Il Belgio deve consegnare Carles Puigdemont nelle mani della giustizia spagnola? È una delle questioni diplomatiche più delicate che Bruxelles abbia dovuto affrontare negli ultimi anni. Non si tratta di estradare un ricercato per reati comuni, ma un leader politico accusato per le sue decisioni politiche, che corrispondono al programma in base al quale è stato eletto. Trent’anni di prigione e la custodia cautelare immediata per questo? È in questa prospettiva, odiosa agli occhi dei fautori della democrazia, che si è portati a giudicare la vicenda. Ma non è da qui che bisogna partire. Sull’estradizione del presidente catalano dovrà essere un giudice a decidere. Non è una scappatoia: il Belgio è uno stato di diritto, e i suoi giudici hanno tutti gli strumenti per prendere una decisione equa. Non è il caso di fare della giustizia il terreno di una resistenza politica alla gestione della crisi catalana da parte dello stato spagnolo. Puigdemont sarà o non sarà estradato dai giudici belgi in base alla legge belga, e in seguito spetterà ai giudici spagnoli giudicarlo nel quadro dello stato di diritto spagnolo.
Il dovere dell’Europa
Ma l’aspetto giudiziario non è tutto. Il problema catalano è un problema politico, e la sua soluzione non può venire dalla giustizia. In Belgio lo sappiamo bene: tutti i tentativi di affidare ai giudici la soluzione dei nostri problemi d’identità sono falliti. In questo tipo di conflitti nessuno ha interamente torto o ragione. Dire che spetta agli spagnoli risolvere i loro problemi interni non basta. Che oggi nell’Unione europea sia ancora possibile imprigionare dei politici per delle azioni con cui pensavano di mettere in atto la volontà dei loro elettori è assurdo. I leader europei hanno il dovere di convincere la Spagna ad accettare di risolvere politicamente questa crisi politica. Nessun coperchio giudiziario riuscirà a tenere chiusa a lungo la pentola a pressione catalana. ◆gac
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Questo articolo è uscito sul numero 1230 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati