Il contrasto è sorprendente. Mentre Donald Trump litiga metodicamente con i suoi alleati – l’ultimo caso è quello del Canada, con il presidente statunitense che ha pubblicato un video in cui un gruppo di anatre armate invade il pacifico paese vicino – il presidente cinese Xi Jinping tesse pazientemente la sua tela nel corso di un vertice a cui partecipano diversi leader di potenze regionali come il turco Recep Tayyip Erdoğan, l’iraniano Masoud Pezeshkian, l’indiano Narendra Modi e naturalmente il suo amico Vladimir Putin.

Il vertice di Biškek, in Kirghizistan, costituisce l’ennesima dimostrazione degli approcci diversi seguiti da Cina e Stati Uniti in questo mondo in fase di ricomposizione. Gli Stati Uniti di Trump puntano sulla forza bruta della loro economia e del loro esercito, come abbiamo visto in Iran (dove però gli statunitensi sono impantanati). Anche la Cina sfrutta la sua potenza economica, ma coltiva le sue sfere d’influenza per consolidare il suo ruolo di sfidante della superpotenza statunitense.

Il 31 agosto e l’1 settembre, in Kirghizistan, va in scena uno degli strumenti dell’influenza cinese, quello dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, che festeggia i suoi 25 anni di vita. Il messaggio assume la forma di una sfida: il mondo non gira attorno solo agli Stati Uniti. A Biškek anche paesi che hanno buoni rapporti con Washington, come l’India o la Turchia (che fa parte della Nato), non esitano a mostrarsi accanto agli avversari di Washington.

L’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai è stata fondata all’inizio degli anni duemila da Cina e Russia con l’obiettivo di controllare l’Asia centrale, all’epoca scossa dai movimenti jihadisti. Da allora il vertice è diventato uno strumento dell’influenza cinese, allargandosi fino all’Iran, all’India e al Pakistan. Non si tratta di un’alleanza militare simile alla Nato, perché la Cina si rifiuta di seguire una logica che la costringerebbe a intervenire militarmente. Al contrario, è un gruppo la cui principale funzione è quella di opporsi all’egemonia occidentale.

La Cina sfrutta il comportamento irresponsabile di Trump. La presenza a Biškek del presidente iraniano Pezeshkian ne è la dimostrazione, anche considerando che Washington minaccia sanzioni contro tutti i paesi che manterranno rapporti economici con l’Iran.

Pechino si è già rifiutata di sottomettersi al diktat statunitense e tratta l’Iran come un paese uguale agli altri, nonostante sia bersagliato dalle bombe statunitensi e subisca pressioni economiche asfissianti.

A Biškek Xi Jinping incontra i leader di due paesi in guerra, la Russia e l’Iran. Ufficialmente la Cina non prende posizione sui due conflitti, ma in realtà rappresenta l’ancora di salvezza di Putin davanti alle sanzioni economiche occidentali fin dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina e allo stesso tempo si rifiuta di partecipare alle azioni contro l’Iran, aiutando in questo modo il paese a resistere alle manovre di Washington.

La strategia cinese è duplice: da un lato consiste nel consolidare la capacità di Pechino di adattarsi a qualsiasi scenario di conflitto con gli Stati Uniti (economico o militare che sia) e scongiurare la possibilità di un isolamento diplomatico; dall’altro la Cina erode sistematicamente il dominio statunitense sul mondo creando istituzioni come il gruppo di economie emergenti dei Brics, l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai o l’iniziativa per la governance mondiale, oltre a sostenere la causa di un mondo multipolare di cui rivendica una leadership costruita con pazienza.

Inutile dire che l’atteggiamento di Trump fa il gioco di Pechino. Se il presidente statunitense si interessasse al vertice di Biškek, di sicuro metterebbe da parte le sue scaramucce puerili con il Canada. L’unico vincitore, in questo gioco al massacro, è chiaramente Xi Jinping.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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