan e in altre città del paese. Ma il risentimento verso l’uomo che in questi anni ha trascinato l’Armenia in un abisso di corruzione e stagnazione economica covava da tempo. La scintilla è scoccata quando Sargsyan, dopo la scadenza del suo mandato presidenziale e il passaggio del paese dal sistema presidenziale a quello parlamentare, ha annunciato che avrebbe assunto la carica di primo ministro, facendo immaginare che sarebbe rimasto alla guida del paese in eterno.
In Armenia le manifestazioni di piazza non sono una novità. Ma questa volta il risentimento diffuso, unito all’abilità politica di Pashinyan, hanno dato alle proteste uno slancio impossibile da fermare. Alla fine la notizia delle dimissioni di Sargsyan ha fatto scendere nelle strade di Erevan decine di migliaia di persone. “È come se il paese fosse rinato”, ha detto Sona Makasyan, una manifestante. “Sappiamo che ci sarà da lottare. Ma oggi nasce una nuova Armenia”.
Molti dei manifestanti hanno ringraziato i poliziotti presenti in piazza. Per tutto il periodo delle proteste si è temuto che da un momento all’altro sarebbe arrivato un giro di vite. Ma non è stato così. “Mi auguro che in futuro la polizia sarà al servizio della gente e non dei politici”, ha detto Karen Muradyan, un altro manifestante. Non lontano un poliziotto che stava ricevendo i ringraziamenti dei passanti ha espresso laconicamente la speranza che “le cose andranno meglio”, precisando anche che “la polizia ha sempre servito il popolo”.
Parlando alla folla riunita in piazza, Pashinyan ha detto: “Prima mi avevano promesso che Sargsyan si sarebbe dimesso a ottobre, poi tra due mesi, e infine il 25 aprile. Così alla fine ho fatto una controproposta a nome di tutti voi: Sargsyan deve dimettersi entro due ore. Ed è quello che è successo”.
Il leader delle proteste ha poi chiesto la nomina entro una settimana di un nuovo premier “candidato dal popolo” e nuove elezioni il più presto possibile.
Questa drammatica transizione ha aperto una serie di interrogativi sul futuro politico del paese, nessuno dei quali ha una risposta immediata. Il governo ha annunciato che Sargsyan sarà sostituito dal vicepremier Karen Karapetyan. Non è chiaro, tuttavia, se si tratta di una soluzione a lungo termine.
L’ombra di Mosca
I manifestanti non appartenevano a nessun movimento politico. Il Partito repubblicano di Sargsyan (nazionalista e conservatore) e i suoi alleati occupano quasi tutti i 105 seggi del parlamento, dove l’alleanza Yelk (liberale ed europeista), da cui provengono diversi leader delle proteste, ha nove rappresentanti. Il dominio dei repubblicani è dovuto in parte alla loro capacità di ottenere consensi facendo pressioni sugli elettori, soprattutto sui dipendenti pubblici. Data la situazione non è chiaro come garantire le elezioni libere e trasparenti chieste dall’opposizione.
Per l’Armenia il futuro è comunque pieno di insidie. Il paese è molto legato alla Russia, e per il Cremlino Sargsyan era un alleato relativamente affidabile. L’alleanza Yelk, invece, è più orientata verso l’occidente e sarebbe favorevole a uscire dall’Unione economica eurasiatica guidata da Mosca. Inoltre, il Cremlino teme da tempo nuove rivoluzioni di stampo antirusso negli stati ex sovietici. Tuttavia, la portavoce del ministero degli esteri russo Maria Zacharova ha reagito alle dimissioni di Sargsyan con una dichiarazione sorprendentemente positiva: “Un popolo che anche nei momenti più difficili della sua storia è capace di rimanere unito nel pieno rispetto di chi la pensa diversamente è un grande popolo. Armenia, la Russia sarà sempre con te!”.
Per un giorno la geopolitica è stata messa da parte. La sera del 23 aprile il centro di Erevan era pieno di gente che ballava al suono degli stereo delle macchine. “È impossibile descrivere come ci sentiamo oggi”, ha detto Marina Muradyan. “È tutto fantastico”. ◆ bt
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Questo articolo è uscito sul numero 1253 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati