È cominciata come un cinema all’aperto ed è finita come una partita di calcio in cui i tifosi fischiano la propria squadra. Gli indipendentisti lo avevano già intuito quando sono arrivati al paseo Lluís Companys di Barcellona. L’atmosfera era diversa da quella delle altre manifestazioni. Non si respirava allegria né determinazione, ma tensione e sconcerto. L’appuntamento era fissato per le sei del pomeriggio, ma già da mezzogiorno erano arrivate centinaia di persone con le estelades (le bandiera catalane), senza fare troppo rumore. Quando erano ormai tutti riuniti, in 30mila secondo le autorità, l’inno I, inde, independència è stato intonato non più di tre volte. Non si è sentito nessun altro canto, tanta era l’attesa.
L’attenzione era rivolta al megaschermo al centro del viale, che trasmetteva in diretta l’intervento del presidente catalano Carles Puigdemont al parlamento. La tensione si è interrotta quando è stato annunciato il rinvio del discorso. “Calma, sarà una cosa lunga”, ha dichiarato uno dei più speranzosi di fronte allo sconcerto generale. Alcuni si sono messi comodi sull’erba, hanno tirato fuori un mazzo di carte e si sono messi a giocare. Altri ne hanno approfittato per rifornirsi nei minimarket del paseo de Sant Joan. Quelli che non si sono mossi hanno ricominciato a seguire la trasmissione in attesa di qualche spiegazione e a fare ipotesi sul ritardo.
Un’ora più tardi l’arrivo di Puigdemont ha sollevato i suoi sostenitori, che lo hanno accolto al grido di “president, president”. Ma subito è tornata la tensione, perché sullo schermo non c’era traccia dei deputati del partito indipendentista di estrema sinistra Candidatura de unidad popular (Cup), mentre il campanello del parlamento che li richiamava continuava a suonare. La gente ha trattenuto il respiro fino a quando non ha visto sfilare i deputati della Cup sulle scale dell’aula.
Euforia passeggera
Quando Puigdemont ha preso posto davanti al leggio è calato il silenzio. Da quel momento il pubblico si è fatto sentire. Ha applaudito quando il presidente ha dichiarato che la sfida catalana è una questione europea e che il popolo della Catalogna deve restare unito. L’apice si è raggiunto quando Puigdemont ha dichiarato che era lì per spiegare il risultato del referendum del 1 ottobre. L’euforia si è scatenata quando dagli altoparlanti sono arrivate le parole: “Accolgo il mandato del popolo che vuole che la Catalogna diventi uno stato indipendente in forma di repubblica”. Abbracci, baci, salti, grida. Ma ben presto l’euforia si è spenta. Il presidente ha annunciato che la dichiarazione d’indipendenza sarebbe stata sospesa per avviare un dialogo. Alcuni sono rimasti con la bocca aperta. Altri hanno fischiato. Altri ancora hanno pianto. Si è vista anche un’immagine inedita: uno dei presenti ha strappato la bandiera catalana e l’ha calpestata.
Non ci sono stati applausi fino alla fine del discorso. “Siamo stati ingannati, questa non è una dichiarazione d’indipendenza”, urlava qualcuno. Era difficile capire il messaggio di Puigdemont, e ancora più difficile definirlo. “È un sì però anche un no, giusto?”, si chiedeva un uomo a voce alta. Sono comparsi anche quelli che non si erano mai fidati del governo. “Lo sapevamo, cosa vi aspettavate?”. Senza che nessuno dichiarasse terminato l’incontro, migliaia di persone hanno cominciato ad allontanarsi. Un mare di persone deluse, che camminavano in silenzio. Si sono risvegliate solo per ricoprire di fischi l’intervento di una deputata di Ciudadanos. Poi i trattori diventati uno dei simboli della mobilitazione indipendentista, parcheggiati all’Arc de Triomf, hanno cominciato la loro ritirata.◆ _ as_
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Questo articolo è uscito sul numero 1226 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati