Un autorevole accademico cinese ha criticato la classe dirigente del paese per non essere stata in grado di controllare l’epidemia di coronavirus che ha contagiato più di 44mila persone in tutto il mondo. In un articolo pubblicato in diversi siti non accessibili in Cina, Xu Zhangrun, docente di legge all’università Tsinghua di Pechino, da tempo posto sotto stretta sorveglianza dalle autorità, ha accusato i leader cinesi di aver messo la politica davanti al popolo. “Il sistema politico è collassato sotto la tirannia e il sistema di governo fatto di burocrati, che il partito ha impiegato più di trent’anni a costruire, è entrato in crisi”, scrive Xu. Il riferimento è al tentativo di ricostruire il paese dopo la morte di Mao Zedong nel 1976, quando i leader riformisti cercarono di modernizzare il governo e si passò dal comando di un solo uomo alla leadership collettiva. Xu è stato sospeso dall’insegnamento nel 2018, dopo che in un articolo aveva criticato il partito per aver abolito il limite di due mandati alla presidenza, senza il quale Xi Jinping potrà restare in carica anche dopo il 2023.

Le sue critiche più recenti sono arrivate proprio quando le autorità cinesi hanno raccomandato l’ulteriore rafforzamento dei controlli su internet per impedire il diffondersi di dicerie e disinformazione. “Era già stato sollevato dal suo incarico di docente, ma ora rischia nuove punizioni”, dice uno dei più stretti amici di Xu. “Temiamo che la polizia possa portarlo via”. Oggi Xu non può lasciare il paese e non può pubblicare i suoi scritti in Cina. Nell’ultimo articolo ha accusato Pechino di aver privilegiato la lealtà dei funzionari rispetto alla loro competenza e di aver riempito la burocrazia di quadri mediocri per nulla motivati a fare del loro meglio. “Il caos nello Hubei è solo la punta dell’ice­berg, e questo vale per tutte le province”, ha scritto Xu.

Nelle prime fasi dell’epidemia le autorità hanno mantenuto uno stretto controllo sulla circolazione delle notizie e hanno più volte rassicurato l’opinione pubblica affermando che non c’era prova della trasmissione del coronavirus da persona a persona. Con l’aumentare dei contagi, però, sui social network le critiche verso i funzionari, soprattutto quelli di Wuhan e dello Hubei, sono dilagate. Xu ha anche denunciato il fatto che a causa della mancanza di libertà d’espressione è stato impossibile lanciare l’allarme sull’epidemia. Non ha fatto il nome di Xi Jinping, ma ha usato alcuni dei titoli informali usati per riferirsi al presidente, tra cui “il nucleo”.

Un passo indietro

Xu Zhangrun non è l’unico studioso ad aver puntato il dito contro Xi e la gestione dell’epidemia. Il noto intellettuale Xu Zhiyong ha postato un articolo in cui chiede a Xi di fare un passo indietro vista la sua “incapacità di gestire crisi gravi”. Ha citato vari esempi oltre all’epidemia, tra cui la guerra commerciale con gli Stati Uniti e le proteste a Hong Kong. Ha inoltre definito la dottrina politica di Xi “confusa” e il suo modello di governo “superato”, e l’ha accusato di aver rovinato la Cina con “misure per il mantenimento della stabilità sociale”. “Sette anni fa mi sono rivolto a lei chiedendole di fare della Cina un paese rispettoso della democrazia e della costituzione, ma in cambio sono stato gettato in carcere per quattro anni”, ha scritto. “E ora i suoi uomini mi sorvegliano da vicino alla ricerca di un pretesto per rinchiudermi di nuovo. Non penso che lei sia cattivo, ma solo poco intelligente. Per il bene di tutti, glielo chiedo ancora una volta: si faccia da parte, signor Xi Jinping”. Da dicembre Xu Zhiyong si nasconde dalla polizia. Nell’ultimo anno molti dissidenti e attivisti per la difesa dei diritti umani sono stati accusati di sedizione e messi in carcere. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1345 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati