Due giorni nella vita di due persone innamorate. Il primo, quando tutto comincia, e l’ultimo, quando ci si lascia. A chi legge, la possibilità di immaginare cosa è successo in mezzo. In questa puntata: Anja, 59 anni.

Il primo giorno

“Sono tedesca, ma vivo in Francia da più di metà della mia vita. Ho avuto un compagno per ventiquattro anni, ho due figli meravigliosi e un lavoro appassionante da ricercatrice. Insomma, ho quell’esistenza felice che osavo a malapena sognare. Poi la nostra coppia non ha più funzionato, il desiderio è svanito e ci siamo separati.

Così mi iscrivo a dei siti di incontri per persone mature, come DisonsDemain. Contatto e incontro alcuni uomini. Le cose funzionano per un po’ ma poi non vanno avanti. Sul profilo di Pascal ci sono alcune frasi che mi colpiscono. La sua foto non mi attira molto, ma c’è anche l’immagine di un furgoncino Volkswagen, e questo mi piace. Mi fa pensare alla possibilità di andare in vacanza e a una mentalità aperta e libera.

Pascal non è abbonato al sito. Può solo inviarmi dei ‘like’. Lo fa quasi tutti i giorni. Comincio a chiedermi: ‘Ma cosa vuoi da me? Non posso fare nulla per te’. Alla fine paga per poter chattare. Mi accorgo che in realtà ero già stata in contatto con lui, ma aveva usato un altro pseudonimo. Mi propina il solito cliché, ‘il tuo profilo mi interessa’, e tutto il resto. Insiste per sentirci al telefono. La sua voce non mi piace granché. Non amo le persone che parlano lentamente, di cui devi aspettare la fine delle frasi. La sua voce è dolce ma strascicata. Non ho voglia di passare settimane a scriverci romanzi, preferisco che ci si incontri rapidamente per vedere subito se c’è un’intesa fisica.

Suona il campanello. È in anticipo. La cosa non mi piace molto. Non ho fatto molta attenzione a come mi sono vestita. Esco di casa ma non trovo nessuno. Dov’è? Eppure mi aveva detto di essere giù, mi sembra un tipo complicato. Vedo solo un signore non molto ben vestito con un cagnolino. Ha un pesante giubbotto rosso, un paio di jeans sformati e lunghi capelli grigi. Non somiglia affatto alla sua foto del profilo. Mi guarda.

‘È lei che ha un appuntamento con me?’, gli chiedo. Sì, è lui. Quest’uomo con quel minuscolo animale mi fa una strana impressione. Andiamo a fare una passeggiata. Tra noi comincia a nascere una sorta di complicità, nella conversazione ma anche nella camminata, con le pozzanghere del sentiero che ci fanno allontanare e avvicinare. Noto che zoppica, non proprio un buon segno, visto che amo molto le escursioni in montagna.

Torniamo a casa mia e beviamo un tè. È un uomo calmo e pacato. Seduti l’uno di fronte all’altra il tempo passa in fretta, sono già le 15 e io devo ricominciare a lavorare. Si alza, si mette la giacca. C’è sempre quel momento sospeso dell’arrivederci. Mi stringe tra le braccia, ci baciamo a lungo. È bello e gradevole, anche se all’inizio lui non mi piaceva. Mi sento bene tra le sue braccia, ho quasi voglia di invitarlo nel mio letto. Mi dice che ci rivedremo presto.

Mi manda brevi messaggi, poi mi invita a casa sua. È una serata di pioggia battente e il camino è acceso. È vestito meglio, si è preparato per l’incontro. Facciamo l’amore e mi innamoro. Ci vediamo diverse volte alla settimana. Continuo a vivere la mia vita, con lui che occupa un posto importante. A dire il vero ci sono alcuni dettagli che attirano la mia attenzione: a volte mi chiama di giorno perché la sera è irreperibile; quando è in vacanza mi manda delle foto del suo camper e sopra ci sono due biciclette; in un’altra foto di una bici che non è la sua c’è appeso un casco rosa. ‘È di un amico’, mi spiega. Non ci faccio troppo caso”.

L’ultimo giorno

“Mi fido di lui. Pascal insiste sul fatto che anche lui deve potersi fidare di me, ma ci mette del tempo, spesso è geloso. È un po’ misogino e mi sembra dipendente dal sesso. Queste cose non mi piacciono molto, ma mi dico che stiamo vivendo una bella storia e che con lui sono felice.

Zoppica ancora. Non si tratta di una tendinite come mi aveva spiegato, ma di un problema all’anca per il quale decide di farsi operare. Vado a vivere da lui quando viene dimesso dall’ospedale. Sono in pieno trasloco, con la testa negli scatoloni, e così posso sostenerlo nella sua convalescenza. Passiamo il Natale insieme. Cucino un buon pranzo, mi vesto elegante. Lui vuole che indossi delle calze autoreggenti al posto dei collant. Non le metto mai e non ne ho. Lui ne ha una scatola piena e mi chiede di sceglierne un paio. Non sono della mia taglia e mi cadono continuamente mentre cucino. Intoniamo canzoni di Natale. Viviamo un piacevole momento da innamorati.

Dopo l’operazione si lamenta di avere mal di testa, si sveglia più volte durante la notte per prendere del paracetamolo. Il 27 si alza, scende per primo a preparare la colazione e a dare da mangiare al cane. Faccio una doccia e lui si preoccupa del fatto che io consumi tutta l’acqua calda. Al mattino mi piace mangiare della frutta, ne taglio un po’ per entrambi. È seduto a tavola, senza energie. ‘Vai a sdraiarti sul divano se non ti senti bene’. ‘Ho un fortissimo mal di testa’, ripete ancora. Il suo respiro è affannoso. Gli metto un panno bagnato sulla fronte.

Mi preoccupo e chiamo il pronto intervento. Mentre parlo al telefono con il medico, lui vomita. Arriva l’ambulanza. In attesa dei soccorsi gli giro intorno, non so bene cosa fare, vorrei farlo sdraiare ma lui non vuole. Ha freddo, gli metto una coperta. Finalmente sento la sirena dell’ambulanza. Tengo fermo il cane che si agita. Lo visitano, non trovano nulla. ‘Glielo lasciamo qui’, decidono gli infermieri. Poi, per sicurezza, telefonano al medico del pronto soccorso per una conferma. ‘Alla fine lo portiamo con noi’. Prendo la sua borsa, la tessera sanitaria, i documenti d’identità, i suoi due telefoni. A piedi nudi sotto la pioggia, lo guardo salire sull’ambulanza.

Alle 15 la clinica mi chiama. Ha avuto un arresto respiratorio, è in terapia intensiva. ‘Non sappiamo se supererà la notte’. Viene trasferito al policlinico. Rottura di un aneurisma. Le condizioni sono gravissime. È cosciente? No, mi dice l’ospedale. Devo venire? ‘Dipende da lei, signora’. Decido di non andare.

Vado a ritirare i suoi effetti personali in clinica per riportarli a casa sua. Sblocco il suo telefono per cercare i numeri dei figli, che vivono dall’altra parte dell’Atlantico, e avvisarli. Suonano alla porta, è un’altra donna. Si presenta: Michèle. In passato avevo già visto che mandava dei messaggi a una certa Michèle. Crolla quando le racconto che lui è in ospedale. Ma soprattutto quando capisce che entrambe stiamo insieme a lui da quasi un anno. Anche lei lo ha incontrato sullo stesso sito. Lei ha avuto il primo appuntamento il 23, io il 25.

Le propongo di entrare in casa. Beviamo un tè, parliamo molto. Le pantofole che Michèle indossa quando viene qui? Sono le mie. Le nuove sedie che Pascal ha in casa? Sono le sue. Le calze autoreggenti? Sono di Michèle. Ha dormito con la testa sul mio cuscino, che avevo portato da lui, dormivamo nelle stesse lenzuola. Mi sembra di vivere in un brutto film, e cerco di riderci su. È talmente assurdo. Siamo le due donne dello stesso uomo. Che si ritrovano a casa sua. Mentre lui sta morendo in ospedale.

Nel frattempo l’ospedale richiama. È in stato di morte cerebrale. Ne prendiamo atto. Realizziamo fino a che punto avesse costruito e controllato la sua doppia vita, di quanto la sua esistenza fosse vuota e di come l’avesse riempita con noi. È ora di tornare a casa. Riempiamo ciascuna il bagagliaio delle nostre auto con le cose che avevamo sistemato da lui. Da sola, una volta tornata a casa mia, arrivano le lacrime, il vuoto, la ferita, la rabbia: stronzo, bastardo. Vorrei tornare indietro, ai momenti in cui stavamo bene insieme. Parlando con i suoi conoscenti, scopro che non era un ingegnere in pensione, ma un insegnante. E che la sua foto del profilo, in cui lui era difficile da distinguere, era falsa: l’aveva presa su internet.

Il figlio mi propone di andare al funerale. Gli rispondo che per me è difficile, che oscillo tra lutto e separazione. Alla fine però ci vado. Il funerale è terribile. Non ha molti amici. Attraverso le foto della sua vita scopro un uomo che, da giovane, non mi avrebbe mai attratta. Michèle non è invitata, anche se sarebbe venuta volentieri, ma lui non aveva parlato di lei alla famiglia. È come se avesse avuto bisogno di entrambe: lei era più esuberante e libertina, io più calma e presentabile. Da quando è morto, mi mancano la sua presenza nella mia vita e la tenerezza fisica che c’era tra noi. Difficile dire di averlo conosciuto. C’erano troppi lati oscuri in lui per poterlo conoscere davvero”.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

Amore che vieni, amore che vai è una serie del quotidiano francese Le Monde che racconta il primo e l’ultimo giorno di una storia d’amore. Qui ci sono tutte le puntate.

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